L’Europa che si avvia stancamente alla prossima consultazione elettorale è un continente smarrito, privo di principi ispiratori e di una guida coerente che non sia quella dei potentati bancari e finanziari che lo condizionano.
Appare tuttora valida la definizione che la vuole “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”, ma essa risulta altresì bisognosa di significativi correttivi.
Che l’Europa sia tuttora “un gigante economico” sembra innegabile, ma come sta evolvendo, tale gigantismo? Che cosa sta producendo, in termini di progresso tecnologico, di incremento della propria rilevanza industriale, della propria indipendenza energetica? Poco o nulla. L’impasse demografica in cui essa è progressivamente precipitata dà luogo a politiche essenzialmente conservatrici, in cui la preservazione dell’esistente ha di gran lunga la prevalenza sulla definizione di una strategia per la conquista di un futuro.
Anagraficamente vecchia, ossessionata da un Welfare che non può più permettersi e al tempo stesso schiava di un liberismo miope e autoreferenziale, l’Europa è diventata “un sistema per uccidere i popoli” e occorre ammettere che tale compito lo sta assolvendo egregiamente. Di fatto, essa è la curatrice fallimentare di se stessa, sotto “l’oculata” guida di una classe dirigente di infeudati a vari potentati, che pensano soltanto al proprio benessere immediato e hanno perso – se mai l’hanno avuta – qualsiasi visione del futuro.
La demonia dell’economia pervade tutto, i mercati sono sovrani e, in questo contesto, un’unione come quella europea, priva di una dimensione politica, è una banderuola che gira là ove il vento dei grandi potentati finanziari, omologatori e globalizzatori, la spinge.
Anche le dimensioni del vivere hanno perso qualsiasi strutturazione che non sia quella meramente economica: i mercati decidono, le imposizioni fiscali sempre più folli depauperano la popolazione, tutto il vivere collettivo è ridotto a una questione di conti e l’unica cittadinanza riconosciuta è quella del denaro.
Com’è ovvio, un gigante economico di natura siffatta non poteva produrre altro che un nano politico di dimensioni ragguardevoli. Non è qui il caso di insistere sulla lunga guerra civile che, tra il 1914 e il 1945, ha segnato i destini del Vecchio Continente. Quello che è peggio, tuttavia, è che tale guerra civile ha portato alla guida dei più importanti Paesi europei un gruppo di collusi con i nemici del continente che – come tali – non riescono neppure ad immaginarsi, per esso, un destino diverso da quello che sono riusciti a creare. L’Europa odierna è una specie di vasca di “Cocoon” dove chi si immerge non esce rigenerato, ma pronto per il definitivo collasso. Anche l’atmosfera che regna varia tra la disperazione che risulta dominante in Paesi come Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, e lo stracco benessere – da esistenza garantita dalla culla alla tomba – che anima alcuni altri Paesi, a cominciare dalla Germania.
Non uno straccio di programma che non siano conti, statistiche, elucubrazioni più o meno dotte sull’economia e la sua centralità. Sogni o visioni o programmi politici: zero.
L’Europa è una società dell’infinito presente che rifiuta e addirittura rinnega il proprio passato, e che non riesce ad immaginarsi, e tanto meno a proporre, un futuro. E’ un continente di morte e di morti, dove la disperazione dei poveri si intreccia con la totale assenza di pensiero, ambizioni e speranze di beati possidentes interessati a null’altro che ai loro personali conti bancari.
Il grande assente, su questo sfondo, è inevitabilmente la politica, ma quale dimensione e quali spazi possono essere riservati a quest’ultima, se essa è ridotta a valutazioni di spesa, a imposizioni fiscali, a calcoli monetari?
La politica, se rettamente intesa, è progetto, strategia, perfino sogno. E cosa da artisti, non da ragionieri; da visionari, non da economisti. “L’intendance suivra!”: così era solito affermare il generale de Gaulle per intendere che strategia e tattica hanno la prevalenza, a livello di pianificazione operativa, sulla logistica e sulle altre considerazioni accessorie. Ma cosa succede se – come è successo nella Vecchia Europa – l’intendance diventa il progetto e fa esaurire tutto all’interno di se stessa, riducendo ogni possibile programma al conseguimento di obiettivi materiali, la cui fruizione risulta per di più riservata a una ristretta oligarchia e alla burocrazia che le tiene bordone e la serve?
In una parola, dove va questa Europa, a parte che verso la soddisfazione delle esigenze e degli obiettivi dei potentati finanziari e delle oligarchie pseudo-politiche ad essi legate? Se guardiamo a questo, non possiamo già legittimamente affermare di essere un continente di morti, smarrito, privo di qualsiasi bussola, di qualsiasi futuro, di qualsiasi speranza perfino per le classi più giovani?
Su questo fondo, non ha nemmeno senso parlare della terza componente del trinomio in precedenza citato, vale a dire quello per cui l’Europa è un “verme militare”. Lo sappiamo bene, lo sappiamo tutti, ma si tratta di una considerazione naturalmente figlia delle prime due: se l’unico valore corrente è l’economia, la politica non conta più niente – ovviamente – e tanto meno, in assenza di essa, può contare la dimensione militare.
Del resto, l’Unione Europea non è e non vuole essere una costruzione politica, ma è solo una gigantesca “trappola per topi” economica e finanziaria, cui un preteso disegno politico – declinato sempre senza particolare enfasi – non conferisce alcuna credibilità e/o legittimità. Se c’è una cosa che mi sento di affermare a buon diritto, è che la prospettiva di un’unione politica è quanto maggiormente spaventa le oligarchie UE, in quanto tale unione costringerebbe a ripensare ab imis l’attuale ordine di valori su cui poggia la Comunità.
Immersi in questo vuoto pneumatico, che ogni giorno si fa più profondo, non ci resta più nulla in cui sperare, se non che nella ribellione: se continuiamo così, infatti, presto l’Europa sarà un pallido ricordo e probabilmente lo saremo anche noi, vittime sacrificali (attenzione, non solo simboliche, proprio reali) di un “sistema per uccidere i popoli” che già oggi, con il poderoso incremento dei suicidi per debiti e/o tasse, sta dando concretamente prova che la sua natura è dannatamente reale, per nulla simbolica.
Ancora una volta, ciò che ci salverà – se ci salverà – saranno i sogni, i progetti, le volontà di fare: non è inevitabile che moriremo schiavi dei potentati finanziari; non è inevitabile che il nostro futuro sia fatto di schiavitù, povertà e tasse; non è inevitabile che noi non si possa avere un sussulto di rivolta e che non ci si possa impegnare per riprendere sovranità. Il primo passo da compiere è – a mio giudizio – uscire da qualsiasi forma di struttura collettiva per riprendere la propria sovranità nazionale. E – aggiungo con forza – poco importa se sarà la sovranità nazionale che conoscevamo o altre forme, più circoscritte e geograficamente localizzate, della medesima: è l’intero sistema dei rapporti societari e dei rapporti tra cittadino e Stato che deve essere ripensato, ridisegnato, riprogrammato. Stiamo precipitando (per di più credendoci scioccamente liberi) in una prigione, neppure più tanto dorata, dove è ammesso solo il pensiero unico, dove ha spazio solo il conformismo, dove è lecito solo assentire, non dissentire.
Siamo arrivati alla malattia senile del pensiero democratico: il totalitarismo “dolce” dell’assenso, quello per cui godi di una libertà infinita, grazie alla quale PUOI SEMPRE DIRE SI’, MA NON PUOI MAI DIRE NO, pena la tua messa al bando e la morte sociale (sociale almeno per ora, in futuro non è detto…)! Deriva alquanto preoccupante, non vi pare…?
Mi viene in mente una nota canzone di Vasco Rossi, “C’è chi dice no!”. Io sono e sarò tra quelli. E sono certo che non sarò solo.