Nella sala del Bronzino, all’interno di un Quirinale più blindato che mai e circondato da cronisti e curiosi, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sta testimoniando davanti alla Corte d’assise di Palermo nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Presenti non soltanto i giudici, ma anche gli avvocati difensori degli imputati e le parti civili.

 

Nelle sale damascate della sede del Capo dello Stato c’è il procuratore reggente Leonardo Agueci, che però non ha facoltà di formulare quesiti, sono presenti gli avvocati dei boss Totò Riina e Leoluca Bagarella, dell’ex ministro Nicola Mancino, dell’ex senatore Marcello dell’Utri e dell’ex direttore del Sisde Mario Mori. La necessità della deposizione di Napolitano era stata ribadita dalla Corte nel corso dell’udienza del 25 settembre scorso, i giudici si erano pronunciati sulla richiesta da parte di alcuni avvocati di revocare la deposizione del capo dello Stato in virtù della lettera inviata dal Colle al collegio giudicante in cui il presidente della Repubblica spiegava di non avere nulla da aggiungere in merito all’oggetto del processo.

 

La testimonianza di oggi è fondamentale per la Procura di Palermo, per questo le ultime ore prima dell’appuntamento romano sono state febbrili, trascorse a limare nei minimi dettagli le domande che Vittorio Teresi, Antonino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene stanno porgendo a Napolitano. Molti punti interrogativi vertono sulla famosa lettera inviata nell’estate del 2012 dall’allora consigliere giuridico del Colle, Loris D’Ambrosio, a Napolitano. In quella missiva D’Ambrosio, morto nel luglio dello stesso anno a causa di un infarto, manifestava il timore di essere stato considerato “solo un ingenuo e utile scriba”, strumento per “indicibili accordi”. Paure riferite a “episodi” che andavano dal 1989 al 1993.  Tra i quesiti anche quelli relativi al documento, datato 20 luglio 1993, in cui il Sisde mettevano in guardia sull’intenzione della mafia di “ricavare nuove forme di trattativa” con lo Stato attraverso il “caos istituzionale” che sarebbe derivato da una ribellione della società civile “esasperata dal terrore degli attentati”. Si tratta del primo atto ufficiale dello Stato in cui compare la parola “trattativa”. L’intenzione di Cosa nostra, secondo il documento dei servizi segreti di allora, sarebbe stata quella di “ottenere forti sconti di pena nell’ambito di una più vasta e generale pacificazione sociale necessaria all’instaurazione del nuovo ordine costituzionale”. I servizi misero in guardia anche sul rischio attentati nei confronti dei presidenti di Camera e Senato di allora: Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini.

 

I magistrati probabilmente vogliono saper  da Napolitano se fosse a conoscenza dei possibili progetti di attentato nei suoi confronti in corso in quei concitati mesi e cosa sappia, in generale, di quei giorni dell’estate ’93. Nella storia del processo non sono mancate le dure contrapposizioni tra la procura e il Quirinale: a partire dalle intercettazioni delle telefonate in cui Mancino si lamenta con D’Ambrosio delle indagini portate avanti dalla procura di Palermo e chiede un interessamento del Colle, fino alle chiamate tra l’ex ministro e lo stesso Napolitano. Il contenuto di quei colloqui, ritenuto penalmente irrilevante, è stato distrutto a seguito di una sentenza della Corte costituzionale messa in moto da un conflitto d’attribuzione sollevato da Napolitano nei confronti della procura di Palermo. Episodi risalenti ai mesi a cavallo tra il 2011 e il 2012, su cui il capo dello Stato ha già detto di non avere nulla da dire.