Trieste. 26 ottobre 1954. Ore 12. Sotto una pioggia battente una folla enorme attende l’arrivo delle truppe italiane.  Dopo nove anni, cinque mesi e dieci giorni d’occupazione anglo-americana, la città si ricongiunge alla madrepatria. Una festa di popolo. Vera, gioiosa, intensa. Ma mentre i triestini festeggiano l’entrata dei soldati con le stellette, — «le prime truppe vittoriose che l’Italia schierava dal 1943, senza tutela straniera, con le proprie uniformi e la propria bandiera al vento (1) » —  dal molo Bersaglieri si stacca lentamente la fregata di Sua Maestà Britannica, l’HMS Whirlwind. Sulla plancia il generale Thomas Willoughy Winterton, l’ultimo comandante alleato del Territorio Libero di Trieste e principale responsabile della sanguinosa repressione anti italiana del novembre 1953.

La manovra lascia di stucco i collaboratori del generale Edmondo De Renzi, rappresentante ufficiale del governo italiano, che attende il proconsole di Londra nell’adiacente piazza Unità per la cerimonia ufficiale del passaggio dei poteri. Pochi ordini secchi e il Whirlwind s’allontana dalla banchina puntando la prua verso il mare aperto. Uno sgarbo diplomatico, inutile quanto plateale, a cui tentano di rimediare con qualche imbarazzo i pochi funzionari alleati rimasti, adducendo la causa dell’affrettata partenza al “cattivo tempo”. La manovra però non sfugge ai triestini che sino all’inverosimile assiepano le rive; mentre la nave con il suo illustre passeggero si allontana nel golfo, dal lungomare si leva un boato assordante di fischi, urla e insulti.

È l’addio di Trieste, nuovamente italiana, all’arcigno militare che dal 31 maggio 1951 governò con molta determinazione e poco stile il territorio giuliano. Al tempo stesso l’episodio segna — meglio d’ogni trattato — la conclusione agrodolce del ventennale confronto-scontro tra l’Impero Britannico e l’Italia.

Quel giorno, nell’angolo più settentrionale del Mediterraneo, su quell’Adriatico amarissimo cantato da D’Annunzio, terminava così  l’aspro contrasto politico, economico e — per un doloroso triennio, bellico — iniziato vent’anni prima per quella che allora sembrava una “piccola” questione coloniale tra un’Italia — prima troppo ambiziosa poi rovinosamente sconfitta, ma ancora non del tutto rassegnata —, e il declinante ma sempre potente Regno Unito.

Chi ha vinto, chi ha perduto il lungo duello? Nessuno dei duellanti. Certo. Ma vi è chi ha perso peggio, chi ha perso troppo. Chi ha perso tutto.

La Storia, beffarda come sempre, ha smentito ogni previsione. La Gran Bretagna da più di trent’anni ha dovuto cedere ogni pretesa di primazia sul patrio Stivale, ha abbandonato l’antico Mare nostrum e — con l’eccezione delle basi cipriote — si è abbarbicata sulle colonne d’Ercole; nel frattempo è diventata sempre più piccina, si è trasformata — con un radicale cambiamento culturale, sociale che ha sconvolto assetti solidificati da secoli, impoverito la sua economia e intaccato le stesse basi demografiche — da superpotenza mondiale, “la Britannia felix”,  in una nazione quasi “normale”.

Un destino annunciato sin dal marzo 1941, a Placenta Bay, nelle fredde acque di Terranova. Rinunciando ad un’impossibile primizia mondiale, Winston Churchill definì con Roosevelt l’accordo “Affitti e Prestiti”, ovvero la svendita dell’edificio imperiale in cambio di armi, navi e petrolio. Da allora, abbandonati i possedimenti e gli investimenti oltremare, smantellate le basi e gli arsenali, ammainate tutte le bandiere ad oriente di Gibilterra, la storia della Gran Bretagna è quella — talvolta dignitosa, spesso controversa, sempre dolorosa —, di una lenta ritirata. Un tramonto interrotto da pochi lampi — la Malesia, il Borneo, la guerra delle Faklands/Malvinas —, frettolosi abbandoni — la Palestina, Il Raj indiano, Suez, i domini africani, il Golfo Persico, Aden —, e tante rese. Da Trieste — una delle più significative e maldigerite  — sino all’ultima, quella definitiva, che chiuse la secolare campagna britannica contro ogni tipo d’egemonia continentale: l’unificazione tedesca.

Sulla scena mondiale ai pragmatici eredi di Enrico VIII, della grande Elisabetta, di Cromwell rimane un ruolo prestigioso quanto minoritario, quello di “junior patner” degli USA, una sorta di “vigile scolta” del colosso americano in terra d’Europa. Non è detto che ne siano dispiaciuti.

 

1) Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra, “La gabbia infranta”, Laterza 2010, p. 248