Ma perché si continua a parlare di Centrodestra se è palese che non esiste più? Mistero buffo in una estate politicamente drammatica. È fin troppo palese dagli atteggiamenti dei supposti soci dell’impalpabile coalizione, dai loro rapporti, dalle strategie che perseguono che quell’ircocervo al quale dobbiamo qualche fortuna ( forse) e molte disgrazie (vedendo ciò che ha apparecchiato) non c’è anche se ostinatamente vive, per modo di dire, nella mente di alcuni nostalgici di un passato che non può tornare.

Silvio Berlusconi ha un bel dire che l’assembramento a cui diede vita, con successo dobbiamo riconoscere, è ancora l’alternativa  “affidabile” come la somma numerica dei supposti partecipanti lascerebbe intendere. Lo comprendiamo: non ha altre carte da giocare. Ma sarebbe giusto riconoscere, soprattutto da parte di chi gli sta accanto, che il Centrodestra a cui si riferisce è un residuo inutilizzabile nelle attuali circostanze. Salvini, tanto per dire, è concettualmente disorganico a qualsivoglia ricostituzione di un soggetto unitario  politicamente coeso. La Meloni persegue una strada che non s’incrocia con quella di Forza Italia ed è legittimamente protesa ad eroderne il restante consenso mentre il movimento berlusconiano, segnato da pulsioni spesso indecifrabili, squassato da venti scissionisti, dispute interne, fughe in un passato che è patetico perfino ricordare, sembra davvero la dantesca “nave senza nocchiero in gran tempesta”.

Il Centrodestra si è usurato per una serie infinita di motivi endogeni, ma il mutamento di sistema e la conseguente crisi dello schema partitico-politico derivante dall’insorgenza di forti spinte populiste lo ha messo all’angolo rendendolo irrilevante poiché nel suo stesso seno è cresciuto un movimento dalle caratteristiche abissalmente dissonanti – perfino esteticamente – con la coalizione che avevamo conosciuto.

La Lega, spregiudicatamente, si è servita del Centrodestra per raggiungere i suoi obiettivi ed ha ripagato i “soci” con la sonante moneta dei collegi uninominali offerti non certo generosamente. Lo scopo è stato raggiunto, il risultato apparentemente buono per il sopravvissuto Centrodestra (sulla carta naturalmente) si è trasformato in una beffa finita dopo le consultazioni al Quirinale un anno e mezzo fa. Si presentarono tutti insieme, un quadretto a dir poco surreale, pronunciando parole che nessuno condivideva. E subito dopo Salvini denunciò sostanzialmente, anche se non apertamente, il decesso del Centrodestra, alleandosi con i suoi nemici in campagna elettorale, salvo poi formare liste unitarie in tutte le consultazioni amministrative successive, vinte a man bassa.

Esempio di politicismo populista più eloquente non sapremmo trovarne. Al quale gli altri membri della decomposta “famiglia” si sono assoggettati nella speranza che Salvini mollasse i nuovi amici e tornasse in seno a quella “casa delle libertà” che era l’approdo naturale per Berlusconi e la Meloni.

Entrambi hanno sempre saputo, almeno dal giugno dello scorso anno, che quella casa non c’era più. Salvini provava a costruirsene una tutta sua, con i materiali che aveva. E per di più sfruttava le vittorie elettorali per rafforzare la sua posizione costringendo i vecchi sodali ad inseguirlo convinto che non sarebbero riusciti a raggiungerlo.

La visione del Centrodestra si è appannata dopo la fine precoce del governo Berlusconi nell’autunno 2011. Ma è in quel Pdl inventato sul predellino di un’automobile che la caduta è incominciata. Non staremo qui a ricordare una lunga storia, peraltro raccontata nei minimi particolari da uno dei protagonisti, Fabrizio Cicchitto, con il suo Forza Italia (Rubbettino), che offre valutazioni che all’epoca nessuno si sognava di fare su una disfatta annunciata dalla mancanza di un respiro politico lungo e di un’ambizione all’altezza dei tempi. Ci limitiamo a sottolineare come la fine del Centrodestra, più o meno parallela a quella del Centrosinistra, abbia sepolto la sola prospettiva riformatrice che era apparsa dopo la disfatta della cosiddetta Prima Repubblica: il bipolarismo quale espressione di una democrazia dell’alternanza capace di riorganizzare il sistema politico ed istituzionale.

Un fallimento. Nel quale sono maturate le condizioni per lo sfascio attuale in cui s’inscrivono tanto l’innaturale matrimonio tra Lega e Cinque Stelle quanto la sparizione di una vera prospettiva governativa fondata su programmi largamente  condivisi e la stabilità come valore.

Le possibili elezioni anticipate di cui si vagheggia in questi convulsi giorni non risolveranno nulla perché nessuno avrà la maggioranza per governare senza alleanze spurie e dunque a ripetere lo schema appena fallito. Il tentativo poi di cambiate cavallo in corso di legislatura è ancora peggio: come potrebbero governare pentastellati e piddini avendo concezioni politiche, culturali e antropologiche più che distanti, sideralmente incompatibili? Lo stesso dicasi della cervellotica riedizione della coalizione appena seppellita.

Dunque? Il sistema è bloccato. Ed in questo blocco il Centrodestra non si può reinventare ripercorrendo vecchie e malandate strade. Ci fossero almeno una destra nazionale, europea, conservatrice, popolare  ed un centro riconoscibile, forse l’esperimento potrebbe essere tentato, magari con alcuni nuovi protagonisti. Ma tutto è talmente confuso e consumato che soltanto un bagno di umiltà da parte di tutti potrebbe rivitalizzare un Centrodestra alternativo fondato sulla compatibilità programmatica e su valori non negoziabili come pilastri di  un’aggregazione politica volta ad interpretare il carattere nazionale più che spinte progressive di dissoluzione che si vanno manifestando.

In altri termini, le risposte alle domande “epocali” che si vanno infittendo dovrebbero essere alla base di una politica alta al punto di giustificare una nuova alleanza. Con spirito di tolleranza, con la volontà che dal confronto tra le civiltà non si può prescindere, con la certezza che soltanto dalla volontà popolare possono scaturire “decisori” in grado di rappresentare l’unità della nazione, mentre l’ineludibile rafforzamento degli istituti rappresentativi costituisce il presupposto per un’efficace controllo sull’esecutivo oltre a svolgere la funzione legislativa assopitasi negli, ultimi anni. E poi, un nuovo Centrodestra sarà mai in grado di mettere al centro della sua azione la tutela delle nuove sovranità che si vanno manifestando? I diritti dei popoli, innanzitutto, delle loro identità, delle loro culture, del loro posto nel mondo.

Più che un riassetto politico occorrerebbe una rivoluzione culturale. Vorremmo sbagliarci, ma non vediamo forze, energie e forme in quello che dovrebbe essere il Centrodestra dell’avvenire che siano in grado di operare in tal senso.