I fatti, in breve, secondo la stampa. In una scuola elementare di Salerno, un gruppo di ragazzini sottopone i compagni a una quotidiana, reiterata serie di umilianti angherie, tanto da configurare quel fenomeno oggi noto col nome di bullismo. Nessuno degli autori delle violenze fisiche e morali, data l’ età, è imputabile penalmente. La locale Procura, dopo indagini evidentemente conseguenti a denuncia o querela, rinvia a giudizio la Dirigente e quattro maestre, per aver consentito i maltrattamenti omettendo il doveroso intervento. Del caso specifico si occuperà dunque il locale Tribunale. A noi interessa in questa sede non l’episodio in se stesso – uno dei tanti del genere – ma quale fatto emblematico di una fenomenologia instauratasi nella scuola italiana da tempo, la quale presenta una molteplicità di cause e di aspetti.
In linea di massima – naturalmente con lodevoli eccezioni – la reazione di un Dirigente e di un consiglio di classe rispetto a fatti del genere è quella del Conte zio di fronte al Padre provinciale, riassunta nella famosa frase che qui fa da titolo.

Uno dei motivi è certamente riconducibile al concetto di scuola-azienda che ha emesso i primi vagiti con l’ Autonomia scolastca nel ’99 e trovato la sua apoteosi nella renziana legge 107. Se una scuola non è un’istituzione ma un’ impresa, essa entra in concorrenza con le altre scuole del comprensorio. È insomma un prodotto sul mercato, e si affida a strategie di vendita, concretate nel PTOF che definisce il brand, negli open day e in altre iniziative pubblicitarie. Ora, chi acquisterà mai una merce – scuola in cui avvengono quotidiane violenze? Essa rischia di rimanere invenduta, cioè, fuor di metafora, di subire un brusco calo di iscritti. Dunque negare i fatti, occultarli, minimizzarli, diventa un’ operazione di lealtà verso l’ impresa, e chi fa trapelare quanto avviene tra aule, laboratori, corridoi e bagni, rischia di essere tacciato di infedeltà aziendale ed egli pure bullizzato, questa volta dal Dirigente in veste di Amministratore Delegato e da altri docenti, quelli che hanno indossato la veste di quadri aziendali.


Si consideri poi, come concausa, la medicalizzazione da lungo tempo in atto nella scuola, per la quale l’alunno prevaricatore e violento non è un soggetto da trattare sul piano disciplinare, ma sofferente di una qualche sindrome per cui merita di essere affidato a un “tutor”, o a un “counselor” solitamente remunerato dai comuni di competenza, o da docenti che hanno fatto corsi specifici e sono impiegati nel cosiddetto “sportello”. Tutte iniziative di cui la singola scuola può ancora una volta fregiarsi come fattori di appetibilità sul mercato, ma che di solito non producono risultati che non siano i modesti benefit economici per gli operatori.


Infine non si devono tacere i residui e le risacche di veterosessantottismo con annesso sociologismo, per cui il bullizzato e il bullo “sono entrambi delle vittime” e di conseguenza la violenza va considerata come “sintomo di disagio” quando non una “richiesta di aiuto”.
Insomma sono molte le incrostazioni che favoriscono il perpetuarsi del fenomeno, di origini diverse ma del tutto convergenti nelle conseguenze che producono. Il recente cambio di guardia alla direzione del Ministero dell’istruzione non sembra il più adatto – per usare un generoso eufemismo – a favorire un sia pur modesto cambio di passo. E così il “troncare e sopire” resterà una comoda soluzione, fino all’intervento del Procuratore di turno.