A tutti può capitare di comportarsi da stronzi: un giorno, anni fa, mi trovavo in un bar con un paio di amici, come me di idee destrorse , e la radio annunciò l’arresto di Enzo Tortora. Invece di registrare la notizia con un certo sgomento per la persona, uno dei due si avventurò in un commento insulso del genere “ lo sapevo io !” , e non sapeva proprio niente, però per un momento gli demmo retta. Credo che quelle parole non abbiano poi lasciato alcuna traccia su nessuno, come ogni chiacchiera da bar, ma nel mio animo ricordo ancora con rammarico quell’episodio.

Certo, a quell’epoca non si riusciva ancora a capire a quali abissi una certa magistratura potesse precipitare, anche se avremmo dovuto essere preparati, avendo vissuto l’epoca delle trame nere, con tutti gli scempi dei giudici rossi.

Ma siamo il paese di piazzale Loreto, e maramaldeggiare è un vezzo nazionale.

Perché quando un grande uomo decade, la prima molla che scatta è quella dell’invidia covata e nascosta e il ragionamento d’accusa segue una sua logica, “non siamo noi ad essere piccoli, era lui che barava per divenire grande!”.

Poi arrivano i saccenti , quelli che per tutto hanno una spiegazione, che ti dicono” che avremmo dovuto capirlo…era sotto gli occhi di tutti… se fosse stato per me!”.

E piovono monetine…

A Marco Pantani è accaduto la stessa cosa : osannato ed amato, di colpo un mattino di giugno 1999, viene estromesso dal Giro d’Italia, con ignominia, per doping. Per il campione di Cesenatico inizia una vertiginosa parabola discendente che lo porta alla morte il 14 febbraio del 2004, in un giorno d’inverno a Rimini, solo e disperato, in una stanza di un residence semivuoto.

Davide De Zan, valido e coraggioso giornalista sportivo, ha compiuto una meticolosa indagine sui momenti critici della vita di Pantani , su quel giorno di giugno a Cortina d’Ampezzo alla penultima tappa del Giro, quando la maglia rosa gli venne strappata per un ematocrito troppo alto, e sulle ultime ore prima di quel fatidico San Valentino del 2004.

L’opera di De Zan è uno appassionato resoconto di tutte le contraddizioni, i punti oscuri, i quesiti irrisolti, le incongruenze che costellano l’atto d’accusa contro il Pirata per doping e determinano la frettolosa sentenza di suicidio al momento del ritrovamento del suo corpo nel residence .

Troppo spesso in Italia, quando viene compiuto un delitto, e leggendo vi convincerete che di delitto si è trattato, le prime indagini sono contraddistinte da superficialità e inesperienza. Troppo spesso si costituisce subito una tesi preconcetta e tutto ciò che converge a rafforzarla viene accettato, tutto ciò che la smentisce rigettato. Così che, quando poi ci si rende conto che il colpevole non si trova, si spendono fior di soldi e di risorse pubbliche in perizie e controperizie per riavvolgere la matassa.

“Pantani è tornato” non è solo un libro-inchiesta, è soprattutto un grande atto di amicizia di Davide De Zan verso il suo amico Marco, a cui viene restituito l’onore e la doverosa memoria di inarrivabile campione.

L’amicizia oggi è merce rara, si trova solo tra gli Uomini, gli invidiosi ne stanno alla larga.

 

 

P.S. ho assistito alla presentazione del libro un sabato pomeriggio all’inaugurazione di un nuovo negozio a Milano, “L’Impero del Ciclismo”, fondato da due ragazzi, due amici, poco più che ventenni, che con coraggio sfidano la crisi e ci danno qualche speranza per un futuro migliore.

 

Davide De Zan

PANTANI È TORNATO

Il complotto, il delitto, l’onore

Piemme Editore, 2014

Ppgg 228 – Euro 16,90