Al momento in cui scriviamo, la kafkiana vicenda del sindaco pro-tempore Ignazio Marino si sta avviando alla sua conclusione. Dinanzi al ritiro delle dimissioni (presentate, lo ricordiamo, dopo la vicenda delle false giustificazioni per ottenere il rimborso delle cene e dei viaggi) sembrerebbe – ma aspettiamo la verifica effettiva – che i consiglieri del PD, insieme ad altri, si dimetterebbero da consiglieri comunali consentendo così, anche contro la volontà di Marino, di sciogliere l’amministrazione comunale di Roma eletta nel mese di maggio 2013: in tal modo, Marino conquisterebbe il poco invidiabile primato di essere il primo sindaco romano eletto a suffragio popolare che viene destituito dopo poco più di due anni del suo mandato.

Questa situazione c’induce ad alcune considerazioni e riflessioni.

La prima, e la fondamentale, è stata da chi scrive già esposta su questo sito: la legge per l’elezione diretta del sindaco e del presidente della Regione è carente in quanto non consente, pena la decadenza di tutti i consiglieri, la sostituzione – con adeguate modalità – del capo dell’amministrazione locale nel caso in cui egli non dimostri le capacità e l’impegno necessario, oppure non goda più della fiducia della popolazione e dei consiglieri. L’eventuale modifica dovrebbe certamente salvaguardare una certa stabilità e continuità dell’amministrazione, però non si può neanche assistere passivamente all’immobilismo od all’incapacità. Anche perché le norme attuali sui comuni prevedono che la maggior parte delle delibere possano essere approvate dalla giunta, senza passare per il consiglio, e quindi di fatto il sindaco è veramente un “dominus” pressoché assoluto.

L’altra considerazione attiene al sistema delle elezioni primarie. Può essere certamente uno strumento preventivo di selezione dei candidati, però non può divenire una lotta tra correnti dello stesso partito, utilizzando quando servono le facce più simpatiche o curriculum prestigiosi che però nulla hanno a che fare con le effettive competenze in materia di amministrazione locale. Si parla di una legge che regolamenti le elezioni primarie: nel caso si facesse, oltre a delimitare il corpo elettorale (impedendo così a cinesi ed a zingari di affluire in massa ai seggi), bisognerebbe forse anche prevedere una pregressa esperienza nell’amministrazione cittadina.

E veniamo a parlare di Marino. Fin dall’inizio egli fu definito dai romani e dalla stampa come “un marziano a Roma”, riprendendo l’analogo titolo di un racconto, poi trasformato in film, di Ennio Flaiano. E Marino “marziano” lo era veramente: genovese e non romano, residente per decenni in altre città italiane e straniere, esercitante una professione – quella di chirurgo – che con l’amministrazione di una metropoli non ha alcun rapporto, anzi chi esercita quella professione in genere è totalmente alieno dal diritto amministrativo e dalla contabilità pubblica.

Egli divenne certamente senatore e poi componente della commissione sanità, ma appunto di sanità e non di enti locali si occupava. Marino in realtà fu imposto da un capocorrente romano già del Pci ed ora del Pd, tale Goffredo Bettini, attualmente parlamentare europeo, contro le altre correnti romane del suo partito che lo stavano emarginando. Riuscì, tra polemiche, a prevalere e divenne sindaco anche per l’abbandono da parte di migliaia di elettori romani del sostegno a Gianni Alemanno.

Il nostro personaggio, peraltro eternamente ridente (ed i romani dicono: “ma che c’avrà da ride’, con tutto quello che succede a Roma!”), si distinse subito per la demenziale idea di chiudere (in attesa di demolirla…) Via dei Fori Imperiali, che era stata sì costruita dal Fascismo ma che collega – rispettando l’esistenza e la veduta dei Fori Romani – tutta Roma Sud (quartieri Appio-Tuscolano-Eur Colombo, sviluppatisi dopo la guerra) al centro ed oltre. La conseguenza della sua parziale pedonalizzazione è stata il caos nelle vie circostanti dove confluisce tutto il traffico deviato: ci furono così decine di manifestazioni di protesta da parte dei residenti e degli utenti.

Ci sarebbero tante altre cose da dire sulla sua pessima amministrazione, dal servizio pubblico di trasporto sempre peggiorato alle proteste delle maestre di asilo, dalla nettezza urbana carente alla manutenzione insufficiente o superficiale delle strade. Ma la vera colpa di Marino è stata, a nostro parere, quello del decoro urbano della città avvilito da miriadi di zingari e bengalesi presenti nel centro, nelle metropolitane, ai supermercati, a Castel Sant’Angelo, a San Pietro ed a quella Via dei Fori Imperiali tanto cara al sindaco uscente, a vendere abusivamente di tutto, a chiedere elemosina, a rubare, ad insudiciare: senza contare l’incontrollata proliferazione dei bus panoramici turistici che invadono le strade principali.

Il numeroso corpo dei Vigili Urbani di Roma non è stato messo in condizioni di agire efficacemente, né la giunta ha mai emesso direttive e regolamentazioni rigide al riguardo, soprattutto in materia di occupazione di suolo pubblico e di vendite abusive.

Sta di fatto che ora siamo arrivati, sembra, al punto di arrivo: ma la vera crisi dell’amministrazione romana incombe soprattutto sul partito democratico che prima ha scelto una persona inadatta per fare il sindaco, in seguito è stata coinvolta in prima persona ed in modo prevalente nello scandalo della cosiddetta “Mafia Capitale” (Buzzi s’incontrava con Marino in campagna elettorale), poi non ha avuto la forza politica per sfiduciarlo, adesso non sa come fare a ricostruire il partito ed a presentarsi agli elettori.

Questa negativa esperienza dovrebbe anche far riflettere la destra ed il centro-destra romano dove vi sono certamente persone esperte dell’amministrazione comunale ma, prima di tutto, devono fare un serio ed approfondito programma per Roma Capitale con particolare attenzione al risanamento urbanistico, al trasporto pubblico, alle attività commerciali e ristorative, al decoro urbano, all’utilizzo razionale ed efficace della polizia urbana, alle periferie abbandonate a sé stesse, alla cultura ed ai beni archeologici trascurati su cui si vive solo di rendita. Un programma che abbia una prospettiva decennale, che impegni i migliori esponenti della cultura e del lavoro romano e nazionale.

Un’ultima notazione riguarda la persona di Marino. Egli forse pensava di usare Roma come una base per ascendere al vertice della politica e del governo (ricordiamo che egli si candidò alle primarie per la segreteria del partito democratico contro Bersani) ma, così pensando, è ricaduto nello stesso errore dei suoi predecessori. Rutelli, Veltroni, Alemanno nutrivano lo stesso desiderio, ed i primi due si erano anche candidati presidenti del consiglio, ma poi i loro progetti sono evaporati. Forse, fare il sindaco di Roma con queste prospettive porta sfortuna….