Le conclusioni sono già state scritte. Il difficile sarà farle firmare. A prima vista la firma più difficile da strappare sarà quella del premier di Tripoli Fayez al Serraj.

Per capirlo basta il passaggio della presunta bozza finale della Conferenza di Berlino, fatta circolare dall’agenzia russa Tass, che annuncia «l’istituzione di un Consiglio di presidenza funzionante e la formazione di un governo libico unico, unificato, inclusivo ed efficace approvato dalla Camera dei Rappresentanti».

Certo la bozza può essere inesatta o non essere quella finale. Se però lo fosse, e fin qui nessuno l’ha smentita, chiedere a Serraj di sottoscriverla sarebbe come chiedere al tacchino di accomodarsi nel forno. Istituire un Consiglio di Presidenza funzionante significa constatare l’inutilità di quello presieduto dallo stesso Serraj e creare i presupposti per insediarne uno nuovo. Dar vita ad un «governo libico unico, unificato, inclusivo ed efficace approvato dalla Camera dei rappresentanti» significa voler far piazza pulita dei ministri di Tripoli e nominarne di nuovi con il consenso delle forze fedeli ad Haftar e con la fiducia di quel parlamento in esilio a Tobruk controllato in larga parte dal generale.

Quanto basta per mettere in allarme il presidente turco Recep Tayyp Erdogan preoccupato che Berlino si riveli un trappolone per sottrargli il controllo di un esecutivo di Tripoli nato sotto l’egida dell’Onu, ma trasformato dagli aiuti militari turchi in un governo fantoccio di Ankara. Una sibillina lettera di Erdogan al sito «Politico» non esita a ricordare che se il governo di Tripoli dovesse cadere «le organizzazioni terroristiche come Isis e Al Qaeda sconfitte in Siria e in Iraq, troveranno terreno fertile per rimettersi in piedi» mentre «violenza e instabilità alimenteranno l’immigrazione irregolare verso l’Europa». Avvertimenti che suonano come minacce visti gli ambigui trascorsi della Turchia nei rapporti con Al Qaida ed Isis e la disinvoltura con cui Erdogan ha usato l’arma dell’immigrazione per ricattare l’Europa.

Ma rendere ancor più accidentato il percorso della Conferenza è la consapevolezza che un eventuale soluzione non può più riguardare soltanto la Libia, ma l’intero bacino del Mediterraneo. Il blocco dei terminali petroliferi ordinato da Haftar alla vigilia della partenza per Berlino è di fatto la reazione indotta da alleati come Egitto, Israele, Cipro e Grecia all’annuncio con cui il 16 gennaio Erdogan ha dato il via libera alle prospezioni per la ricerca di gas attorno a Cipro.

Un annuncio conseguenza di quell’accordo turco-libico con cui Erdogan ha trasformato l’intero Mediterraneo orientale in una sorta di zona economica esclusiva sottoposta all’arbitrio di Ankara e Tripoli. Manovra particolarmente nociva per un’Italia che rischia non solo di dover rinunciare alle prospezioni affidate all’Eni da Cipro, ma anche ai giacimenti offshore già gestiti dall’Eni davanti alle coste libiche. Nonostante l’altissimo livello delle delegazioni che vedrà — gli Usa rappresentati dal segretario di Stato Mike Pompeo, la Russia dal presidente Vladimir Putin e l’Italia dal premier Giuseppe Conte e dal ministro degli Esteri Luigi di Maio — chiudere la partita di Berlino con un’intesa sarà tutt’altro che facile. Il tentativo di Angela Merkel di arrivare ad un faccia a faccia tra i nemici Serraj e Haftar si rivelerà probabilmente un’utopia. E vista l’aria che tira potrebbe persino saltare la partecipazione di uno dei due grandi contendenti libici.