Tutti a casa! Ancora una volta è la commedia all’italiana, in questo caso il grande film di Luigi Comencini magistralmente interpretato da Alberto Sordi ed ambientato nello sfacelo dell’8 settembre, a fornirci la chiave di lettura di quello che sta succedendo sotto i nostri occhi.

Come sempre nelle penose vicende italiote farsa e tragedia si mescolano replicando il solito vecchio copione interpretato da macchiette, guitti, cialtroni e l’Italia al tempo del Coronavirus non poteva certo fare eccezione.

In circostanze difficili e drammatiche, mal governate da una classe dirigente incapace ed inadeguata, ha naturalmente prevalso l’eterno stereotipo dell’italiano pauroso e un po’ gaglioffo, quello che se ne frega di tutto e tutti tranne che di sé stesso, disposto a tutto, soprattutto a rinunciare alla dignità, pur di fare i propri miseri interessi.

E’ l’eterna e grottesca caricatura dell’arcitaliano impersonato da Alberto Sordi, che secondo Marcello Veneziani si nasconde in tutti gli abitanti dell’espressione geografica denominata “Italia” e che dovremmo uccidere dentro di noi per diventare finalmente una nazione seria.

Il folle ed irresponsabile comportamento della banda di dilettanti rintanati nelle stanze del potere ha riportato sotto i nostri occhi quella nazione allo sbando che Elena Aga Rossi e Renzo de Felice ci hanno efficacemente descritto.

E’ bastato far circolare, con superficialità criminale, la bozza di un raffazzonato e probabilmente inefficace decreto legge per provocare la fuga disordinata di migliaia di italioti da una temuta quarantena che poi non si è vista.

Gente che per tornare a qualsiasi costo al paesello natio non ha esitato a prendere d’assalto un treno intruppandosi volontariamente in un inevitabile incubatore del virus, incurante del fatto che così il contagio si diffonderà anche a casa, dove ancora non c’è e dove le cure saranno molto più complicate e difficili.

Niente di nuovo sotto il sole italico, naturalmente, a dimostrazione del fatto che se fare l’Italia è stato difficile, fare gli italiani è praticamente impossibile; racconta Alessandro Manzoni che durante la peste di Milano del 1630 nonostante le gride che proibivano di lasciare la città minacciando pene severissime, come la confisca delle case e dei patrimoni, molti nobili se la battevano indisturbati per andarsi a rifugiare nei loro possedimenti in campagna.

Ogni popolo ha la classe dirigente che si merita e il nostro, che per faciloneria ed ignoranza ha trasformato un’impresentabile ed improvvisata brigata di incapaci nel primo partito del paese, non può aspettarsi niente di meglio del penoso spettacolo che è sotto i nostri occhi.

Non è un caso se nei momenti difficili della loro storia gli Inglesi trovano un Churchill o una Thatcher che li tirano fuori dai guai rendendoli orgogliosi del loro paese e noi, invece, nel 1943 ci siamo ritrovati nelle mani di Badoglio ed oggi in quelle di una sua patetica caricatura assistita da un tizio uscito da un reality show.

Per fortuna non esiste solo la massa amorfa e acefala che scappa in treno o saccheggia i supermercati o si accalca nelle vie della movida milanese fregandosene del virus per seguire gli infelici appelli del sagace duo Beppe Sala/Nicola Zingaretti che in piena esplosione del contagio si sono preoccupati di rianimare la novella Milano da bere incitando i cittadini ad uscire, riunirsi e consumare Spritz e tramezzini sui Navigli come se niente fosse (anche su questo Manzoni ci ha già spiegato tutto).

A tutto questo da sempre fanno da contrappeso pochi Italiani seri e dignitosi, la minoranza silenziosa e responsabile che fa fino in fondo il suo dovere sacrificandosi personalmente senza risparmiarsi e rimediando ai disastri di chi comanda e di chi ha obbedito supinamente agli sciagurati ordini provenienti dall’Europa.

Questa volta sono i medici, investiti dalla enorme valanga dei contagiati, costretti a turni infernali in ospedali diventati un fronte di guerra dove, lontano dai riflettori, mettono in pericolo la loro stessa salute in strutture insufficienti e falcidiate da insensati tagli di spesa imposti da squallide politiche di bilancio per le quali non esistono cittadini da curare ma solo conti che devono tornare.

Salvo poi ritrovarsi come nelle migliori tradizioni italiote – vedi Cadorna dopo Caporetto – cornuti e mazziati perchè i veri colpevoli del disastro cercano di scaricare indegnamente su di loro le proprie responsabilità mettendoli ingiustamente alla berlina di fronte al mondo.

(A proposito, chissà se Giorgia Meloni e i suoi consiglieri economici si rendono conto che il finanziamento degli ospedali, la formazione dei medici rianimatori, l’allestimento dei reparti di terapia intensiva sono spesa corrente, quella cioè che loro vorrebbero continuare a tagliare per poter fare “investimenti”).

“Nemmeno l’ordine hanno saputo darci. Di ordini ne è arrivato un fottio, ma uno diverso dall’altro. Resistere ai tedeschi, non sparare sui tedeschi, non lasciarsi disarmare dai tedeschi, uccidere i tedeschi, autodisarmarsi, non cedere le armi’. E’ ancora l’8 settembre, descritto magistralmente da Beppe Fenoglio nel suo “Primavera di bellezza”, a fornirci il riferimento più adatto per inquadrare la tragicomica sceneggiata culminata con la surreale conferenza stampa arrangiata in tutta fretta alle tre di notte dopo la incredibile divulgazione delle bozze di un testo che mai avrebbe dovuto uscire prima di diventare efficace.

Situazione non molto diversa da quella in cui si era trovato Badoglio la sera dell’8 settembre dopo che Eisenhower, esasperato dalla sua patetica melina, aveva deciso di rendere pubblico l’armistizio già firmato di nascosto 5 giorni prima costringendolo a precipitarsi, con le valigie per la fuga già pronte, all’EIAR per leggere il famoso ed ambiguo comunicato della resa italiana dando il via al disfacimento dello stato.

Non è certo per caso se ci ritroviamo, probabilmente, con il peggior governo dai tempi di Badoglio che gestisce a modo suo una delle peggiori calamità nazionali dai tempi dell’armistizio. Difficile capire chi faccia più danni, se il Coronavirus o la pittoresca combriccola accampata (non si sa bene a quale titolo) a Palazzo Chigi.