Per la non politica estera italiana il Mediterraneo attualmente si riduce e riassume solo e soltanto nel calderone libico: Tobruk e Bengasi contro Tripoli, negrieri “filantropi” e migranti, petrolio e gas. Un casino totale frutto dell’arroganza franco-britannica (benedetta da Obama) e dell’insipienza dei governi di Roma. Tutto vero, certo. Ma i problemi dell’ex Mare Nostrum non finiscono tra il Canale di Sicilia, la Tripolitania, il Fezzan e la Cirenaica (la Libia è un’invenzione tutta italiana del 1934…). Anzi.


Alle porte meridionali del Patrio Stivale ben altro si sta muovendo e le conseguenze possono essere pesanti. Ma andiamo per ordine. Dallo scorso dicembre l’Algeria è scossa da un movimento di protesta nazionale che ha messo in crisi “le Pouvoir”, l’opaco complesso politico che dal 19 giugno 1965 — data del colpo di Stato guidato da Houari Boumédiénne contro l’allora presidente Ben Bella — imbriglia il Paese e controlla le sue preziose risorse energetiche. La contestazione (l’”hirak”) è partita da Bab el Oued (l’antica roccaforte dell’OAS durante la guerra coloniale) ed è ripresa con forza in tutta l’Algeria tra febbraio-marzo appena il presidente Abdelaziz Bouteflika (o chi per lui) ha annunciato di volersi ricandidare per la quinta volta. Milioni di persone, del tutto indifferenti ai precetti del Ramadan allora in corso, sono scese in piazza per gridare no al vegliardo — una mummia di 92 anni, dal 2013 gravemente malata — e al suo potentissimo e invasivo clan. Ma non solo.


“Qu’ils dégagent tous” (che se vadano tutti) è diventato lo slogan della stragrande maggioranza degli algerini ormai stufi di un sistema corrotto e inefficiente che ha portato il Paese alle soglie della bancarotta. Nonostante le enormi somme investite nei decenni per industrializzare i territori la modernizzazione in salsa simil-sovietica è fallita ovunque e l’economia nazionale, sempre dominata dallo Stato, resta assolutamente dipendente dall’export di idrocarburi: gas e petrolio rappresentano il 60 per cento del bilancio e il 95 per cento delle esportazioni mentre la disoccupazione media ufficiale è fissata all’11 per cento e quella giovanile al 30. Un ennesimo abbassamento del prezzo delle risorse energetiche sarebbe fatale per i fragili equilibri economici e l’ormai pericolante pace sociale. Insomma, il caos è dietro l’angolo.


Fatalmente il pallino è passato ai militari che hanno costretto lo scorso 2 aprile Bouteflika a ritirarsi iniziando ad arrestare i vecchi oligarchi e i corrottissimi parenti del presidente deposto; il ricorso alla caserma è stata una scelta praticamente obbligatoria poiché dal 1962, anno dell’indipendenza, ad oggi le forze armate sono la colonna vertebrale dell’Algeria, l’unica istituzione rispettata e la vera alternativa laica alla moschea. Non sorprende quindi che l’avvento dei soldati nelle stanze del potere è stato accolto nelle piazze al grido “l’esercito e il popolo sono fratelli”.


La situazione ora è in stallo. Il generale Ahmed Gaid Salah, capo di Stato maggiore delle forze armate, è il nuovo “uomo forte” dell’Algeria ed è l’arbitro indiscusso della scena. A lui il compito di negoziare un possibile accordo di transizione tra la protesta dei cittadini — una galassia confusa e per ora pacifica —, l’esercito, i partiti e pezzi ineludibili del vecchio “Pouvoir” (ovvero Sonatrach, l’azienda petrolifera statale) avviare le riforme più urgenti e indire nuove elezioni presidenziali. Un compito non semplice dal momento che lo scorso 2 giugno il Consiglio costituzionale — il bastione della conservazione — ha rinviato sine die le urne con l’unico risultato di scatenare un’ulteriore ondata di proteste. L’aggrovigliato scenario preoccupa soprattutto Parigi che, alla luce dei suoi legami e dei suoi pesanti interessi nella vecchia colonia, teme un processo di disgregazione dello Stato algerino, una realtà territoriale di tutto rispetto con 42 milioni d’abitanti per lo più giovanissimi. In gioco ci sono non solo i ricchi contratti della Total e delle altre aziende esagonali, ma anche il timore di una recrudescenza del terrorismo islamico e l’innesco di uno tsunami migratorio.


Preoccupazioni che Roma dovrebbe — se ci fosse qualcuno di serio alla Farnesina — condividere. Ricordiamo che l’Eni — presente nel Paese sin dal 1962 e, con Enrico Mattei, sponsor della rivoluzione anti francese —  detiene attualmente 32 permessi minerari con una produzione giornaliera (dati 2018) di circa 85mila barili, ovvero il 13 per cento della produzione complessiva nazionale e l’Algeria è a tutt’oggi il nostro secondo fornitore di gas: 20 miliardi di metri cubi annui che soddisfano il 15 per cento del nostro fabbisogno. Inoltre il “Cane a sei zampe” ha un accordo con Total per l’esplorazione dell’offshore algerino ed è impegnata con Sonatrach nel campo della chimica e dello sviluppo di energia solare.


Numeri pesanti, cifre importanti che impongono scelte e decisioni. Come nel caso della Tunisia. Con un interscambio bilaterale di 5,6 miliardi di euro nel 2017, siamo il secondo partner commerciale del Paese e le nostre aziende — Eni, Ansaldo e altre 850 imprese — danno lavoro a circa 63mila persone. Un quadro confortante se non fosse che la piccola repubblica nord africana non è ancora uscita dagli spasmi della c.d “rivoluzione dei gelsomini” ed è scossa in profondità dalla crisi economica e dall’implosione della confinante Libia. Una somma di veleni che inevitabilmente si sono rovesciati sulla campagna elettorale per le presidenziali attualmente in corso (si vota il 15 settembre). In lizza ci sono ben 26 candidati ma la vera battaglia è ristretta tra i “modernisti” di Nidaa Tounés, gli islamisti (moderati?) di Ennahda più l’outsider Nabil Karoui, una sorta di Berlusconi tunisino che dalle sue televisioni ha scompagginato gli schemi tradizionali. Prontamente il miliardario populista è stato arrestato lo scorso 23 agosto per non precisati “reati fiscali” ma dalla sua cella rimane ancora candidato alla massima carica con in più l’aura del “martire”.

Risultato: una campagna elettorale incredibilmente aspra e incerta con il rischio finale di una Tunisia ingovernabile. Una prospettiva inquietante per un Paese che negli anni si è trasformato in un bacino di reclutamento e sostegno per le formazioni terroristiche islamiste. Come ricorda Piero Messina su “Limes” (giugno 2019) il nostro vicino «ha fornito all’Isis il 17,5 per cento dei combattenti stranieri solo in Iraq e in Siria, oltre seimila persone. Ancora oggi, in Libia, i tunisini contribuiscono con il maggior numero di miliziani stranieri: circa 1500. Queste formazioni sono un pericolo non solo sul fronte di guerra e lo saranno ancor più in futuro. La grande incognita è cosa faranno come si comporteranno se e quando torneranno in Patria». Un “problemino”, piaccia o meno ai mestieranti di Palazzo Chigi e dintorni, che non possiamo ignorare.