Pubblicato nel 1961 e da allora letto e riletto da almeno tre generazioni, “Cavalcare la tigre” di Julius Evola è anzitutto una pietra di paragone, un fuoco di sbarramento che può attraversare solo chi ha giurato vendetta alla modernità ma, per una ragione o per un’altra, non è intenzionato ad abbandonarla, vedendo nel nichilismo anzitutto una sfida, una prova capace di rivelare un sistema di valori che non è né di ieri né di domani, appartenendo al mondo dell’Eterno. Ma cosa rimane dell’uomo differenziato, ora che la modernità si è estinta, cedendo il posto alla post-modernità?

I saggi raccolti in questo libro – di fatto, il primo studio esaustivo dedicato a uno dei libri più importanti di Evola, nonché esperimento intergenerazionale come pochi altri – provano a offrire una risposta, muovendosi in orizzonti nuovi e antichi al tempo stesso. Sempre con lo stesso proposito: cavalcare la tigre della modernità e della post-modernità per accedere a frutti non facilmente attingibili in altre epoche, con l’intento di risvegliare il senso della Storia, al culmine ipogeo del nostro ciclo, costringendo l’orizzonte del nichilismo europeo a sfociare nella trascendenza. Possiamo dire che “Tradizione e/o Nichilismo? Letture e ri-letture di Cavalcare la tigre” è un’opera che chiude il cerchio su “Cavalcare la tigre” a cavallo di due-tre generazioni. Filosofi ed intellettuali a confronto su di un testo che continua ad essere male interpretato, quanto studiato e letto.

La prima pubblicazione di “Tradizione e/o Nichilismo? Letture e ri-letture di Cavalcare la tigre” risale al 1988, edito dalle Edizioni Barbarossa, Collana Prospettive 2. curata da Maurizio Murelli ed a cura di Alessandra Colla, Carlo Terraciano e Omar Vecchio, con i contributi di “Arthos”, Titus Burckhardt, Franco Freda, Maurizio Murelli ed Adriano Romualdi. La nuova versione che vi proponiamo è arricchita dagli scritti di Alessandra Colla, Alexandr Dugin, Francesco Marotta, Andrea Scarabelli, Giovanni Sessa, Luca Siniscalco, Carlo Terracciano, Gianfranco de Turris e Omar Vecchio, l’introduzione è di Maurizio Murelli. Intende essere la chiusura del cerchio su uno dei saggi di Evola che più ha fatto discutere e pensare, dato alle stampe più volte a distanza di molti anni.

A confrontarsi su l’annosa questione dell’opera di Evola, troviamo non solo delle personalità della cultura italiana molto differenti fra loro per estrazione culturale, ma delle menti libere che in simbiosi si confrontano e provano a dare un senso all’antinomia interpretativa che caratterizza da sempre l’interpretazione del saggio evoliano. Dunque, abbiamo deciso di pubblicare lo scritto di Gianfranco de Turris, perché esprime in poche pagine l’intento del consesso letterario-culturale di “Tradizione e/o Nichilismo? Letture e ri-letture di Cavalcare la tigre”. Buona lettura!

 

 

IL LIBRO PROIBITO

di Gianfranco de Turris

 

Chi ha comprato di recente L’uomo a una dimensione alzi la mano. E chi ha letto da poco il Libretto Rosso, anche solo per documentarsi, faccia un cenno. Credo che si rimarrà delusi. Il saggio di Marcuse e il vademecum del presidente Mao, che venivano venduti come il pane negli anni della “contestazione” macinando ristampe e facendo guadagnare soldi a palate agli editori-compagni Einaudi e Feltrinelli, nessuno da un bel pezzo se li fila più, sono roba da modernariato, giacciono a impolverarsi negli scaffali degli ex sessantottini, ormai signori di una certa età che hanno intrapreso luminose carriere chi in politica, chi nel giornalismo, chi nell’università, chi nell’imprenditoria, dicendo addio ai sogni rivoluzionari. Insomma, entrambi hanno fatto il loro tempo, sono reliquie di un passato ideologico-culturale morto e sepolto: se ormai più di mezzo secolo fa sembravano essere guide per muoversi in un momento di crisi materiale e spirituale, opere che aprivano le menti e aiutavano a capire quel che stava accadendo con la rivolta delle nuove generazioni, adesso non dicono assolutamente più nulla a nessuno. E nessuno appunto più li compra, li legge, li cita, li porta come esempio. Amen, dunque.

Viceversa, un altro dei libri che ebbero il loro quarto d’ora di successo nel Sessantotto & dintorni, tanto da essere posto accanto ai due sopra citati, gode sempre di ottima salute: da quell’anno in poi vede susseguirsi non solo semplici ristampe, ma vere e proprie nuove edizioni, aggiornate e accresciute, dalla originaria di Scheiwiller alla odierna delle Mediterranee (le ultime sono del 2014 e del 2018). Viene dunque comprato, letto e citato da lettori che appartengono a nuove generazioni, cioè non soltanto a quella dei cosiddetti “reduci”. Ci riferiamo ovviamente a Cavalcare la tigre di Julius Evola che, proprio illustrando degli “orientamenti esistenziali per un’epoca della dissoluzione”, dato che quest’epoca non si è affatto chiusa ma continua, resta sempre – a quanto pare – una lettura illuminante e positiva sin dal momento della sua pubblicazione, che è appunto il 1961, diciamo sessant’anni fa. E sessant’anni sono abbastanza per trarre il bilancio su un libro, soprattutto se si tratta di un libro sempre vivo e attuale, mai caduto nell’oblio, che ha un suo pubblico costante, che si vende e ristampa sempre senza bisogno di alcuna pubblicità. Anzi, se una pubblicità esso ha avuto e qualche volta ancora ha, è al contrario negativa, come si dirà più avanti.

La ristampa aggiornata di Tradizione e/o nichilismo, edito originariamente nel 1988 da Barbarossa, ricorda   quindi un’opera che alla fine si è rivelata importante, significativa, ha lasciato una traccia, un segno. Nel suo piccolo, per così dire, Cavalcare la tigre lo è stato. Ma non solo nel suo piccolo. Come ha ricordato nel dettaglio Andrea Scarabelli (1), il saggio evoliano, pur essendo stato scritto intorno al 1951, uscì alla fine del 1961 e venne accolto assai malamente negli ambienti della intellighenzia progressista in cui il giovane editore Vanni Scheiwiller era più conosciuto ma, si badi, non tanto per il suo contenuto quanto semplicemente per la “cattiva fama” di cui l’autore godeva in tali ambienti. Insomma, una condanna aprioristica. A destra, come ho documentato nel mio Elogio e difesa di Julius Evola (2), la ricezione fu positiva almeno a livello pubblicistico, mentre a livello “partitico” il libro e il suo autore venivano accusati di proporre idee e atteggiamenti esistenziali che avrebbero distolto i giovani da una efficace vita politica, vale a dire militante, attivistica.

Era sicuramente un “libro pericoloso”, ma in modo del tutto particolare. Bisognava infatti capirlo, assimilarlo e non fraintenderlo: e, in caso di dubbi, per ben comprenderlo si doveva ricorrere alla “interpretazione autentica” come si suol dire, cioè alle parole del suo stesso autore. Evidentemente Evola si era reso conto di queste possibilità di fraintendimento e in una serie d’interviste, a domande specifiche e puntuali, aveva chiarito i lati che potevano risultare ambigui o problematici ad una lettura superficiale: quindi, per chi voleva delle spiegazioni e precisazioni, ce n’erano e a portata di mano, essendo le interviste pubblicate su riviste dell’area di destra (3). Quindi, volendo, non erano possibili equivoci.

Che iniziarono invece proprio con il Sessantotto, allorché il saggio, nonostante la sua corposità, venne considerato una specie di “manuale del contestatore di destra”, accanto a Marcuse e Mao per quelli di sinistra, e, come ormai si sa, suoi brani vennero letti insieme a quelli del filosofo tedesco- americano nelle aule universitarie delle prime occupazioni, quando ancora non vi era una contrapposizione frontale tra ragazzi di destra e di sinistra.

Chissà per quale motivo – forse solo per il semplice fatto di essere una lettura molto diffusa nella destra giovanile, universitaria e non – il libro assunse la pessima fama di essere l’opera che indusse certe “schegge impazzite” di quest’area politica al terrorismo: infatti, nessuno di coloro i quali si dettero alla lotta armata lo riteneva importante o lo lesse, come da testimonianze dirette inoppugnabili (Fioravanti, Concutelli), ed il suo autore risultava trattato addirittura con disprezzo (4) . Merito, se così si può dire, di questa interpretazione assurda e forzata, che alla fine risultò condizionante anche nei confronti di alcuni giudici istruttori (Paolo Signorelli mi fece vedere un elenco di domande fattogli pervenire da uno di essi, in cui si chiedeva tra l’altro come fosse stato influenzato appunto da Cavalcare la tigre…), furono in particolar modo due personaggi della sinistra culturale ormai scomparsi: Furio Jesi negli anni Settanta (5) e Franco Ferraresi negli anni Novanta (6), tralasciando una serie di loro epigoni…

Le loro interpretazioni faziose e piene di pregiudizi, che spesso si basavano su personali interpretazioni di quanto fornivano loro le azioni e le teorizzazioni di alcuni gruppi di una destra deviazionista, come i cosiddetti “nazi-maoisti” (peraltro criticati e condannati dallo stesso Evola), fecero testo e ancora oggi politici e giornalisti ignoranti, che si appoggiano soltanto sul sentito dire e mai hanno letto (e leggeranno) il libro, lo considerano l’opera che spinse alla lotta armata certi ragazzi della destra estrema ed il suo autore il loro “cattivo maestro”. Secondo una nota espressione, si costruì un “teorema” e poi si forzarono idee e fatti per farveli rientrare.

Son cose che farebbero ridere, se non si dovesse piangere di fronte all’ottusità e al pregiudizio di certa cultura italiana che ha prodotto danni senza fine. Da libro che per i politici di destra allontanava i ragazzi dalla militanza attiva, Cavalcare la tigre divenne quello che, verso la fine degli anni Settanta, li aveva portati sulla strada della eversione terroristica!

Viceversa è il libro che espone la posizione di un filosofo alla conclusione della sua esperienza di pensiero, un pensiero non soltanto astratto ma anche concreto, fattivo. Un pensiero che, come scrive Stefano Zecchi nella intro- duzione all’edizione corrente del libro, conduce il lettore verso un’etica della responsabilità, e, come hanno ricordato Gennaro Malgieri e Giandomenico Casalino durante il convegno organizzato per i cinquant’anni dalla prima edizione del saggio7, da un lato si può mettere benissimo accanto al Trattato del ribelle di Jünger, e dall’altro si presenta come una sorta di summa conclusiva della filosofia evoliana.

Quindi un “libro proibito” anche perché, come ricordato in molti dei saggi contenuti in questa nuova edizione di Tradizione e/o nichilismo, è “per tutti e per nessuno”, come quelli di Nietzsche, che non tutti possono capire a fondo e bene, che è possibile equivocare, pur se, a differenza del filosofo tedesco che non diede alcuna “interpretazione autentica”, Evola – è il caso di sottolinearlo fortemente – queste precisazioni le diede, dalla metà degli anni Sessanta al momento della morte.

Lo storico della filosofia Piero Di Vona lo ha paragonato al Manuale di Epitteto (8): in altre parole, il testo di uno stoico dei nostri tempi per confrontarsi e resistere alla società che ci circonda e alla sua degenerazione, un libro che fortifica lo spirito e propone risposte di fronte ai drammi e ai dilemmi del mondo moderno. Non certo il manuale di un guerrigliero urbano! E nemmeno le complesse analisi sociologiche post-marxiste della società industrializzata effettuata da Marcuse, o le frasi ad effetto e spesso enigmatiche del leader comunista cinese estratte dalle sue opere, del tutto decontestualizzate e applicate al mondo occidentale.

È quindi un libro che rimarrà nel tempo, che continuerà ad essere letto con regolarità quasi sotterraneamente, perché la situazione sociale, politica, filosofica, morale, esistenziale descritta sessant’anni fa non è certo cambiata in meglio, anzi si è aggravata, e chi vive in questa società del XXI secolo si trova a disagio senza capire bene il perché: ma come, con tutti i progressi tecnoscientifici, con tutti i benefici che ci procurano, perché dovremmo es- sere a disagio? Il problema è psicologico ed esistenziale, a parte ovviamente la crisi economica che ha coinvolto tutto l’Occidente dal 2008 e quella sa- nitaria, esplosa a inizio 2020.

L’ “epoca della dissoluzione” non si è conclusa. La tigre corre ancora senza freni. Bene o male Cavalcare la tigre ci offre una ricetta per molti versi ancora valida.

 

 

 

 

1 Cfr. Andrea Scarabelli, Julius Evola nell’editoria di Vanni Scheiwiller. Per un elogio del dissenso, in AA. VV., Julius Evola. Cinquant’anni di Cavalcare la tigre, a cura di Gianfranco de Turris, Controcorrente, Napoli 2013.

2 Cfr. Gianfranco de Turris, Elogio e difesa di Julius Evola. Il Barone e i terroristi, Edizioni Mediterranee, Roma 1997.

3 Tutte praticamente riunite nel mio vecchio Omaggio a Julius Evola (Volpe, Roma 1973), mentre le parti più significative e utili sono invece in appendice nelle correnti edizioni critiche di Cavalcare la tigre, a iniziare dalla prima, del 1995.

4 Anche qui si vedano i riferimenti contenuti nel citato Elogio e difesa di Julius Evola e nell’ultima edizione di Cavalcare la tigre, del 2009.

5 Cfr. Furio Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Milano 1979.

6 Cfr. Franco Ferraresi, Minacce alla democrazia: la destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra, Feltrinelli, Milano 1995.

7 Gli atti di quel convegno sono contenuti in AA. VV., Julius Evola. Cinquant’anni di Cavalcare la tigre, cit.

8 Cfr. Alfonso Piscitelli, Socrate, Marco Aurelio & Julius Evola. Intervista a Piero Di Vona, in «Futuro Presente», n. 6, primavera 1995.

 

Tradizione e/o Nichilismo? Letture e ri-letture di Cavalcare la tigre

Aga Editrice, 01/01/2020

Ppgg. 320, euro 28.00