L’ormai noto servizio de Le Iene, sui finanziamenti pubblici erogati ad un’associazione che si peritava di usarli per organizzare orge tra gay, é il termometro di un tema che rischia di restare sfumato sotto l’indignazione di facciata e la curiosità pecoreccia suscitata dal caso.

Il problema, a mio avviso, non é infatti la funzione dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), la cui stessa costituzione é sinonimo di irreversibile imbecillità collettiva, ed i cui operatori andrebbero meglio impiegati per scavare il carbone con le unghie in qualche miniera, dietro compenso di due pezzi quotidiani di pane raffermo e l’uso in concessione gratuita di un giaciglio di paglia riciclata.

E nemmeno é più o meno grave il fatto che i beneficiari della “manfrina” fossero degli erotomani omosessuali, benché difficilmente riesco ad immaginare che omertosi e conniventi canali di distrazione di fondi pubblici avrebbero mai potuto essere indirizzati a favore delle attività copulatorie di banali e superati scopatori eterosessuali.

No, il tema di base, che qui mi piace evidenziare, é la somma sporcizia che – immancabilmente – permea OGNI attività a carattere associazionistico che goda di finanziamenti pubblici.

É nota e pubblica la mia avversione per il sistema, vero cavallo di Troia (e pure di numerosi figli di questa) con cui il catto-comunismo nostrano si é fottuto, e si fotte, miliardi di euro ogni anno, destinandoli alle proprie casse ed alimentando le rispettive reti clientelari, protette dal patetico velo della carità pelosa, che muoverebbe camuffati marpioni ad occuparsi – con spirito solidaristico, ça va sans dire – degli ultimi, dei deboli, dei disadattati.

Al netto del ribrezzo antropologico che provo per i sacerdoti (in senso a-confessionale) di entrambe le chiese anzidette, che ahinoi costituiscono il vero portato esclusivo dell’Italia post bellica, voglio spiegare – spero in modo semplice – il mio pensiero.

Io credo che, soprattutto nella presente fase di inderogabile revisione della spesa pubblica, non ci si possa più permettere di alimentare dispersioni e malversazioni. E che il sistema diffuso delle associazioni finanziate sia un canale significativo di questo spreco.

La mia idea del necessario intervento pubblico a difesa di talune categorie (parlo di bisognosi veri, ovviamente, non quelli che con i soldi altrui si ingroppano in paillettes), é che lo Stato dovrebbe stabilire di cosa si debba occupare direttamente (ed il mio auspicio é che si tratti di una parte estremamente minoritaria di settori) e per il resto provveda a corrispondere dei voucher DIRETTAMENTE alle famiglie che necessitano di aiuti ed assistenze, perché queste possano scegliere e decidere in autonomia a chi rivolgersi per ottenere l’aiuto e le prestazioni necessarie, da pagare proprio con i voucher (o “buoni”, all’italiana) ricevuti dalla Pubblica Amministrazione.

Perché l’esistenza di corpi intermedi che si frappongono tra il richiedente ed il fornitore del servizio, e che incassano il denaro dallo Stato nella più parte dei casi senza rendicontarne l’uso se non in modo artificiale e surrettizio, determina – di fatto – una ingiustificata maggiorazione dei costi sostenuti dalla collettività ed un filtro impenetrabile alla necessaria trasparenza.

Intendiamoci, ho grande rispetto per l’associazionismo autentico; che é quello che si regge da solo, trovando in proprio contribuzioni e finanziamenti privati erogati da chi autenticamente é coinvolto dalla serietà dei progetti proposti. Perché la solidarietà, quando è un fatto privato, è cosa vera e meritevole. Ma non possiamo nasconderci che questa sia la fetta più piccola della torta.

La gran parte, purtroppo, é costituita da sedicenti associazioni volontarie che si vestono di scopi apparentemente indiscutibili (???) e commoventi, quali il recupero del tossico, la solidarietà all’omosessuale, l’accoglienza all’immigrato, il reintegro del galeotto, l’assistenza alla ragazza madre, la solidarietà al padre separato, la comprensione al figlio con la pagella brutta, la difesa della foca monaca e via discorrendo, sino alla battaglia contro le ludopatie, che segnalo alla vostra attenzione come prepotente new-entry nel mercato dell’arraffo di Stato.

É ora – ben venga il caso dell’UNAR – di dire le cose come stanno: al netto della sprovveduta (e forse imperdonabile) ingenuità dei tanti che vi collaborano in buona fede, queste “robe” sono tutte, tutte, tutte, tutte inventate da gente e da organizzazioni il cui unico scopo é accaparrare denaro pubblico (cioè le mie e le vostre tasse, che altro denaro pubblico non ne esiste) per sistemare sé stessi, i propri accoliti, e mantenere i bisognosi in costante condizione di subalterna dipendenza. E molto spesso la politica che “eroga” é direttamente interessata a garantirsi il voto di scambio, o la “mezza” sui contributi, quando non le due cose insieme, eludendo – nel nome della solidarietà – i sopraggiunti divieti al finanziamento pubblico.

Forse, al pari dell’informazione sui malintenzionati che – fingendosi tecnici inviati a controllare il contatore del gas – si intrufolano nelle case degli anziani per sottrarre loro beni e quattrini, non sarebbe male sviluppare una campagna di “Pubblicità Progresso” per avvisare la gente che, quando qualcuno ci si propone con la formula “io mi occupo del sociale”, nove volte virgola qualcosa su dieci si tratta di un ciarlatano che sulla società ci specula.

Da 70 anni il sistema funziona (???) così; e a consuntivo, non vi è chi non veda quante risorse siano state sprecate e si sprechino, e quanto a nulla siano servite per risolvere i problemi degli “assistiti”.

Non varrebbe la pena di “provarla diversa”?