Domanda: chi comanda a Tripoli? Risposta: capi jihadisti, predicatori e capi della Fratellanza Musulmana che, con l’aiuto di Recep Teyyp Erdogan, combattono il generale Khalifa Haftar e tengono in piedi il governo del premier Fayez Al Serraj.

C’è Salah Badi, il capo della milizia islamista al-Somoud promosso a responsabile dell’intelligence militare di Tripoli nonostante le sanzioni di Washington contro di lui. E c’è il Gran Muftì di Tripoli Al Sadiq Al Ghariani. Un tempo definiva sacrilega la battaglia contro lo Stato Islamico. Da quando Haftar è alle porte convive volentieri con Abdel Rauf Kara, il capo della milizia ultra-salafita a cui spetta la difesa di Tripoli e il controllo delle galere dove marciscono i militanti del Califfato. Ed entrambi pur di salvare Al Serraj sostengono Khalid al-Mishri il rappresentante della Fratellanza Musulmana, presidente dell’Alto Consiglio di Stato, già ospite della Conferenza di Palermo del novembre 2018.

Le posizioni di questi personaggi non sono una novità. Fin dal 2016, quando l’Italia traghettò Fayez Al Serraj a Tripoli, tutti erano consapevoli che le milizie a lui fedeli si collocavano in un arco ideologico oscillante dalle posizioni della Fratellanza Musulmana a quelle del Gruppo Islamico Combattente, la costola libica di Al Qaida promossa nel 2011 ad alleata della Nato. Ma la scelta era obbligata perché il controllo dei flussi migratori, come quello del gas e del petrolio Eni, si esercita solo da Tripoli. Allora, però l’Italia aveva l’appoggio degli Usa di Obama interessati a tenerci in gioco come potenza di riferimento per la Libia. E questo, grazie anche all’attivismo del ministro Marco Minniti allora detentore del dossier Libia, ci consentiva di tener a bada Serraj, i suoi infidi alleati e la Turchia.

Oggi fornire armi a Tripoli, come chiesto da Serraj, significherebbe non solo infrangere l’embargo Onu, ma trasformarci negli utili idioti di un Erdogan che in Libia persegue interessi assolutamente opposti ai nostri. E lo dimostra il trattato turco libico sul Mediterraneo che mette a rischio le prospezioni dell’Eni dalla Libia fino a Cipro. Ma le mosse di un Erdogan pronto a spingere Tripoli ai margini della tolleranza internazionale rischiano di rendere impossibile anche la gestione dei flussi migratori. Le dichiarazioni del Commissario Onu per i Diritti Umani che ieri ha definito la Libia «porto assolutamente non sicuro» potrebbero indurre l’attuale governo giallo-rosso, già prono ai dettami delle Ong, a rivedere la collaborazione con la Guardia Costiera libica. Per questo è urgente muoversi meno in Libia e più a livello internazionale cercando l’inserimento in quella morsa turco-russa pronta a monopolizzare i destini dell’ex colonia.

I piani di spartizione sono già iniziati. A Mosca gli inviati di Ankara preparano, da ieri, il vertice Erdogan-Putin dell’8 gennaio che mescolerà i destini della Libia a quelli siriani. Invece d’istituire, come proposto dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, un rappresentante speciale per la Libia che rischia di sminuire e confondere il ruolo del nostro ambasciatore a Tripoli e della nostra intelligence, l’Italia farebbe meglio a muoversi sull’asse Washington-Mosca. Con il Cremlino la sintonia sulla Libia risale ai tempi di Berlusconi. Agli Stati Uniti frastornati dal caos libico qualche suggerimento sull’ex-colonia possiamo ancora darlo. Ma per destreggiarsi tra un’America confusa e un Cremlino deciso ad assumere il ruolo guida in Libia ci sarebbe bisogno di un ministro degli Esteri degno di questo nome. E noi non è rimasto che Luigi Di Maio.