Il 15 ottobre scorso, in un silenzio quasi tombale, avvilente, è caduto il 75° anniversario del martirio/sacrificio di Giovanni Gentile.  Su di lui, in questi tre quarti di secolo, si è scritto poco, enormemente di meno di quanto avrebbe meritato, e a lui solo fuggevolmente ha guardato o si è ispirata la destra, perduta ieri ed anche oggi dietro colpi ad effetto o scelte culturali, mai adeguatamente riprovate (la designazione di Armando Plebe, a nume tutelare dell’intero patrimonio ideale).

   Oltre a Gentile la mano “giustiziera” dei prodi gappisti, due mesi prima, aveva colpito il 64enne Pericle Ducati, già allievo di Edoardo Brizio e di un tale Giosuè Carducci. Appena trentaduenne, diviene titolare della cattedra di Archeologia nell’Università di Catania per passare nel 1916 a Torino e rientrare definitivamente 4 anni dopo nella natia Bologna, città in cui assume la guida del Museo civico.

   La sua bibliografia conta oltre 1000 titoli. In essi, accanto alle grandi opere di sintesi, come “Storia dell’arte etrusca”, “Storia dell’arte antica”, “Storia della ceramica greca”, si annoverano studi su singoli oggetti, il I volume (“I tempi antichi”) della “Storia di Bologna” ed ancora il tomo iniziale della serie della “Storia d’Italia”, diretta da Pietro Fedele, “L’Italia antica dalle prime civiltà alla morte di Cesare”. Cura numerose “voci” della “Enciclopedia Italiana”, contenute nei volumi II – V, VII – XI, XIII – XVIII, XX – XXIX, XXXI – XXXII, XXXIV – XXXV.

   Nel centinaio di articoli divulgativi, presentati in giornali e riviste, è stato scorto, evidente, lo sdoppiamento tra politico – propagandistico e meramente espositivo.

La miopia critica non accenna a spegnersi. Nel contributo biografico del “Dizionario degli Italiani” (vol. XLI, 1992), lo si accusa di avere furbescamente assicurato per tempo “la propria adesione” al fascismo, partecipando negli ultimi giorni del marzo 1925 al convegno bolognese sulla cultura del regime. Al termine dei lavori è approvato il “Manifesto degli intellettuali del fascismo”, steso da Gentile. Tra i sottoscrittori certi Salvatore Di Giacomo, Curzio Malaparte, Luigi Pirandello e Giuseppe Ungaretti. Aderiscono anche Goffredo Coppola ed appunto Pericle Ducati.

   In una pubblicazione, risalente allo scorso anno, Ducati, fin dalla giovinezza, è riconosciuto di “idee nazionaliste”.

   Dopo il voto del 25 luglio 1943 e la successiva firma del “glorioso” armistizio, avvenuta l’8 settembre, rinnova la fedeltà al fascismo ed aderisce alla Repubblica sociale. Componente del tribunale provinciale straordinario per la provincia di Firenze, il 16 febbraio 1944 ”nelle settimane di tensione che si ebbero a Bologna dopo le condanne a morte comminate dal tribunale speciale di guerra per l’uccisione di Eugenio Facchini (28 gennaio), fu “revolverato” per rappresaglia. Morì, per le ferite riportate, il 17 ottobre seguente a Cortina”.

   Accanto a questa ricostruzione asettica, burocratica e ovviamente acritica, in un’altra, con una brevità arida, senza enfasi sconcertante, si liquida così la vicenda: ”gravemente ferito, morirà in breve tempo” (appena 8 mesi !!).

   Ancora nel 2019 non mancano prove esplicite di insuperato livore e di irrisolvibile antitesi. A Torino, in occasione della XXXII edizione del Salone internazionale del libro, le “intelligenze belle ed intangibili”, ferree custodi dell’ortodossia democratica, si sono mobilitate per la presenza di un editore vicino a “Casa Pound”, intanto a Roma la fondazione “Gramsci” è stata impegnata nel riproporre una scrittrice polacca, autrice di romanzi di scuola sociorealistica. A Pisa, infine, è imminente lo svolgimento, a conclusione delle cerimonie per il 200° anniversario della morte di Marx, inarrivabile modello di umanità e di tolleranza, un’assise, dedicata alla necessità di rilanciarne e quindi riproporne in versione XXI secolo il pensiero.

   E pensare che da parte della destra classica, gelosa custode della propria storia, in una parola della destra identitaria nazionale e sociale, non sono mancate testimonianze serie ed equilibrate. Un esempio, ignorato dai più, è il commovente volume “Eugenio Facchini … Era mio padre”, scritto nel 2012 da Riccardo, figlio del segretario del Partito fascista repubblicano di Bologna, trucidato, come già accennato, il 28 gennaio con 5 colpi di pistola in un agguato dai soliti gappisti. Eugenio aveva 3 mesi ed il padre 32 anni.

  Speriamo che qualcuno a destra, ad ottobre, qualche “anima pia” si rammenti di Ducati!