Oggi le comiche. Si potrebbe sintetizzare così la vicenda della strampalata idea di creare a Roma un museo del Fascismo.
Una specie di farsa alla Ridolini tutta interna alla congrega sinistra-5 stelle della capitale innescata dalla trovata di una consigliera comunale grillina, tale Maria Gemma Guerrini, che avrebbe voluto creare “un grande museo” dedicato al passato regime, una via di mezzo tra una specie di Disneyland del Littorio – “polo attrattore per scolaresche, curiosi, appassionati ma anche turisti da tutto il mondo” – e un luogo di catarsi collettiva capace di “contrastare il negazionismo e l’ignoranza” e i “rigurgiti neofascisti” che “anche recentemente hanno offeso Roma e i suoi cittadini”.
Un’idea confusa e bizzarra, frutto evidente di superficialità, approssimazione e ignoranza, che nonostante dichiarate finalità pseudo-pedagogiche da antifascismo da barzelletta, ha subito fatto imbestialire l’ANPI che si è immediatamente scagliata contro la proposta.
“Un museo che verrà realizzato e gestito dalla prossima consiliatura capitolina, sui cui valori antifascisti nulla possiamo oggi prevedere, quando nel nostro paese non ci si vergogna più di citare Mussolini e dove il fascismo si esprime addirittura formando partiti che esplicitamente ad esso fanno riferimento e che tardano ad essere sciolti” tuonano i “partigiani” con tessera da 10 euro, 5 per studenti e disoccupati, visto che di quelli veri ne sono rimasti oramai ben pochi, sempre pronti ad alzare la voce per scongiurare il pericolo che qualcuno racconti seriamente la storia mettendo in dubbio le loro narrazioni mitologiche.
Il grido di dolore dei tesserati è stato prontamente raccolto da Virginia Raggi che, avendo scoperto che l’antifascismo da burletta è un’efficacissima protezione contro le sue malefatte, non perde occasione di strombazzare a quattro venti la sua novella fede di antifascista dell’ultima ora.
Da quando ha trasformato Casapound (anche, va detto, per l’ingenuità dei ragazzi di Via Napoleone III) nel più grave problema di Roma e avere starnazzato a caso, in ogni occasione possibile, su fascismo e resistenza da sinistra nessuno la disturba più per i problemi dell’immondizia, dei topi, dei bus che prendono fuoco, delle buche nelle strade e per tutte le altre enormi magagne di una città allo sbando.
La Vispa Teresa del Campidoglio non poteva certo farsi sfuggire questa ghiotta occasione servita su un piatto d’argento da una sprovveduta e confusa collega di partito: “Roma è una città antifascista, nessun fraintendimento in merito” ha tagliato corto stroncando sul nascere la maldestra iniziativa.
Una decisione che ha riscosso il plauso incondizionato, tra gli altri, di Paolo Berizzi, l’ispettore Clouseau dell’antifascismo più ridicolo e manipolatore, l’implacabile cacciatore di bottiglioni e pagnotte che con la caccia al fascismo immaginario si è scavato una profittevole e comoda nicchia professionale uscendo così dall’anonimato e dalla irrilevanza.
“Bloccata (forse) un’insana idea. Bene così. Poi dicono che i giornali e il giornalismo non servono a niente.”
Laddove il “giornalismo” utile sarebbe il suo, ovvero l’ennesimo scoop stile Watergate che dopo avere denunciato bottiglie di vino, busti del duce nei ristoranti e panettieri nostalgici è riuscito a scoprire e denunciare addirittura il presunto pericolo di un immaginario museo-luna park.
Definire un museo, cioè comunque un luogo di cultura, “insana idea” non deve meravigliare, visto l’alto tasso di ignoranza imperante. In questo caso, però, la definizione è certamente errata per difetto.
L’idea della consigliera comunale grillina non è insana ma solo molto stupida.
Sarebbe impossibile sintetizzare e cristallizzare una vicenda storica complessa come quella del fascismo in uno stravagante museo-attrazione oltretutto con l’illusione di attribuirgli una non meglio definita “funzione catartica”.
Che piaccia o meno alle zitelle isteriche dell’ANPI e alla sindaca-macchietta, l’Italia e Roma sono già un museo vivente e a cielo aperto delle realizzazioni del passato regime; per ricordarlo o farsi un’idea di quello che ha costruito e rappresentato basta farsi un giro in una qualsiasi città dello stivale e guardarsi intorno.
Non servono comici musei catartici ma, casomai, buone letture che dissolvano la nebbia dell’ignoranza dalla quale scaturiscono idee strampalate, dibattiti stralunati, reazioni penose e sindaci inadeguati e grotteschi.
Possiamo però comprendere la preoccupazione che sta dietro alla furia oscurantista delle prefiche antifasciste.


Le mostre tematiche allestite negli anni sull’argomento Fascismo hanno sempre avuto un clamoroso successo di pubblico e hanno sempre permesso a chi le ha visitate di scoprire prospettive interessanti e mondi sconosciuti.
E’ stato così nel 1982 a Milano per la mostra “Gli anni Trenta – Arte e Cultura in Italia” (organizzata da un’amministrazione comunale di sinistra ma intelligente e lungimirante, lontanissima dalla mediocrità settaria di quelle di oggi) e nel 1984 a Roma per “L’economia italiana tra le due guerre, 1919-1939”, di Gaetano Rasi e Giano Accame (il sindaco era Ugo Vetere del PCI, altro che Raggi), passando per le iniziative di Marzio Tremaglia in Lombardia tra il 1995 e il 2000 fino alla eccezionale “Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics. Italia 1918-1943” curata nel 2018 da Germano Celant per la Fondazione Prada e alla recentissima “Anni Venti in Italia. L’età dell’incertezza” al Palazzo Ducale di Genova pochi mesi fa.
Tutte iniziative di altissimo spessore culturale, di grande successo e di forte impatto, capaci di aprire le menti, di fare cultura e di farci riflettere seriamente su un periodo fondamentale della storia d’Italia.
Conoscere, capire, riflettere: azioni elementari ma troppo difficili per la povera Virginia Raggi, per gli ottusi e fanatici “partigiani” da 10 euro e per certi pennivendoli di servizio.