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Il segretario della Nato Jens Stoltenberg la definisce, in un’intervista alla “Stampa”, presenza “simbolica”. Ed ha ragione. L’invio nel 2018 di 140 soldati italiani in quella Lettonia dove la sottile “linea rossa” che separa Alleanza Atlantica e Russia rischia di trasformarsi in fronte militare, o bellico, è altamente simbolica. Simboleggia la fine del ruolo di alleato-mediatore giocato dall’Italia sull’asse Washington –Bruxelles- Mosca fin dal vertice Nato di Pratica di Mare del 2002. Un Vertice che segnò il primo vero avvicinamento tra Nato e Mosca dopo la fine della Guerra Fredda. Un vertice che sancì la nascita di un’intesa tra Nato e Russia nell’ottica di una lotta comune al terrorismo.

Oggi tutto quello non esiste più. Nonostante la minaccia dello Stato Islamico i nostri alleati c’impongono di seguirli in una logica di contrapposizione rivolta esclusivamente a Mosca. E il nostro governo si guarda bene dal dire no. Il minuetto con cui il ministro alla Difesa Roberta Pinotti e quello degli Esteri Paolo Gentiloni confermano le dichiarazioni del segretario Nato fanno intendere l’esistenza di decisioni concertate da tempo. Decisioni assai più stringenti di quelle che nel 2014 ci videro partecipare con 4 intercettori Eurofighter e una novantina di militari al pattugliamento dei cieli baltici dove incrociavano gli aerei russi.

Stavolta il nostro coinvolgimento – annunciato da Roma con un’intervista ad un quotidiano italiano – ha i toni di un costrittivo diktat. Un diktat che c’impone di svestire i panni di alleati – mediatori indossati, ad esempio, durante lo scontro tra Russia e Georgia del 2008, per infilarci la divisa di sudditi Nato già impostaci nella guerra a Gheddafi. Ma se l’ordine di contribuire all’eliminazione del rais impartito tramite Giorgio Napolitano fu transitorio l’obbligo di sudditanza formulato dal Segretario della Nato appare invece stringente e continuativo. E Stoltenberg non lo nasconde. Nelle sue parole lo schieramento dei nostri militari dimostrerà che “ci siamo e siamo uniti” ed “abbiamo una difesa forte che garantisce la deterrenza”. Altrettanto esplicitamente Stoltenberg dichiara la fine delle politica di partenariato avviate a Pratica di Mare. “Non siamo nella Guerra fredda – afferma, parlando dei rapporti tesi tra l’Alleanza e la Russia -, ma non c’è nemmeno il partenariato a cui lavoriamo da anni. Attraversiamo un territorio nuovo, è un sistema di relazioni con Mosca mai visto sinora”. E a poco servono i tentativi della Pinotti di confermare la continuità del dialogo con Mosca o quelli di un Paolo Gentiloni che smentisce “una politica di aggressione verso Mosca”.

Il primo a smentire entrambi è Stoltenberg mettendo nero su bianco le accuse ad una Russia descritta come un nemico “sempre più assertivo ed imprevedibile” colpevole di schierare “sistemi missilistici vicino ai Paesi alleati” e di condurre “attività militare su larga scala”. Insomma l’Italia da oggi costretta a dovrà partecipare da ubbidiente alleato alla pericolosa partita impostaci da un Obama a fine mandato e sottoscritta da Francia, Gran Bretagna e Germania.

Una partita che rischia di tramutarsi in un roulette russa se a Losanna fallisse l’ennesimo tentativo del Segretario di Stato americano John Kerry e del suo omologo Sergej Lavrov di trovare un’intesa comune sulla Siria. Una Siria dove i consiglieri militari della Casa Bianca premono su Obama per ottenere il via libera ai piani per colpire l’aviazione di Bashar Assad colpevole di bombardare i ribelli alqaidisti di Al Nusra trincerati ad Aleppo Est. Piani che innalzano drasticamente il rischio di uno scontro con Mosca.

Ma un’Italia prigioniera delle politiche altrui deve far i conti anche con i rischi in campo economico. Lunedi e giovedì a Bruxelles i ministri degli esteri e i Capi di Stato dei 28 aprono un doppio summit dedicato ai rapporti con la Russia. Un summit in cui potrebbero venir decise nuove misure punitive contro Mosca. Misure che per un’Italia, già provato dai mancati incassi per oltre 3,6 miliardi registrati dopo le sanzioni europee del 2014, rischiano di trasformarsi in un micidiale boomerang.