Ha preso il via lunedì mattina, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli a Palermo, davanti ai giudici della Corte d’Assise, il processo sulla trattativa Stato-mafia. Un processo che è già “storico”.

Lo è, soprattutto, perchè riguarda uno dei più grandi misteri italiani degli ultimi vent’anni: l’esistenza di un “patto” tra Cosa Nostra e pezzi deviati dello Stato, stretto alla fine della sanguinosa stagione delle stragi, e con cui i boss avrebbero cercato di condizionare le decisioni del Governo per allentare le maglie del carcere duro e la pressione della lotta antimafia.

 

 

Sul banco degli imputati siedono boss ed esponenti delle istituzioni: gli ex capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà; il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca; Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito; l’ex senatore Marcello Dell’Utri e l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno.
Mancano, tra questi, i nomi dell’ex superlatitante Bernardo Provenzano e dell’ex ministro Calogero Mancino: la posizione dell’ex primula rossa di Cosa Nostra è stata stralciata di recente, in virtù delle perizie mediche disposte dai pm e che ne hanno stabilito l’incapacità di intendere e volere e dunque di prendere parte al processo. Quanto a Mannino, la scelta del rito abbreviato comporta per lui lo svolgimento di un processo a parte.

 

Tra le figure “chiave” del processo, Massimo Ciancimino, personaggio che gli stessi pm definiscono “controverso”: deve rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. E’ accusato, invece, di falsa testimonianza l’ex ministro Mancino, mentre tutti gli altri devono rispondere di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato.

 

Secondo l’accusa, sostenuta dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, la genesi della trattativa risalirebbe addirittura agli esiti del maxiprocesso: da allora le cosche avrebbero reagito con una serie di attentati e omicidi prima (tra cui quello dell’eurodeputato Dc Salvo Lima) e con le stragi del ’92 e ’93 poi. Una escalation di violenza che sarebbe stata usata per ricattare il potere politico. A questo sarebbe servita, infatti, la cosiddetta “trattativa”: in cambio della fine della stagione di fuoco (ed è la storia del cosiddetto “papello”) i boss avrebbero chiesto una serie di condizioni tra cui l’allentamento del 41 bis. Cosa che secondo l’accusa avrebbero ottenuto (nel 1993 lo Stato revocò il carcere duro a oltre 300 detenuti mafiosi).

 

I giudici della Corte d’Assise, presieduta da Alfredo Montalto, hanno subito rinviato l’udienza a venerdì prossimo, 31 maggio, accogliendo una richiesta dell’accusa e dei difensori degli imputati che hanno chiesto un termine prima di esprimere il proprio parere sulle numerose domande di costituzione di parte civile. Un elenco lunghissimo, infatti: hanno presentato richiesta anche la Regione Toscana ed il comune di Firenze, l’associazione Vittime di via Georgofili, le associazioni AddioPizzo, Libera, Giuristi democratici, ma anche Salvatore Borsellino ed i familiari di Salvo Lima, eurodeputato della Dc. Si erano già costituite la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione siciliana, il Comune di Palermo e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro.

 

I giudici dovranno poi decidere se ammettere i 178 testimoni citati dalla Procura: tra loro anche il presidente del Senato Piero Grasso e il il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il Capo dello Stato, comunque, non sarà chiamato a rispondere sulle conversazioni intercettate tra lui e l’ex ministro Mancino, al centro del conflitto di attribuzione sollevato proprio da Napolitano e in virtù del quale le intercettazioni sono state distrutte.

 

Il processo si è aprerto in un’altra delle giornate “simbolo” della lotta contro la mafia, il 27 maggio, ventesimo anniversario della strage mafiosa di via dei Georgofili che a Firenze fece 5 vittime. Mentre fuori dai cancelli del carcere Pagliarelli campeggia da stamani uno striscione con il nome di Agnese Borsellino, la vedova di Paolo Borsellino, che fino alla morte ha chiesto giustizia e verità per la morte di suo marito. Un giudice che, secondo i pm, sarebbe stato eliminato anche perchè sapeva della trattativa, scoperta poco prima di lui da Falcone.