Recep Tayyp Erdogan, il padre-padrone della Turchia, è in affanno. Per la prima volta dal 2002 il suo potere sembra vacillare. Le elezioni politiche di domenica prossima si arroventano e gli istituti di sondaggio indipendenti danno l’Akp, il partito islamico di Erdogan, in forte calo, fra il 39 e il 44 per cento, contro il 50% alle politiche del 2011 e il 52 alle presidenziali del 2014, davanti al Chp di Kemal Kilicdaroglu al 26-28, al Mhp di Devlet Bsahceli al 15-18% e al Hdp, il partito curdo, fra il 9 e il 12%. Il voto per l’Hdp sarà decisivo. Se supererà il dieci, la soglia per entrare in Parlamento, il partito islamico entrerebbe il crisi.

L’Akp non otterrebbe i fatidici 330 seggi su 550, l’obiettivo fissato da Erdogan per imporre un’ulteriore svolta autoritaria. L’Akp potrebbe restare anche sotto la maggioranza di 276 voti ed essere costretto a coalizzarsi o passare all’opposizione.

Una prospettiva per il sultano semplicemente inaccettabile. Da qui l’allarme dello schieramento laico sulle possibili frodi nei seggi — una “specialità” degli islamici — e la previsione di “colpi bassi” alla vigilia del voto. Fra i timori più diffusi, vi è l’ipotesi di un blitz del presidente su Santa Sofia. La grande basilica cristiana ortodossa — trasformata in moschea dopo la caduta dell’impero bizantino e poi divenuta museo nazionale per ordine di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia laica e moderna — potrebbe venire improvvisamente riaperta al culto musulmano. Uno schiaffo alla Turchia occidentale e modernista e un omaggio avvelenato agli ultrà fondamentalisti, sempre più insofferenti delle residue regole kemaliste.