Infiniti riferimenti culturali, politici ed umani relegati ad antiche “reliquie” da sbandierare a destra e sinistra. Fuochi fatui di passioni mai sopite, perennemente in auge. Declinazioni al presente di suggestive idee, vissute e rese possibili in epoche e contesti più o meno remoti. Uno sguardo rivolto ad un passato ingombrante, asfissiante.

Rivitalizzare la fiamma, per rendere la fiaccola ancora accesa nel momento del commiato. La destra giovanile italiana si dimena alla ricerca di una nuova evoluzione, stretta tra il presente e il passato.

E così, i laboratori politici del Fronte della Gioventù appaiono sempre più come uno sbiadito ricordo. L’”Andare oltre” di rautiana memoria, le battaglie ambientaliste di “Fare Futuro”, i campi “Hobbit” fucine di uomini e futuri dirigenti. Un mondo in continuo movimento. Si sceglieva di marciare per non marcire, di rivisitare orizzonti per non fossilizzarsi sulla solita iconografia da salotto. Rassicurante, intergenerazionale. Ma, alla fine della fiera, pericolosamente retorica e vuota.

Chi considera la politica come la vita, ovvero un continuo flusso in avanti, tende a non rinnegare né a restaurare. Chi nasce a destra compone puzzle dopo puzzle un mosaico personale di idee e valori. Senza dogmi né libricini rossi. È la forza delle idee che affondano le proprie radici nel secolo passato e, ancor prima nel risorgimento. Il viaggio a ritroso coinvolge l’amor patrio di Mazzini e la sua fiera opposizione all’invasore austriaco, lo stile retorico e avventuriero di D’Annunzio – sublimato a Fiume con i suoi legionari e le mille imprese – , gli eroi della prima guerra mondiale, Balbo e Berto Ricci, e poi ancora José Antonio e la sua Falange, Perón e i descamisados, Evola e Pound, Jünger e Corridoni. Ma non solo.

Anime diverse tra di loro, spesso in contrasto, patrimonio culturale dal quale intere generazione hanno attinto passione ed energia. Senza rinchiudersi in nessuna gabbia ideologica, nemmeno quando la destra “istituzionale” non capì il 68’ e decise di trincerarsi dietro alcuni impulsi securitari e “reazionari”.

E se l’anticomunismo profondo e viscerale riuniva una galassia tanto composita e variegata, caduto il muro di Berlino il collante rosso ha cessato di esistere. Oltre alle macerie, sul campo di battaglia sono rimasti martiri e idee. Dopo il piombo nulla. Solo l’eclissi del Movimento Sociale Italiano, la nascita di An e lo squagliamento nel PDL. Le lotte intestine tra i “giovani” di un tempo come arma di distruzione di destra.

Un comunità politica e umana dilaniata. Permane il ticchettio dell’orologio della storia che scandisce eventi e uomini, confermandosi giudice inesorabile. La bramosia di potere ha ottenebrato le menti, il nostalgismo e il passatismo hanno fatto il resto. La nuova generazione sembra essersi arenata. Molti, ormai, aspirano a diventare grigi burocrati, tutti uguali. Carrieristi con la camicia nera (magari da “esibire” a Predappio o nella festa di matrimonio del cugino), aziendalisti nel partitino creato su misura.

Una sorta di ghetto culturale creatosi con l’approssimarsi degli oneri di governo. Immagini stereotipate divenute realtà flirtando con il potere. Andare oltre dicevano. E invece, fuori dai luoghi comuni, resta una nuova generazione poco attratta dalla lettura, viziata e “corrotta” dal materialismo, dal politichese spinto, dal bon ton istituzionale. E, soprattutto, dall’omologazione.

Quando si coniavano slogan come “il domani appartiene a noi” nessuno osava immaginare la tormentata alba del giorno dopo. Si sognava, piuttosto, con le teorie “socialisteggianti” di Niccolai, si dibatteva delle teorie monetarie ed economiche di Accame. Il senso comunitario superava steccati e restrizioni, assenza di denari e discriminazioni. Mancavano le poltrone, non il valore.