A chi scrive la destra liberale italiana (e non solo italiana…) non è mai piaciuta. L’Italia dei notabili, dei professoroni, dei moderati non poteva entusiasmare un ragazzo inquieto e curioso. Ma, superate le letture del militantismo giovanile e gli schemi ideologici (sempre ristretti quanto rassicuranti), arrivò un giorno il momento della ricerca, dell’approfondimento. L’occasione furono la scrittura di due guide, di un saggio e di un e-book dedicati al processo unitario e ai suoi protagonisti. Una combinazione preziosa che mi permise di indagare e capire finalmente i motivi fondanti della Nazione e intrecciali con gli intricati percorsi del Risorgimento — la prima rivoluzione nazionale e, con buona pace dei nostalgici di principi e principotti e del Papa Re, una cosa seria e tragica — e le travagliate vicende della generazione post-unitaria.

Partendo da Cavour — vero Pater Patriae — ritrovai nei successi (pochi, ma fondamentali) e negli sbagli (innumerevoli) di quel ristretto gruppo dirigente, un’idea di Stato forte e prospettive di modernità  inattese. Con mia sorpresa (lo ammetto) mi accorsi che la destra storica fu un momento contradditorio ma decisivo nella nostra storia. In pochi anni i “cavouriani” costruirono una Nazione: con durezza e cinismo — si pensi a Quintino Sella o alla guerra contro il “brigantaggio” —, un ristretto gruppo dirigente seppe trasformare un paese poverissimo, ignorante, fragile, ridicolo e quasi indifeso in una media potenza economica, militare e navale. Non fu cosa da poco. Fu poi la sinistra storica (Crispi…) — forse a ragione, ma con poco raziocinio — ad ambire a traguardi troppo ambiziosi.  Adua fu il risultato e Bava Beccaris la conseguenza. In ogni caso, la destra storica lasciò un patrimonio importante (e un personale intellettuale d’alto livello, pensiamo solo a Volpe, Costamagna e a Rocco) che Mussolini seppe riprendere e inserire (con le dovute accortezze e le necessarie cesure) in un disegno più vasto. Più alto.

Oggi, al netto delle emozioni, dei gusti e dei disgusti, le vicende del conservatorismo liberale italiano rimangono pagine misconosciute, forse non luminose — ma quante ve ne sono di veramente sfavillanti nel nostro album patrio? —  ma assolutamente centrali nella narrazione unitaria. Pagine su cui vale la pena ragionare e indagare senza pregiudizi e senza apologie. Con freddezza e intelligenza. Con sana curiosità. Nel segno della sovranità nazionale.

Ecco il motivo per cui Destra.it — giornale non proprio liberale e per nulla liberista — vi segnala l’uscita del secondo volume del Dizionario del liberalismo italiano (Rubbettino Editore) che presenta le biografie di 404 personalità significative del conservatorismo nazionale dagli inizi dell’800 agli anni Novanta del ’900. Il volume sarà presentato alla Camera dei deputati il 3 marzo. A firmare il Dizionario sono i curatori Eugenio di Rienzo, Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Raimondo Cubeddu, Elio d’Auria, Francesco Forte, Tommaso Edoardo Frosini, Fabio Grassi Orsini, Giovanni Orsina, Vincenzo Pacifici, Roberto Pertici. Ecco uno stralcio della loro introduzione. (M.V)

Nel nostro Dizionario del liberalismo abbiamo incluso precursori del liberalismo (Foscolo) che ne hanno rappresentato l’antefatto romantico o che hanno riflettuto sul carattere degli italiani, anche da posizioni conservatrici (Leopardi). Ovviamente non potevano mancare i grandi pensatori che ebbero anche ruoli politici e sono da considerare padri del Risorgimento (Rosmini, Gioberti, Balbo, Mamiani, Farini), i grandi statisti dell’Italia unita (Cavour, Ricasoli, Rattazzi), dei loro principali collaboratori e di coloro che hanno rappresentato l’opposizione costituzionale (Brofferio) al «Gran Conte». Figurano i primi ministri dell’Italia liberale (Depretis, Cairoli, Crispi, Giolitti, Di Rudinì, Sonnino, Saracco, Zanardelli, Luzzatti, Nitti, Orlando, Salandra, Facta), degli statisti più eminenti e dei ministri degli Esteri (come Visconti Venosta, di Sangiuliano, Tittoni, Sforza), dei capi di Stato e dei ministri liberali della Repubblica, di molti deputati e senatori. Per quanto riguarda i militari sono stati biografati soltanto quelli che hanno avuto carriere ministeriali (La Marmora, Carlo Cadorna, Menabrea, Pelloux) o che hanno avuto ruoli preminenti. Abbiamo considerato soltanto alcuni diplomatici. Stesso discorso vale per i magistrati e i consiglieri di Stato (per questi ultimi esiste un repertorio). Nel Dizionario trovano posto i grandi musicisti, scrittori, poeti, storici, filosofi, pittori, scultori, architetti, uomini dello spettacolo che hanno avuto un rapporto con il Risorgimento o con l’Italia liberale o che hanno mantenuto vivo lo spirito liberale durante il fascismo o nei primi anni della Repubblica. Molto rilievo si è dato ai grandi filosofi e ai giornalisti, in particolare a quelli che hanno diretto organi di stampa e, infine, si è riservata attenzione ai leader liberali della Resistenza e ai più importanti dirigenti di partito, agli esponenti radicali e della corrente liberale del Partito d’azione o appartenenti al filone cattolico-liberale. Una posizione di rilievo hanno gli economisti di differenti scuole: liberisti, favorevoli entro certi limiti all’intervento dello Stato in economia, sostenitori dell’economia sociale di mercato. Sono stati inclusi molti giuristi e in particolare i costituzionalisti che ebbero nell’epoca liberale un ruolo importante sotto l’aspetto dell’autorevolezza della loro dottrina e per il loro impegno politico e governativo. Non si fa fatica a riconoscere che nel Dizionario siano state inserite poche donne rispetto a quante in realtà ve ne fossero.

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A chi ha ragione di sostenere che non sono stati incluse figure importanti che invece avrebbero dovuto esserci, pensiamo di poter rispondere prevedendo una edizione online . Ciò naturalmente se si troveranno dei volontari qualificati disposti a scriverle. Nella edizione online potrebbero trovare posto anche una bibliografia essenziale del liberalismo italiano, delle cronologie, una guida che possa orientare il lettore a navigare alla ricerca delle fonti prosopografiche e archivistiche relative alla storia del liberalismo. Questo programma potrà essere realizzato se si troverà un concorso di studiosi, enti di ricerca, redazioni di giornali, disposti a mettere a disposizione i loro archivi e anche le famiglie, alle quali sin da ora rivolgiamo un appello perché si facciano parte attiva in questa operazione. Così come precisato nel primo volume, consideriamo infatti il Dizionario un work in progress, non una enciclopedia chiusa, ma una sorta di Wikipedia del liberalismo, più limitata negli obiettivi, ma più ambiziosa dal punto di vista della sua autorevolezza.

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Cosa c’è in comune tra queste persone che abbiamo creduto di poter collocare all’interno del «mondo liberale»? È difficile per la verità stabilire nei loro confronti quale dovrebbe essere un denominatore comune. Ciò è vero perfino per coloro che si sono proclamati liberali nella convinzione dichiarata o sentita nell’intimo o nella consapevolezza riflettuta e teoricamente basata o coerentemente vissuta. Una cosa è sentirsi o addirittura dirsi liberali e un’altra cosa è esserlo […].

In realtà, il liberalismo non è una dottrina, non è una filosofia, non è una fede, anche se poteva essere vissuta come tale. Eppure vi è qualcosa che per coloro che si erano formati in un clima favorevole e all’interno di una cultura che ai valori liberali s’ispirava aveva rappresentato una linea di condotta da seguire. Per altri che si erano formati in una cultura diversa e spesso antitetica o che se ne erano distaccati il liberalismo rappresentava un’esperienza più positiva. Qualcosa di comune queste personalità di idee e vissuti cosi diversi dovevano pure avere: forse l’amore per la libertà, il senso di appartenenza alla patria ed alla nazione così come era storicamente costituita ed era viva nel loro spirito, il senso dello Stato, la fiducia nell’autonomia della coscienza, una visione laica della società non in contrasto con la religiosità personale e nel riconoscimento che essa fosse un fattore di importanza sociale, la tolleranza e la condivisione dell’idea che la libertà economica fosse inscindibile da quella politica, la difesa del principio di proprietà che non contrastasse con la socialità, il rifiuto del classismo senza che questo significasse la legittimità del riconoscimento dell’interesse individuale come motore dello sviluppo, l’affermazione della libertà di cultura e della libertà di stampa e di opinione, l’aderenza a una visione etica ed una buone dose di civismo, infine la convinzione di essere un’élite che aveva l’orgoglio di aver adempiuto ad una missione o di poterla completare. Forse questi valori, la persuasione che la società liberale non fosse perfetta ma perfettibile e l’idea che la verità potesse essere affermata soltanto attraverso la sua confutazione facevano si che il liberalismo non fosse una «chiesa».