I tunisini stanno già tirando su i 160 chilometri di muro che alla fine dell’anno sigilleranno la frontiera libica. Le forze speciali francesi e quelle algerine operano da mesi nel sud della Libia per intercettare e annientare i gruppi jihadisti.
L’Egitto è già intervenuto contro lo Stato islamico e appoggia attivamente le forze del governo di Tobruk impegnate contro le milizie islamiste di Tripoli. Noi invece, nonostante la comune condizione di nazione confinante, via mare, con la Libia e con i territori dello Stato islamico, aspettiamo il permesso dell’Onu. Se e quando lo riceveremo ci metteremo alla testa della missione europea contro i trafficanti di uomini. Anche ad esser ottimisti, però, nulla si concretizzerà prima della fine dell’estate.

Eppure, più passano i giorni, più la Libia rischia di diventare il nostro Afghanistan. Un Afghanistan alle porte di casa dove lo Stato islamico e i suoi compari possono agevolmente colpire i nostri interessi strategici. Oppure, come fecero ai danni dell’America Osama Bin Laden e Al Qaida, pianificare un 11 settembre destinato questa volta a colpire l’Italia e il Vaticano.

Tripoli e la fascia costiera libica – dal confine tunisino fino a Bengasi – è nelle mani di una coalizione islamista dominata dai Fratelli musulmani e appoggiata a livello internazionale da Qatar e Turchia. Sui territori di questa coalizione si muove, come nell’Afghanistan dei talebani, il peggio del terrorismo internazionale. Molti esponenti o sostenitori della «coalizione islamista» al potere a Tripoli sono reduci del Gruppo islamico combattente libico, la cellula di Al Qaida attiva in Libia agli inizi del 2000. Lo Stato islamico, dopo aver preso il controllo di Derna e Sirte, ha sbaragliato le forze di Misurata attorno a Sirte ed è avanzato verso ovest per un centinaio di chilometri. I suoi militanti oltre ad aver messo a segno più di un’operazione nel cuore di Tripoli controllano un centro d’addestramento alla periferia di Sabratah, a poche decine di chilometri dal luogo in cui sono stati rapiti i quattro tecnici italiani. A Sabratah si sono addestrati – secondo l’intelligence tunisina – i terroristi responsabili delle stragi al Museo del Bardo e sulle spiagge di Soussa. E in Libia opera una buona parte dei tremila affiliati tunisini che combattono sotto le bandiere del Califfato.

Il complesso di Mellitah, alla cui manutenzione lavoravano i quattro tecnici della Bonatti e dove confluiscono il greggio e il petrolio estratti a Wafa e quelli dei pozzi off shore di Bahr Essalam, è il fulcro della produzione dell’Eni. L’impianto – terminato nel 2005 e costato più di sette miliardi di euro – è un assetto strategico progettato per garantire l’approvvigionamento energetico del nostro Paese e la commercializzazione del greggio dell’Eni. Il campo d’addestramento gestito dallo Stato islamico alla periferia di Sabratah, poco più di 25 chilometri a ovest di Mellitah è il naturale punto di pianificazione e partenza per un attacco terroristico all’impianto. La distruzione di Mellitah infliggerebbe un duro colpo all’Eni causando, oltre al danno miliardario, l’inevitabile chiusura di quel gasdotto Greenstream dove passa fino al 12,5% del gas consumato da noi italiani.
Le minacce all’Italia iniziano lo scorso febbraio. Subito dopo la conquista della città e del porto di Sirte, lo Stato islamico diffonde il video delle decapitazioni di 21 copti egiziani e lo chiude con le immagini delle onde del Mediterraneo arrossate di sangue. Una postilla altamente simbolica per farci capire che quell’orrore approderà presto anche da noi. A quella prima minaccia ne fanno seguito molte altre. L’Italia nel suo triplice ruolo di ex-potenza coloniale, sede del Vaticano e capofila dell’imminente missione internazionale rappresenta l’obbiettivo primario per lo Stato islamico e i principali gruppi jihadisti. Fino ad oggi, stando alle trasmissioni captate dalle nostre navi militari nel golfo di Sirte, l’unica minaccia concreta arriva dal possibile utilizzo di un barchino esplosivo per colpire le imbarcazioni impegnate nella raccolta di profughi alla deriva nel Mediterraneo. Altri allarmi d’intelligence hanno riguardato il possibile e temuto sequestro di uno dei tanti pescherecci di Mazara del Vallo che fino alla scorsa primavera continuavano ad operare nel Golfo della Sirte. Le ambizioni dello Stato islamico, secondo molti analisti d’intelligence, si spingono però molto più in là. Colpendo Roma o il Vaticano il Califfato infliggerebbe un duro colpo non solo alla nazione considerata la naturale «madrina» della Libia, ma anche quella Chiesa diventata l’unico vero argine, almeno sul piano religioso e ideale, all’espansione dell’islam. Per questo un 11 settembre italiano è diventato il sogno del Califfato e l’incubo della nostra intelligence.

 

Il Giornale, 21 luglio 2015