Leggendo il bel libro di Charles Brandt “The Irishman”, basato sulle confessioni di Frank Sheerann , detto l’irlandese, uno dei ventisei uomini di maggior spicco della mafia secondo la lista stilata da Rudy Giuliani, da cui è stato tratto l’omonimo film di Martin Scorsese, sono incappato nella testimonianza del protagonista sullo sbarco delle truppe americane in Sicilia nel 1943.

Frank Sheeran faceva parte della “Divisione Killer” voluta e cosi denominata dal generale Patton che doveva distinguersi per spietatezza nei confronti del nemico: “Uccidere e continuare ad uccidere; più ne uccidiamo,meno dovremo ucciderne dopo.” Questo diceva il generale ed aggiungeva: ” se gli abitanti delle città insistevano a rimanere nelle vicinanze della battaglia ed erano nemici, avremmo dovuto sterminarli senza pietà e toglierli di mezzo.”

Frank Sheeran apprese gli insegnamenti del generale Patton, un eroe per gli americani, talmente bene che divenne uno dei più spietati sicari della mafia.

Frank è appena sbarcato  in Sicilia nel luglio del 1943 e racconta che “ tutti odiavano i cecchini. Entrambe le parti avevano cecchini e se uno veniva catturato, era giusto ammazzarlo sul posto. C’erano stati dei cecchini vicino al campo di aviazione fuori Biscari e parecchi americani erano stati colpiti. Quando circa quaranta italiani si erano arresi, nessuno poteva distinguere quali erano i cecchini, cosi li misero in riga e li fucilarono tutti. Poi un sergente aveva catturato circa trenta prigionieri e li aveva portati dietro le linee. Si era allontanato, aveva preso una mitragliatrice e li aveva uccisi.”

In effetti il capitano Compton, il 14 luglio 1943, aveva ordinato la fucilazione di una quarantina di prigionieri di guerra disarmati, due dei quali civili, dopo la battaglia per la conquista del campo di aviazione di Biscari, in Sicilia. In una diversa occasione, quello stesso giorno e dopo la stessa battaglia, il sergente Horace West aveva personalmente ucciso con una mitragliatrice 36 prigionieri di guerra disarmati.

Nel suo diario il generale Patton rivela che aveva cercato di coprire la strage e scrive :” ho suggerito di dire all’ufficiale di sostenere che gli uccisi erano cecchini o che avevano tentato la fuga…”

Ma un altro generale Omar Bradley non volle coprire la cosa e le sue indagini portarono all’accusa di omicidio per il capitano e per il sergente.

Il capitano Compton fu processato da una corte marziale ma venne assolto per avere eseguito le esplicite istruzioni impartite da Patton alla sua divisione, di sparare a sangue freddo sui prigionieri.

Il sergente West fu invece condannato all’ergastolo ma avendo compiuto lo stesso delitto del capitano venne immediatamente rilasciato e riprese i combattimenti con il grado di soldato semplice.

Quattro mesi dopo il suo proscioglimento il capitano Compton venne ucciso mentre si avvicinava ad alcuni soldati tedeschi che avevano alzato la bandiera bianca per ingannare il nemico.

Furono messi a tacere anche altri rapporti sulle atrocità commesse in Sicilia da soldati USA. Nel suo libro “General Patton: A Soldier’s life”, Stanley Hirschson, l’autore, cita un noto giornalista inglese di allora, che aveva assistito alla fucilazione di circa centoventi prigionieri, arrivati su due autobus ma aveva preferito non riferire l’episodio dopo che Patton gli aveva assicurato che avrebbe fermato quelle atrocità.

Nella strage compiuta da Compton fu ucciso anche Luz Long , campione di salto in lungo tedesco, grande amico di Jesse Owens, con cui partecipo ai Giochi Olimpici di Berlino nel 1936, dove fu medaglia d’argento.

Durante la competizione olimpica Long diede a Owens alcuni consigli utili che gli permisero di qualificarsi per la finale, che poi l’atleta nero americano vinse.

Della strage compiuta da West ci fu un solo superstite, l’aviere Giuseppe Giannola, che sopravvisse alla carneficina fingendosi morto. Riuscì quindi a scappare , fu rinvenuto da una pattuglia yankee su una jeep, che riconosciutolo come italiano cerco nuovamente di giustiziarlo; evidentemente non era la sua ora perché Giannola sopravvisse anche a questa seconda esecuzione e fu salvato dagli inglesi che lo ricoverarono in un loro ospedale militare.

Queste stragi sono state a lungo dimenticate , non essendo funzionali ad alcuna propaganda antifascista. Giuseppe Giannola rimane a lungo inascoltato, finché il procuratore militare di Padova nel 2004 apre un fascicolo aggiungendo il suo nome in un’inchiesta su un altro crimine di guerra consumato in quei luoghi. Nessun presidio, nessuna autorità nella ricorrenza di quei crimini, nessuna notizia.

Solo nel settembre del 2009 l’ultranovantenne Giannola viene ricevuto al Quirinale, nemmeno dal presidente Napolitano  ma dal suo consigliere militare , il generale Rolando Mosca Moschini. Nell’occasione della visita al Quirinale il quasi centenario Giannola chiede al Presidente di fare di tutto per individuare il luogo dove furono sepolti i suoi commilitoni e per far conoscere i nomi delle vittime, considerati fino ad allora dispersi o disertori,

Finalmente il 14 luglio 2012, sessantanove anni dopo la strage, nella località di Santo Pietro, viene scoperta una lapide con i nomi di tutti gli uccisi, settantadue italiani e quattro tedeschi, in una manifestazione organizzata dai comuni limitrofi.

Manifestazione solenne ma senza le autorità più alte della Repubblica. Queste ed altre atrocità compiute in Sicilia dalle truppe americane sono state dimenticate. Un oblio come atto di vera e propria sudditanza nei confronti dei nostri alleati. Ancora una volta assistiamo ad una discriminazione fra italiani, compiuta dalle forze politiche che hanno a cuore non la verità ma la strumentalizzazione della storia a fini di propaganda.