Negli ultimi 20 anni per riparare (spesso malamente) i danni di frane ed alluvioni in Italia è stato speso quasi il triplo di quanto è stato stanziato per la  prevenzione. E’ quanto emerge da una analisi dei dati emersi alla Conferenza nazionale sul rischio idrogeologico:  circa 8,4 miliardi di euro di finanziamenti statali dati a politiche di prevenzione a fronte di una spesa 22 miliardi di euro nello stesso periodo per riparare i danni causati da frane ed alluvioni. Il bilancio è ancora più pesante se si considerano le tante vittime e le troppe tragedie che il dissesto ha provocato.

Questa situazione di fragilità estrema è il risultato dell’idiozia della politica — un comportamento assolutamente trasversale —, sommato alla follia di un modello di sviluppo economico gretto e rapace  che ha cancellato, negli ultimi decenni, 2,15 milioni di ettari di terra coltivata e 1,2 milioni di aziende agricole. Secondo i dati Ispra, nell’ultimo ventennio 480 metri quadrati al minuto di territorio sono stati coperti ininterrottamente con asfalto e cemento, edifici e capannoni, servizi e strade con la conseguente perdita di aree aperte naturali o agricole capaci di assorbire l’acqua in eccesso.

Investire nella prevenzione  — vista la violenza delle precipitazioni, sempre più frequenti per i cambiamenti climatici — è doveroso ed urgente. Ma non solo. Se si vuole difendere un Paese ferito — più di 5 milioni i cittadini vivono in aree considerate ad alto rischio idrogeologico e 6.633 i Comuni (82 per cento del totale) hanno all’interno del loro territorio aree ad elevato rischio di frana o alluvione — è ora d’invertire radicalmente la rotta. Ancora una volta è un problema di consapevolezza ambientale e di cultura di governo…