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Bello, importante (e certamente sofferto) il nuovo saggio di Annalisa Terranova. Scandagliare le mille possibilità e le innumerevoli occasioni perdute in settant’anni dalla destra neo/post fascista italiana è cosa non facile. Se poi si nasce in una famiglia orgogliosamente missina, si milita (sul serio) nelle organizzazioni giovanili e si realizza il proprio percorso professionale nella redazione del Secolo d’Italia, tutto diventa più difficile. Troppi ricordi, troppi coinvolgimenti, troppe delusioni.

Fortunatamente Annalisa — donna intelligente e curiosa, professionista seria e ricercatrice attenta — è riuscita a sottrarsi ai richiami del “piccolo mondo antico” destroso e fissare con la necessaria freddezza una domanda centrale che in pochi o tanti — tra cui gli happy few dell’effedigi, sconsolati, irridenti e ormai cinici — ci poniamo ripensando ai sogni della nostra gioventù: un’altro MSI era possibile?

Un interrogativo che rimbalza ogni volta quando ciò che rimane della destra politica italiana imbocca vicoli ciechi, s’innamora di papi stranieri (Berlusconi l‘altro ieri, Alfano ieri, Salvini oggi…), si intruglia in pasticci elettorali senza senso e senza futuro, si chiude in comitati amicali, autoconservativi quanto sterili.

Un interrogativo che si ripete scorrendo i social (e per una volta siamo d’accordo con Umberto Eco: il dramma di internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità); puntuali sullo schermo si riprongono le immagini di un “mondo umano” dedito solo al ricordo retorico, all’autocelebrazione rancorosa, talvolta alla necrofilia più volgare. Basta scorrere FB: tanti professionisti della lacrima che dalla tastiera inneggiano ad un fascismo caricaturale o trimpellano con le loro cazzate sugli anni di piombo, sui nostri morti. Senza vergogna, senza rispetto per una storia che non comprendono e non conoscono. Non c’erano o, se c’erano, nulla hanno contato e nulla capito.

Al di là del web, le cose non vanno meglio; rimane un deserto in cui vagano deputati disoccupati dagli occhi liquidi, furbetti che vendono illusioni nerovestite ai gonzi, professionisti del nulla che non si rassegnano alla pensione, una fondazione danarosa che lascia le sedi sfitte e le teste vuote. Le non molte isole d’energia — laboratori culturali, realtà territoriali, iniziative editoriali — e qualche buona notizia come la candidatura della Meloni a Roma — un gesto, magari tardivo ma positivo, di dignità personale e politica — non basta per risolvere l’interrogativo. E allora, un’altra destra era possibile?

L’autrice non offre una risposta ma propone una serie di figure, ovvero di un ventaglio di protagonisti e una linea di possibilità inespresse o mancate. Ecco allora Pino Romualdi, Ernesto Massi, Pino Rauti, Marco Tarchi, Beppe Niccolai, Mimmo Mennitti e Gianfranco Fini (di certo il capitolo più problematico). Mancano all’elenco (confidiamo nella seconda edizione…) Roberto Mieville, Primo Siena e Pietro Cerullo.

Con l’eccezione di Fini, si tratta di leader mancati, con storie differenti spesso molto distanti tra loro, ma tutti egualmente critici verso la narrazione ufficiale missina e il suo interprete massimo, Giorgio Almirante. Andiamo per ordine, il Movimento Sociale, con buona pace delle prefiche della Fiamma, non era per nulla un partito monolitico e disciplinato ma, sino al funerale di Fiuggi, fu un caleidoscopio culturale e politico e un’arena di passioni e pensieri. I congressi nazionali, momento massimo della vita interna, rappresentavano una formidabile occasione di scontro/incontro dialettico tra le diverse anime della galassia tricolore e soltanto Almirante, grazie alle sue doti oratorie e al suo magnetismo, riusciva a trovare una sintesi provvisoria nel segno della testimonianza e della nostalgia.

Inevitabilmente, a fronte dell’immobilismo rassicurante e passatista del segretario nazionale, si susseguirono diverse ipotesi alternative e innovatrici di diverso segno e ineguale portata: dalla “destra italiana e macchiavellica” di Romualdi al “socialismo tricolore” di Niccolai, dalla destra governista di De Marzio (il mentore di Pinuccio Tatarella) alla svolta nazional-popolare di Rauti, al modernismo di Mennitti e alle pulsioni intellettuali del mondo giovanile che si riconosceva in Marco Tarchi.

Punto nodale, come sottolinea la Terranova, fu per tutti gli “eretici” ridefinire il rapporto con l’esperienza fascista e il superamento del nostalgismo. Curiosamente chi si spinse più in là fu Romualdi: già negli anni ’50, sulla sua bella rivista L’Italiano, l’ex vicesegretario del PFR fustigava la retorica: “Una cosa è certa, di un fascismo imbalsamato e sempre in lutto, l’Italia non sa che farsene. Mussolini era un uomo troppo vivo, troppo giovane, troppo poeticamente spregiudicato ed eroicamente morale per averci lasciato una così macabra eredità“. Rauti, l’altro grande innovatore, nonostante gli avvertimenti di Julius Evola nel Fascismo visto da destra, impiegherà anni per realizzare “che in Europa era in atto una sorta di mutazione antropologica che rendeva impossibile il ricorso alle precedenti esperienze”. Ma una volta imboccata la strada Pino non tornerà più indietro e immaginerà, anticipando di decenni l’attuale linea di Marine Le Pen, lo “sfondamento a sinistra”.

Ma sarà proprio il ricordo sentimentale del defunto ventennio — volutamente mai analizzato e storicizzato ma pacatamente alimentato — l’arma vincente di Almirante contro i suoi avversari interni. Gran parte del piccolo mondo antico missino, stretto tra icone e ricordi, ghettizzato e traumatizzato dagli anni di piombo, non era disponibile ad imboccare nuove strade. Solo alla fine degli anni Ottanta — morti Almirante e Romualdi e bocciato definitivamente Rauti — si palesò la possibilità di un cambiamento radicale con la figura di Mimmo Mennitti, la mente più dinamica della generazione degli allora quarantenni. Purtroppo nel fatidico comitato centrale del giugno 1991, il deputato brindisino ottenne il 47 per cento dei consensi e, per una manciata di voti, la segreteria nazionale tornò a Fini.

Come sopra accennato, a Gianfranco l’autrice dedica l’ultimo capitolo, il più difficile. Correttamente e senza sconti, Annalisa distingue tre fasi della vicenda finiana: la segreteria svogliata del MSI, la fondazione e la guida cesaristica di Alleanza Nazionale e il controverso, fallimentare tempo “futurista”. L’analisi della vicenda, severa ed equilibrata, è largamente condivisibile e di gran lunga preferibile agli insulti che gli antichi moschettieri (quelli che strillavano “Fini, Fini il nuovo Mussolini”….) rivolgono al loro perduto idolo.

Rileggendo le osservazioni della Terranova ci convinciamo sempre più dell’anomalia del personaggio. Incredibilmente, per un lungo decennio (1995-2015) il pigro politico bolognese divenne a sua insaputa una hegeliana “astuzia della ragione”, un leader che seguendo il puro istinto (e la sua stella) incarnava idee molto più vaste di quelle che era in grado di concettualizzare. Un ideologo preterintenzionale. Del resto, le forze che muovono la storia sono più profonde e possono servirsi anche di un personaggio del genere per manifestarsi. Peccato che Gianfranco non avesse voglia o non si rendesse conto  delle potenzialità e delle prospettive, preferendo accomodarsi in un confortevole egotismo.

Un ricordo privato. Nell’estate di qualche anno fa c’incontrammo su una spiaggia della Sardegna e passammo una serata a chiacchierare ricordando i tempi del Fronte, gli amici perduti, la gioventù. Passando all’attualità, Gianfranco segnalò la sua insofferenza (condivisibile) verso i riti sultaniali di Berlusconi, la diffidenza (motivata) verso i “colonnelli” per poi spaziare con entusiasmo nel suo nuovo universo: Giuliano Amato, Giscard d’Estaing, l’Europa, gli amici americani, inglesi e israeliani. Alle mie divertite perplessità rispose aggrottando la fronte, “sono una risorsa della Repubblica”. Ci salutammo con imprevista lontananza. Bevuto l’ultimo mirto, l’uomo si  rinchiuse frettolosamente nella sua bolla autoreferenziale.

 

Annalisa Terranova

L’ALTRO MSI

I leader mancati per una destra differente

 Giubilei Regnani editore, Roma 2016

 Ppgg. 170, euro 15.00