A Cuba, faccia a faccia con la dissidenza.

Tira vento a casa di Yoani, anticipa la sua figura quando ci apre la porta.
E’ un vento che ti rapisce dal caldo soffocante dell’Havana, vorrebbe soffiare su tutta Cuba e invece rimane li, ancora confinato in un appartamento all’ultimo piano di un palazzo stile Sarajevo. Per raggiungerlo bisogna prendere un cigolante ascensore proveniente dalla Russia che si ferma al tredicesimo piano e salire ancora una rampa di scale. La porta e’ inconfondibile, segnata da un adesivo con la bandiera cubana che dice “internet para todos”, una speranza più che un’affermazione. Yoani ci accoglie con il sorriso ed una caraffa d’acqua in mano. “Acqua sicura” ci dice perché a Cuba non c’e acqua potabile, bisogna bollirla prima di consumarla. Eppure l’acqua che esce dal rubinetto e’ una certezza considerato che una bottiglietta di mezzo litro – un terzo del fabbisogno giornaliero- costa 1 dollaro e non basterebbe lo stipendio di un mese per consumarne circa una al dì.
E’ da qui che partiamo, dalle condizioni di vita dei cubani, per riflettere con Yoani della sua dissidenza in Patria.
Il regime comunista che controlla ogni tipo di servizio e quindi di mansione offre in nome dell’egualitalismo non piu’ di 25 dollari di stipendio mensile, una cifra pari alla somma necessaria ad una corsa di taxi dall’aeroporto alla capitale, a due pasti completi in una mensa statale, ad un quarto dell’affitto giornaliero di un auto, ad una notte in una casa particular. Soldi che finiscono dalle tasche per lo più dei turisti a quelli dello Stato che rimpingua le sue casse mentre quelle del “pueblo” rimangono vuote.
L’economia delle famiglie cubane si fonda infatti innanzitutto sugli aiuti provenienti dai parenti all’estero, in secondo luogo dall’approfittare della propria mansione statale per rubacchiare allo Stato, infine dal tentativo di strappare illegalmente il turista ai circuiti di regime. Se il rubacchiare quotidiano e’ vitale, esso e’ tollerato dal Governo ed anzi da questo auspicato potendolo utilizzare come strumento per sedare le forme di dissenso. E’ facile, infatti, per il regime liquidare come delinquente comune chi abbraccia la coraggiosa scelta di entrare in dissidenza potendogli rinfacciare furti bagatellari. Ed e’ altrettanto facile alla massa credere all’accusa ufficiale avendo essa stessa beneficiato di quei reati. Allo stesso modo, coloro che non ritengono fondate quelle accuse difficilmente hanno il coraggio di alzare la voce o per timore di essere accusati a loro volta o per paura di perdere quel privilegio a rubacchiare impunitamente. Se il primo ostacolo che incontrano coloro i quali hanno il coraggio di non appiattirsi alla voce ufficiale del regime e’ la repressione, il secondo – quello più difficile da debellare – e’ quindi quella mentalità accondiscendente con la micro-corruzione che il regime stesso negli anni ha consolidato nello stile di vita delle persone. Ecco perché a Cuba la maggioranza degli uomini e’ statale nel senso che appartiene allo Stato e non ai suoi affetti, alle sue convinzioni, alle sue idee. Ecco perché chi non accetta di essere proprietà del regime si sente formulare da quella maggioranza la domanda “chi te lo fa fare?”
Ripetendo quell’ interrogativo a se stessa Yoani ci risponde indicandoci suo figlio, la sua coscienza, il peso di chi non vuole che coloro che verranno dopo pensino che nessuno prima abbia cercato di cambiare le cose.
La sua dissidenza, come di qualunque altro ribelle, e’ un processo inizialmente intimo e personale così come sono singole le azioni volte a manifestarla.
D’altra parte, in un Paese in cui la comunicazione privata e’ altamente controllata e quella finalizzata a veicolare messaggi politici non conformi assolutamente proibita, e’ difficile che quella dissidenza esercitata in forma solitaria possa diventare organizzata. All’opposizione, che comunque non puo’ costituirsi legalmente in partito, “manca il megafono”, ci dice Yoani. Chi si oppone al regime ha difficoltà a rimanere in contatto e non sempre riesce a diffondere la propria voce per parlare con il resto del popolo. Quando ci riesce, poi, il regime attraverso la tv – che e’ solo ed unicamente di stato mentre quella satellitare e’ illegale – corre ai ripari entrando nella casa della gente più velocemente e direttamente di qualsiasi ribelle.
Giornali clandestini, bliz, comizi improvvisati immediatamente repressi sono gli unici deboli strumenti di comunicazione. Internet e’ un miraggio. In ogni caso censurato e’ accessibile solo agli alti funzionari di Stato, nei grandi alberghi da turisti, o negli uffici di comunicazione gestiti da società statali. La navigazione e’ sottoposta sempre a controllo, lentissima, carissima (6 dollari l’ora), proibitiva, di fatto proibita. Chi come Yoani e’ conosciuta ai più per aver manifestato la propria dissidenza riuscendo proprio attraverso internet a comunicare fuori Cuba ciò che accade nel Paese, vive della solidarietà di quegli amici che finanziano le ore connessione e sopratutto il suo cellulare. Un i-phone proprio come il mio ma senza applicazioni, social network, casella postale e browser (cubacel non permette la connessione internet su telefono mobile) e’ l’arma con cui Yoani ha pacificamente minacciato il regime, diventando una delle peggiori nemiche di Fidel tanto da essere citata nell’introduzione del suo ultimo libro, guadagnandosi solo poco tempo fa l’accusa dal tg nazionale di principale sabotatorice dello Stato, individuata come colpevole delle rivolte susseguitesi dopo la visita ufficiale del Papa, riconosciuta colonna dorsale della dissidenza cubana. Con quell’i-phone ha bucato i social network con cui si collega costantemente inviando il suo messaggio ribelle con un sms a numeri di servizio cosicché lei, secondo il Time una delle cento persone più influenti al mondo, al mondo parla senza poterlo ascoltare. Ogni risposta ad un suo tweet e’ ai suoi occhi invisibile. Attraverso il suo cellulare Yoani spara proiettili di parole da bendata eppure colpisce nel segno facendo traballare quel muro di censura che il regime ha costruito per impedire che la realtà cubana potesse trapelare all’esterno. Ma e’ la comunicazione all’interno il problema che rimane. Discutiamo con lei su come consolidare su un nome della dissidenza in Patria il consenso dei cubani residenti all’estero affinché questi ultimi siano oltre che i principali veicoli di denaro verso le proprie famiglie anche il principale mezzo di comunicazione, quel megafono che all’ opposizione manca.
Tutta la sua determinazione e consapevolezza Yoani ce la mostra quando ci dice che la dissidenza non puo’ sperare e accontentarsi del ruolo attivo di chi e’ scappato ed e’ all’estero, sia perché la realtà cubana e’ in continuo movimento ( basti pensare all’impatto sulla società derivante dalle piccole riforme attuate da Raul per la legalizzazione di alcune attività private) sia perché più di cinquant’anni di regime hanno rafforzato un sentimento di repulsione verso tutto cio’ che sta fuori Cuba e qualunque azione venga fuori, anche la più piccola, sopratutto se agevolata o sostenuta da altri Stati, e’ destinata ad essere considerata la mano lunga dell imperialismo. Indispensabile e’ invece l’azione politica interna portata avanti dai cubani che non lasciano Cuba e che questa azione trovi il modo di consolidarsi autonomamente ed indipendentemente. In una casa che e’ un via vai di gente, Yoani fa il nome di quegli oppositori che per lei rappresentano una speranza e della recente proposta da parte loro di redigere un trattato per il rispetto dei diritti umani a Cuba. Loro, secondo Yoani, potranno approfittare di quel vuoto di carisma che lascerà Fidel alla sua morte. Oggi, il leader maximo moribondo ma vivo, i fili del regime sono tirati dietro le quinte da Aleandro, figlio di Raul. Il padre, ufficialmente reggente e successpre di Fidel, e’ un soggetto debole destinato a soccombere. Di questo ci siamo accorti anche noi solo leggendo i cartelloni di propaganda che portano il suo nome. Uno la dice lunga sulla sua figura: “si, se puede” . Pensando a quel ridicolo slogan mentre scendo, con l’ausilio di un ascensore proveniente dalla Russia, al piano terra di un palazzo stile Sarajevo mi convinco che immersi nell’imperialismo i cubani in realtà gia’ si trovano da piu’ di cinquant’anni e che la vera liberta’, l’indipendenza delle singole persone come dell’intero paese, e’ ancora oggetto di conquista. Ma Tira vento a casa di Yoani.