Continua la dura repressione di Erdogan. Ancora arresti in Turchia contro sospetti affiliati alla rete di Fethullah Gulen, che Ankara accusa di aver organizzato il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. Le procure turche hanno emesso almeno circa ottocento mandati d’arresto. I provvedimenti fortemente restrittivi delle libertà personali, secondo Anadolu, riguardano supposti infiltrati e traditori nell’esercito, nelle forze di polizia e nel ministero di Giustizia. L’operazione è coordinata dai magistrati della capitale e prende di mira oltre quattrocento persone accusate di aver reso irregolari gli esami del 2009 per agenti di polizia, che permettevano l’accesso agli incarichi di commissariali. Le domande sarebbero state rese note in anticipo per favorire l’infiltrazione tra i vertici della polizia di agenti legati a Gulen. Blitz per cercare di arrestare i sospetti sono in corso in 67 province. Altri raid vengono condotti in tutto il Paese, da Smirne sulla costa egea ad Adana su quella mediterranea. Tra i ricercati ci sono anche decine di militari tuttora in servizio.

Dal fallito putsch, decine di migliaia di persone sono state arrestate e oltre 140 mila licenziate o sospese dalle pubbliche amministrazioni nelle più grandi purghe della storia contemporanea della Turchia. Si è tenuta inoltre una nuova udienza a Istanbul nel processo contro alcune delle figure di maggior spicco delle proteste di Gezi Park del 2013. Secondo la requisitoria presentata al tribunale di Silivri, la procura chiederà l’ergastolo aggravato, un 41 bis italiano, a carico dell’imprenditore, Osman Kavala, già in detenzione preventiva da più di due anni, con la grave accusa di aver tentato di rovesciare il governo di Recep Tayyip Erdogan, finanziando le manifestazioni di piazza. L’accusa intende chiedere l’ergastolo anche per altri dei circa venti imputati complessivi tra intellettuali, scrittori, accademici, giornalisti, artisti e imprenditori, mentre sei di loro rischiano pene tra 15 e 20 anni. Per gli altri sette, processati in contumacia, è stato chiesto lo stralcio della posizione.

Il processo è stigmatizzato con preoccupazione da organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch. Sono previste numerosi ed ingenti manifestazioni di protesta davanti al tribunale. Nell’ultima udienza, nel gennaio scorso, il tribunale aveva infatti respinto per la seconda volta la richiesta di rilascio di Kavala, unico detenuto tra gli imputati, la cui liberazione era stata sollecitata anche dalla Corte europea dei diritti umani. Erdogan lo ha più volte attaccato personalmente, sostenendo che avrebbe legami con il “noto ebreo ungherese Soros”. Pochi giorni fa è giunta invece l’assoluzione in un altro processo contro una dissidente di spicco, la scrittrice Asli Erdogan, che oggi vive in auto-esilio in Germania. La Turchia, quando sta per trascorrere il primo ventennio del nuovo secolo e del nuovo millennio, certifica così la sua definitiva incompatibilità istituzionale, politica e culturale nei riguardi dell’Unione Europea.