“Uccidete Gheddafi”: l’ordine perentorio arrivò da Parigi. La certezza che nell’ottobre del 2011 sia stato personalmente il presidente Nicolas Sarkozy a comunicare ai vertici dei suoi servizi segreti la sentenza di morte non è possibile averla, ma certamente ricostruzioni, testimonianze, indagini, documenti e fatti individuano nei piani alti delle istituzioni di governo francesi la volontà di eliminare e far tacere per sempre il leader libico ormai sconfitto.

Di motivi per far fuori il regime di Tripoli la Francia ne aveva almeno due. L’intenzione del Rais di utilizzare le grandi riserve d’oro e d’argento per stampare il dinaro, come nuova moneta pan-africana che soppiantasse il Franco francese Cfa e il rapporto privilegiato con il governo italiano e la conseguente massiccia presenza dell’Eni nel Paese Nordafricano, per l’Eliseo erano argomenti più che sufficienti.  Eppure l’ostinazione con la quale Parigi cercò l’intervento militare in Libia trascinando con sé la Nato e una più che riluttante Italia rivela qualcosa di diverso. “Fui informato dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica che aerei francesi avevano violato il nostro spazio aereo e sorvolato parte del nostro territorio per raggiungere e bombardare la Libia” – ha recentemente rivelato, durante un’intervista televisiva, l’allora sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. Il riferimento è al primo attacco sul suolo libico del 19 marzo 2011 condotto da aerei Rafale e Mirage.

Sembrava un secolo, ma erano trascorsi circa quattro anni da quel dicembre 2007, quando Gheddafi in visita a Parigi era stato accolto con tutti gli onori. Il Rais, piantata la sua tenda beduina nei giardini dell’Hotel Marigny, a due passi dall’Eliseo, circondato dalle sue amazzoni, aveva firmato accordi e contratti con il governo francese, compreso quello per lo sviluppo del nucleare civile in Nord Africa. Ecco perché nel marzo del 2011 il voltafaccia della Francia lo aveva colto di sorpresa. Qualche giorno prima che si scatenasse l’intervento militare della Nato, intervistato dal giornalista italiano Fausto Biloslavo, il Colonnello rispondendo alla domanda su  cosa ne pensasse dell’atteggiamento durissimo di Nicolas Sarkozy affermava: “Ha un problema di disordine mentale”. E per sottolineare il concetto aveva cominciato a picchiare con l’indice sulla sua tempia. Poi Gheddafi, consapevole di essere stretto in un angolo, minacciò di rivelare al mondo informazioni e vicende che avrebbero inguaiato il presidente francese. 

Mesi dopo, nell’ottobre del 2011, il Rais è ormai sconfitto militarmente e in fuga. L’inizio della fine è l’intercettazione di una sua telefonata a Damasco, probabilmente nel tentativo di riparare all’ombra di Bashar al-Assad. La Nato sa che Gheddafi è asserragliato a Sirte, sua città natale, protetto da tribù a lui fedeli. La Siria deve essere sembrato un rifugio sicuro al Rais e al suo seguito. E così si organizza una colonna di fedelissimi. Oltre settanta mezzi carichi di soldati e miliziani partono da Sirte.

Il movimento non può sfuggire ai satelliti e ai droni dell’Alleanza atlantica e nemmeno agli 007 di Parigi che addestrano e guidano i gruppi d’insorti. L’attacco aereo di caccia francesi e, forse, di droni made in Usa, devasta la colonna seminando la strada di rottami e cadaveri carbonizzati. Gheddafi fugge verso sud con i veicoli ancora in grado di muoversi ma poco dopo, incalzato dal cielo dai Predator e dagli aerei con la coccarda bleu, blanc e rouge è costretto a rifugiarsi all’interno di un canale di scolo in cemento armato. I ricognitori seguono la scena e dal comando Nato le informazioni arrivano alle forze speciali transalpine sul campo che combattono mischiate ai ribelli del Cnt. Poi la storia, la possiamo rivedere nelle caotiche e crude immagini video di quel 20 ottobre del 2011 trasmesse in tutto il mondo.

Gheddafi viene scoperto, raggiunto dagli insorti, trascinato fuori a forza e pestato a sangue. L’eccitazione dei ribelli è all’acme. L’ex Rais è oltraggiato, addirittura sodomizzato con un bastone di legno e, sanguinante, issato sul cofano di un fuoristrada. Urla, spari in aria, ancora giù botte. Qualcuno vorrebbe ammazzarlo subito, altri propongono di portarlo vivo come trofeo a Misurata. Nel pieno dell’orgia di violenza, grida e rancori primordiali arriva qualcuno, un gruppo nuovo che non era presente alla cattura. Poi dei colpi d’arma da fuoco e il corpo del Colonnello resta senza vita per terra. Un primo imbarazzato comunicato del Consiglio nazionale di transizione riferisce che il dittatore libico è morto per le ferite riportate nel bombardamento, ma le immagini che nel frattempo ribalzano su tutti i canali televisivi e social non lasciano dubbi. Gheddafi, come confermerà l’autopsia, è stato giustiziato con due colpi di pistola sparati a bruciapelo all’addome e alla testa. Un’esecuzione vera e propria.  Nel retrobottega dell’operazione “Unified Protector” a supporto della cosiddetta “Primavera araba” in Libia  si era decisa ed eseguita la condanna a morte di Gheddafi.

Oggi, grazie ad alcune approfondite inchieste della stampa francese e alla luce delle indagini giudiziarie che a partire dal 2014 coinvolgono Nicolas Sarkozy si sta componendo il puzzle che rivela i retroscena e i protagonisti di quello che appare ormai come un inconfessabile intrigo internazionale. Un primo indizio utile per risalire a chi avrebbe avuto tutto l’interesse a tappare la bocca al Colonnello viene dal figlio di Gheddafi, Saif Al-Islam che nel corso di un’intervista a Euronews il 16 marzo 2011, nel pieno dell’attacco Nato alla Libia, era stato più esplicito del padre ed era sbottato: “Nicolas Sarkozy deve restituire i soldi”.

Il secondogenito del Rais non era un elemento come gli altri alla corte di Tripoli. Saif aveva studiato presso le università al-Fātaḥ e Imadec, si era perfezionato presso la London School of Economics and Political Science, dove aveva pure conseguito un dottorato nel 2008. Noto in tutte le capitali europee, era stato accolto a Washington e persino a Buckingham Palace. Era lui ad avere intessuto, a metà degli anni 2000, legami importanti e trattato affari miliardari con governi, banchieri e imprenditori. Di quali soldi parlava Saif Al-Islam?

La risposta è nella vicenda che balza agli onori delle cronache nel 2012, grazie ad uno scoop del sito francese di giornalismo investigativo Mediapart. Sempre nello stesso anno Abdallah Senoussi, cognato del Colonnello e capo dei servizi segreti interni, parla con il procuratore generale del Consiglio nazionale transitorio e rivela un passaggio di denaro da Tripoli a Parigi a cavallo tra il 2006 e il 2007 per finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy.  Dal quel reportage e dalle informazioni che arrivano dalla Libia, scaturisce l’indagine della magistratura transalpina che parte nel 2013. Figura chiave dell’affaire Sarkozy-Gheddafi è Moftah Missouri. Non un testimone qualunque, ma un diplomatico di primo piano del regime di Tripoli, poliglotta, responsabile del dossier Francia nel periodo in cui il clima dei rapporti con Parigi era sereno, e interprete durante gli incontri tra il Colonnello e l’inquilino dell’Eliseo.

La vicenda prende l’avvio il 6 ottobre del 2005. Nicolas Sarkozy, che non è ancora monsieur le Président ma il ministro dell’Interno in corsa per la presidenza della Repubblica,  vola a Tripoli per tessere la sua tela di rapporti politici internazionali. Al cospetto del Rais – ricorda Missouri – Sarkò fa cadere il discorso sulla sua candidatura e Gheddafi prontamente risponde: “Ti incoraggio e sono pronto ad aiutarti”.

Qualche tempo dopo, era già il 2006, il diplomatico libico legge nella stanza del dittatore la bozza della lettera di accordo per il finanziamento della campagna elettorale. Il documento, firmato dal capo dell’intelligence di Tripoli Moussa Kussa e indirizzato a Gheddafi, era la richiesta di stanziamento di 50 milioni di euro a beneficio del candidato all’Eliseo. Missouri ricorda che il dittatore decise di versare 20 milioni. Fin qui la ricostruzione dell’ambasciatore-interprete. L’indagine della magistratura ha permesso di accertare da chi fosse composta la filiera di personaggi coinvolti nell’operazione.         

Sarkozy viene fermato dalla polizia a Nanterre il 1° luglio del 2014 e accusato di corruzione, finanziamento illecito,  abuso d’ufficio, falso, riciclaggio e violazione del segreto istruttorio in Cassazione. L’ex presidente francese è coinvolto, insieme con una dozzina di persone, in un’inchiesta denominata “Bygmalion”, dal nome della società di comunicazione che lo ha seguito nella campagna elettorale del 2012 e che ha emesso fatture false a carico del suo partito, l’Ump. I magistrati contestano a Sarkò, tra l’altro, l’impiego durante la corsa all’Eliseo di venti milioni di euro in più rispetto al tetto di 22,5 milioni consentiti dalla legge e il tentativo di aver cercato di ottenere informazioni in merito all’inchiesta in corso sul finanziamento libico dal magistrato Gilbert Azibert.

Il materiale nelle mani degli inquirenti è scottante e rivela che l’intesa sul contributo di Gheddafi alla campagna elettorale del 2007 sarebbe stata raggiunta con Brice Hortefeux, già ministro delle Collettività territoriali, considerato molto vicino all’inquilino dell’Eliseo. Nell’ottobre del 2006,  Hortefeux e  il faccendiere e trafficante d’armi franco-libanese Ziad Takieddine, erano l’interfaccia francese dell’operazione. Per parte libica gli interlocutori erano, invece, Abdullah Senoussi e Bashir Saleh, presidente di Lap (Lybian Africa Investment Portfolio). E’ lo stesso Takieddine a chiamare in causa, durante le indagini, un altro stretto collaboratore di Sarkozy, Claude Guéant, direttore della campagna elettorale presidenziale. Guéant è uno stimato prefetto che seguirà passo passo il suo leader, prima nella veste di segretario generale dell’Eliseo poi, nel 2011, come ministro dell’Interno.

La ricostruzione degli eventi di Takieddine coincide sia con la tesi di Senoussi, sia con quanto riferisce Saif Al-Islam Gheddafi nel corso di un’intervista al quotidiano parigino Le Monde. Il figlio del Rais racconta di avere ricevuto una gustosa confidenza da Bashir Saleh, secondo il quale Guéant ricevette il denaro nel suo ufficio e, non riuscendo a chiudere le valigette strapiene di euro dovette montarci sopra per chiuderle.A stringere il cerchio intorno ai protagonisti dell’operazione, secondo Le Monde, ci sarebbero anche alcuni appunti dell’ex ministro del Petrolio di Gheddafi, Shukri Ghanem, trovato nel 2012 misteriosamente annegato a Vienna nelle acque del Danubio, che menzionano il finanziamento del Rais a Sarkozy.

Takieddine, nella sua testimonianza, rivela di avere personalmente consegnato 5 milioni di euro a Claude Guéant. Il denaro sarebbe stato raccolto in banconote da 200 e 500 euro trasportate in valigie argentate durante tre viaggi da Tripoli a Parigi tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007. Il braccio destro di Sarkò nel 2015, è stato posto sotto inchiesta per falso, frode fiscale e associazione per delinquere in relazione al noleggio, il 21 marzo 2007, di un’enorme cassaforte presso la Bnp e a un bonifico da 500mila euro apparso nei suoi conti nel 2008 da lui attribuito alla vendita di due quadri. Effettivamente, pur non volendo essere giustizialisti ad ogni costo, il rapporto con il denaro dell’ex collaboratore di Sarkozy è quanto meno bizzarro. Secondo la trasmissione d’inchiesta francese Cash Investigation, infatti, Guèant dal suo conto corrente ha ritirato soltanto 800 euro in nove anni, dal 2003 al 2012. Statisticamente l’ex ministro dell’Interno ha vissuto con 24 centesimi al giorno, nonostante siano stati riscontrati numerosi e costosi acquisti tutti, ovviamente, in contanti.

Le conseguenze della pervicace volontà francese di abbattere il regime di Tripoli ed eliminare Gheddafi sono oggi evidenti. La Libia è precipitata caos, si è aperta agli integralisti islamici di Daesh un’altra finestra sul Mediterraneo e si sono rotti gli argini che contenevano la pressione migratoria verso l’Europa. Ma Parigi, oltre a tappare la bocca al Rais ha ottenuto un altro risultato a lungo sperato, insidiare con la Total la preponderante presenza dell’Eni nel Paese Nordafricano.  Due terzi delle concessioni petrolifere nel 2011 erano appannaggio del “cane a sei zampe”, nel 2017 la capacità estrattiva dell’Eni in Libia ha raggiunto la quota record di 384mila barili al giorno. La Total però si sta facendo largo, grazie anche ai rapporti tra il governo francese e Haftar, acquistando il 16 per cento della concessione Waha della statunitense Marathon Oil, manovra che potrebbe portala a superare in pochi anni la produzione dell’Eni. Si è riaccesa, insomma, la rivalità con il “cugini” d’Oltralpe. E il recente tentativo di mediazione di Francia ed Emirati Arabi tra Serraj e Haftar è l’ennesimo episodio rivelatore della guerra politica e commerciale tra Roma e Parigi nella Libia del post-Gheddafi. Ma questa è un’altra storia.

Fonti:

“Sarkozy-Kadhafi, histoire secrète d’une trahison” – di Taher Dahech

Trasmissione televisiva “Cash Investigation”

Le Monde – Intervista a Saif Al-Islam Gheddafi

Peacelink, tematiche della pace

Sole 24 Ore del 20 marzo 2018

Il Giornale 22 marzo 2018

Sito www.mediapart.fr

   “Avec les compliments du Guide” – Fabrice Arfi e Karl Laske