C’era una volta il Fronte della Gioventù, ufficialmente l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale. In realtà l’Effedigi era uno stravagante quanto fertile laboratorio di confuse energie, una scheggia generazionale inquieta e turbolenta, un contenitore d’intelligenza organizzata, un intreccio d’orgoglio, velleitarismo, rabbia. Un crocevia di coraggio e simpatica follia. Un’isola d’allegra determinazione.

A controllare l’incontrollabile, il Partito aveva scelto un giovane bolognese annoiato e scettico. A lui — pover’uomo — toccava persino convocare due volte al mese i dirigenti nazionali —  l’Es. Naz. FdG — e sopportare un gruppo di matti che gli affliggevano il week end discutendo e litigando su temi per lui incomprensibili o semplicemente inutili. Il Segr. Naz. FdG ascoltava (o fingeva d’ascoltare) un po’tutti, annuiva e — dopo essersi sciroppato menate su Almirante, Rauti, Tatarella, Petronio, Niccolai e raffiche di riferimenti più o meno centrati a Gentile, Evola, De Benoist, Nietzsche, Faye, Tarchi e, talvolta, a Keynes, Cacciari, Lorenz o altre “stramberie” — mediava e pazientemente cercava la soluzione più consona ai desiderata del vertice.

Poi, alle 19.30 esatte, il segretario nazionale chiudeva la sede, ci salutava con una cortesia un po’ affettata e mezzo saluto romano (allora si usava…), si ripiegava nella sua Fiat 126 color aragosta — forse un preludio delle giacche del Formigoni nostro e “celeste” — e scompariva nel suo privato. Alle 19,31, evaporatosi il brav’uomo, sul marciapiede di via della Scrofa si allungava uno strano manipolo di ventenni: Almerigo, Marzio, Nicola, Riccardo, Maurizio, Flavia, Charlie, Gianni, Fabio, Gennaro, Angelo, Paoletta, io e gli altri “happy (?) few”. Inchiodati a (molti) dubbi e (poche) certezze, tutti — giusto per non perdere il vizio — riprendevano a discutere. A litigare. Di politica e, vista l’ora, anche di cucina e trattorie.

In quel piccolo mondo antico il “Pennellone” — ovvero l’algido Segr. Naz. Fdg — tutto digeriva e tanto subiva; l’importante era non disturbare i suoi orari, la sua tranquillità, la sua riservatezza. Insomma, Gianfranco era un bravo Cristo. Ammettiamolo. Con pazienza e assoluto scetticismo, sopportava i cortei per la Palestina e “l’Età dell’Intelligenza”, le liti tra Gasparri e Andriani, le eresie del FdG milanese, i rimproveri di Marzio, la militanza padovana, veronese e triestina; e ancora (in quel tempo lontano “er Batman” leggeva Topolino, Pacifici era bimbo e Bagnasco bussava alle porte curiali) inghiottiva — ignorandoli — gli inquieti sogni della comunità romana. E tante altre cose. Un vero santo.

L’unico che il “Pennellone” non riusciva a metabolizzare era un ragazzo di Sicilia: un giovane dirigente degli universitari di Catania, il nipote del mitico Nino Buttafuoco — uno dei simboli del vecchio MSI post bellico —, l’amico di Beppe Niccolai e Tom Staiti.

Sino allora il Segr. Naz. Fdg molto aveva accettato e compreso (anche gli insulti e le botte dei militanti), ma quel ragazzo di Leonforte infiammato di Futurismo, incravattato con i multicolori di De Pero e Balla, il giovane editore che stampava “La Conquete des Etoiles” di Filippo Tommaso Marinetti (un piccolo gioiello), quel siculo che in ogni riunione dell’Es. Naz. FdG interveniva proponendo musiche futuriste (assolutamente inascoltabili…), quel biondino di Enna che parlava di Sciascia, Nietzsche e del primo Battiato (quello per intenderci di “Up Patriots to Arms”, non dello sfigato che oggi fa il finto assessore a Palermo), quel Pietrangelo Buttafuoco no, no e ancora no.

Più volte davanti al fastidio dell’erede d’Almirante i dirigenti isolani del Fdg-Fuan-Msi Dn — per quanto divisi in correnti e simpatie i siciliani restano sempre siciliani e difendono cocciutamente dai continentali anche i loro rivali — tentarono di smussare gli angoli. Ma “Pennellone” rimase sempre inamovibile. Pietrangelo non lì piaceva. Messo alle strette un giorno ammise “non sopporto le sue cravatte”. Un problema d’eleganza.

Voyage au bout de la nuit

Perché questo lungo prologo?  Per raccontare di un vecchio amico (Pietrangelo Buttafuoco, off course…) e scrivere del suo ultimo libro (“Fuochi”). A differenza de “Le uova del drago”, di “Cabaret Voltaire” o di “Fimmini”, il lavoro pubblicato da Vallecchi — un editore degno e coraggioso — è una raccolta di cammei, di ritratti, di pensieri. D’inquietudini. Ma non solo, “Fuochi” è la narrazione impossibile di un percorso fascista, baldanzosamente fascista — il fascismo povero e “macro” di Berto Ricci e dei ragazzi del Guf, il fascismo orgoglioso dei campi di prigionia alleati e di Littoria, il fascismo immaginario di milioni di onesti che per decenni hanno barrato la Fiamma sulla scheda —  tra le ombre e le illusioni della seconda repubblica. Per chi vuole comprendere il passato prossimo e il futuro semplice di questa Patria senza più onore “Fuochi” è un libro importante.

Ma andiamo per ordine. Tra amici è buona regola essere sinceri e dunque iniziamo con la parte del libro che meno mi convince, ovvero i pezzi dedicati alla Sicilia. Come già osservato in altre occasioni, l’amore di Pietrangelo verso la propria terra — un sentimento tragico e lacerante — offusca la sua scrittura, l’attorciglia e la rende raffinata ma astrusa, preziosa ma fine a se stessa. Un esempio bizzarro di neo marinismo, comprensibile in un amante del barocco della val di Noto come Buttafuoco, ma che rischia — e fu, appunto, il destino di Giambattista Marino, il seicentesco compositore de “L’Adone” — di spingere l’autore nel virtuosismo e nel leziosismo.

Ben diversi, per chiarezza e misura, i ritratti tratteggiati dal caustico corsivista de “Il Foglio”; con vera curiosità, un goccio di perfidia e senso autentico della Pietas, Buttafuoco racconta alcuni protagonisti del nostro inutile tempo. Ecco le sciabolate — eleganti ma efficaci come quelle inferte dal tenente D’Hubert all’ottuso Feraud ne “I duellanti” di Conrad — all’inutile Fabio Fazio, all’imbarazzante Gianni Riotta, ai progressisti d’ogni tempo e sfumatura. Ma Pietrangelo — è giusto riconoscerlo — non maramaldeggia verso gli avversari di ieri. Verso i caduti dell’altro campo. Appendere a testa in giù i nemici sconfitti non è sua (nostra) abitudine.

Memore delle pire che i suoi antenati alzavano sulle spiagge nella Magna Grecia alla memoria dei nemici caduti, Buttafuoco non infierisce sul ricordo di Tiziano Terzani, sulle sue contraddizioni e i suoi tremendi abbagli come le antiche passioni per i gangster rossi cambogiani o le incredibili apologie al maoismo. Troppo facile, troppo vile. In poche righe, l’autore ricorda il giornalista toscano, la sua vita tormentata, la sua (tardiva) onestà intellettuale, il suo valore professionale ma, al tempo stesso, sottolinea la sua “leggerezza”, il suo volersi “sbiancare” in un orientalismo ingenuo, casareccio. Provinciale. Del resto, «l’orientalista non si veste da orientale, il latinista non si veste da antico romano, il grecista non si veste da Aristotele. Con la banalità antioccidentale non si fa orientalismo, ma nobile caricatura, più che orientalisti si fabbricano dei disorientati». Terzani (pace all’anima sua) rimane altra cosa da Renè Guenon, da Giuseppe Tucci o da Unger Khan.

Sulla stessa linea di mira Pietrangelo ripensa a Oriana Fallaci, mito bifronte. La signora del giornalismo italiano riuscì ad essere l’emblema del peggior sinistrismo e, qualche anno dopo, lo stendardo della destra più ottusa. Un record. Per Buttafuoco la Fallaci è semplicemente «il simbolo di quella destra che altro non è che una malattia senile della sinistra. Sono infatti tutti di sinistra quelli di destra, lei la prima. Sono di sinistra i Marcello Pera, i Paolo Guzzanti e anche i Magdi Allam. È così di sinistra la destra che il capofila dei teocom italiani, Christian Rocca da “Il Foglio” ne ha fatto una celebrazione in nome dell’antifascismo, della democrazia e del libertarismo… persino la Santanchè è a destra perché è di sinistra; la destra di Berlusconi, di George Bush e dell’esportazione della democrazia che garantisce la libertà di rendere il nostro Occidente ancor più cinico». Difficile non dargli ragione.

Le pagine più dense “Fuochi” le riserva però a Norberto Bobbio ed Eugenio Scalfari. Con sincero rispetto Buttafuoco racconta il suo incontro con il “padre” dell’azionismo, un confronto sereno sul “lungo viaggio” di Bobbio nel regime mussoliniano. Ormai anziano, il professore confessa all’ospite i suoi apprezzamenti giovanili, l’adesione (tiepida) al fascismo e i motivi del suo distacco: la subalternità alla Germania, l’inutile retorica dei gerarchi, quelle maledette leggi razziali. Ma il grande studioso rivela anche la sua insofferenza agli stilemi dell’antifascismo, per Bobbio la guerra partigiana era una guerra civile, Gentile meritava la lapide all’Università di Pisa e Mussolini aveva «tutti i caratteri di quello che Weber avrebbe potuto chiamare il “capo carismatico”. Il più giovane presidente del Consiglio che ci sia mai stato. I suoi discorsi erano secchi, rapidissimi, incisivi. Era aggressivo e rapiva la massa».

Ancor più inaspettato è il profilo — frutto di lunghi colloqui — che Pietrangelo traccia di Scalfari. La figura del fondatore di “Repubblica” intriga l’autore al punto da trasformarsi in esempio: «lui è che quello che io vorrei diventare da vecchio. È un generoso, un curioso, non sta mai fermo, viaggia, lavora, studia, ingaggia polemiche e non è un trombone perché non è un bollito di nessun brodo».  Buttafuoco è affascinato — e non lo nasconde, anzi — dall’eleganza culturale e dall’ironia colta e crepuscolare del vecchio illuminista. Una questione estetica, ma non solo. Con mestiere e garbo, lo scrittore ci rivela uno Scalfari angosciato dalla barbarie avanzante e dagli imbarbariti incombenti, un intellettuale inquieto e schifato dal dilagare di un’orda informe, quella gelatina umana dal vocabolario sempre più ristretto, capace solo di frasi fatte e slogan. Per il “direttore” «l’imbarbarito non modifica la scala valoriale, la deforma. E così con la nostra memoria e la geografia del moderno. Sporcano con il catrame le acque dell’arcipelago. Ovvero, le isole cui sono ridotte le immense distese di ciò che un tempo era il continente della modernità, uno spazio il cui tempo era circoscritto da quattro secoli, un destino il cui esito è l’incendio delle stelle danzanti di Zarathustra». Il viaggio interiore di Scalfari si conclude — irrisolto e irrisolvibile, poiché per lui non vi è nessuna verità una e ultima — nelle tempeste intraviste da Nietzsche. Il nihilismo avanza anche in largo Fochetti.

Quando la “casa del padre” brucia

“Sole che sorgi, libero e giocondo”. Il “Carmen saeculare” di Orazio, tradotto da Ettore Petrolini e musicato da Puccini ha accompagnato la mia (nostra) gioventù. A furia di ascoltarlo, cantarlo, ritmarlo ad ogni comizio, convegno, congresso del MSI-DN non riuscivo più a sopportarlo. Quando troppo è troppo. Da qualche tempo però mi scopro a riascoltarlo e a commuovermi.

Certo, “l’Inno a Roma” è la colonna sonora di un momento perduto (la giovinezza), un solido capolavoro musicale (Mameli e Novaro erano dei dilettanti maldestri) ma, soprattutto, “Roma divina” è l’unico canto possibile per l’Italia che volevamo: una Nazione seria, una comunità fondata — come l’antica Repubblica della nobilitas — su virtus, fortitudo, sapientia, gravitas e auctoritas. Un sistema valoriale chiaro su cui inverare i tempi della Politica: la modernità come sfida, la volontà di potenza come divisa, la giustizia sociale come dovere.

Questa è la Destra, quella la D maiuscola. Ma vi è di più. Per chi sa vedere oltre le categorie obsolete vi è altro: un filo sottile unisce “sentimento”, “immagine” e “idea del mondo”. Sulle “linee di vetta” tratteggiate da Evola e “le idee senza parole” di Spengler — come insegnano l’esperienza bonapartista e quella mussoliniana — possono innestarsi e saldarsi nuove energie e costruirsi sintesi vincenti e rivoluzionarie. Il fascismo ne è un esempio.

Pietrangelo lo sa bene e, fedele alla lezione di Berto Ricci e Beppe Niccolai, non trimpella in nostalgismi sterili e tantomeno traccheggia — riprendendo i crudi termini di Gabriele Adinolfi, un’altra intelligenza inquieta — nei tristi corridoi della “destra terminale”. In “Fuochi” lo scrittore narra invece, con dolorosa rabbia e giusta indignazione, lo smarrimento di un mondo e di una comunità politica e umana — plurale e litigiosa, onesta e visionaria — nello spettacolo spiacevole di questi ultimi anni.

“Sole che sorgi” per Buttafuoco è il canto del meriggio, dell’addio. Alla casa del padre e alle ossa degli antenati. Al passato remoto, prossimo e, forse, ad ogni futuro. Ecco allora le righe — pubblicate su “Il Foglio” e riprese nel libro — scritte all’indomani del successo di Alemanno a Roma. Al momento del tripudio sotto il Campidoglio Pietrangelo si sottrae dal coro, scende dal “carro dei vincitori” e osserva. Vede la gioia fanciullesca dei vecchi camerati, le incertezze e le cravatte larghe dei vittoriosi, gli sguardi avidi dei vecchi arnesi del “generone” romano. L’autore non ha dubbi, ancora una volta «cambiando tutto sono cambiati quelli che non dovevano cambiare mai».

Stretti tra l’hybris del Cavaliere e le troppe tentazioni di un potere provvisorio quanto confortevole e perverso, molti si sono persi o/e hanno abiurato — senza alcun motivo — il loro passato dignitoso. Buttafuoco non fa sconti a nessuno a cominciare dal sindaco di Roma «che per non fare la figura del fascio allo Strega ha ostentatamente votato Silvia Avallone piuttosto che Antonio Pennacchi», ma il suo cruccio e divertimento resta sempre il “Pennellone”, l’uomo «che ha gettato nel cesso della storia un mondo fatto di tre milioni d’italiani. È riuscito lui, con le sue cravatte sbagliate, a distruggere un partito che da Bolzano a Trapani aveva superato le persecuzioni, l’ostracismo e l’indifferenza». Ed ecco la domanda impossibile di Pietrangelo a Gianfranco Fini. «Segretario, lo hai fatto un bilancio? Sicuramente sì, l’avrà fatto. E si sarà detto, sottovoce, di aver perso l’asino con le carrube. Avrà fatto mente locale e capito di non avere la stima e il rispetto di tre milioni scaricati nelle fogne. E si sarà aggiustata, ben annodata al collo, la sua cravatta il cui colore è quello del cane in fuga, bandiera di un’ambizione stritolata». È sempre una questione d’eleganza.

Pietrangelo Buttafuoco

FUOCHI

Vallecchi, Firenze 2012

Ppgg. 235 -14,50 euro