Alcuni amici, per contestare legittimamente le mie posizioni in materia di politica economica, hanno pensato di tradurre il proprio disappunto affibbiandomi quello che – immagino – sia per loro il peggiore degli epiteti: “sei un liberista!”.

Premesso che la cosa non costituisce per me titolo di offesa, non credo però di essere un puro interprete della dottrina economica che deve comunque la sua definizione a pensatori non proprio di secondo piano, quali Adam Smith, Karl Popper e Vilfredo Pareto fino a Giuseppe Prezzolini e Milton Friedman, così come di rilievo furono i suoi migliori interpreti politici, da Cavour a Einaudi, da Reagan alla Thatcher.
Non sono un liberista in senso tecnico, perché la mia visione del mondo e della vita non muove da equilibri e regole economiche, ma ritiene che gli stessi debbano essere funzionali ad un sistema di valori, secondo quel principio di prevalenza della Politica sull’economia che è uno dei capisaldi della mia area di pensiero.

Ma sono di destra, senza bisogno di ulteriori aggettivazioni, che si rendono necessarie solo quando la definizione principale non è quella che ti si addice.

Questo, sotto il profilo economico – giacché di elementi valoriali abbiamo parlato e si parlerà in altre occasioni – significa negare l’illusione che un governo sia in grado di generare ricchezza e benessere, di qualunque colore politico esso sia; significa pensare che lo Stato debba essere il meno invasivo possibile rispetto la libera capacità delle persone di esprimere il meglio di sé. Che la pressione fiscale debba essere limitata e che ciascuno abbia diritto a mantenere per sé e la propria famiglia la gran parte dei redditi prodotti. Che per fare questo lo Stato debba costare poco, avere un sistema snello, con la burocrazia ridotta al minimo; che il pubblico non debba fare impresa e che tra i suoi compiti inalienabili vi sia quello di regolare e garantire ai cittadini il pieno accesso ad alcuni servizi primari, quali la sanità, l’assistenza, l’istruzione, i trasporti, la giustizia, la difesa e la sicurezza, esercitando il controllo per evitare la prevaricazione di interessi e poteri concentrati. E che l’efficienza di questi servizi faccia acquisire, allo Stato, quell’autorevolezza (che è cosa diversa dall’autorità) che ogni persona “di destra” dovrebbe auspicare per la propria Nazione, e che costituisce il primo indispensabile requisito perché si formi – in capo ai singoli – quel senso di appartenenza ed identità così assenti nell’Italia di oggi. Autorevolezza che, sola, consentirebbe di avere anche verso l’Europa che non ci piace una posizione autonoma, seria, adulta. Altro che dar colpa alla moneta ed evocare il ritorno autarchico al “tallero”.
Aborrisco l’assistenzialismo, in ogni sua forma; nego che l’impiego pubblico possa essere utilizzato come fosse un ammortizzatore sociale senza che, presto o tardi, i cittadini ne debbano pagare il conto. Non riconosco ad alcuna sigla sindacale il potere di veto o la possibilità di vincolare le scelte dell’Esecutivo. Mi disgusta il pauperismo di facciata dietro il quale si nascondono, sempre più spesso, inconfessabili interessi illeciti.
Credo che l’eccesso di legislazione, burocrazia, presenza di vincoli, autorizzazioni e concessioni da parte della Pubblica Amministrazione finiscano per appiattire le differenze, negando l’affermazione delle qualità e l’esaltazione delle capacità, altro elemento caratterizzante l’essere di destra. Credo di essere peggiore di tantissimi, e migliore di alcuni; trovo giusto che i primi arrivino più lontano di me ed intollerabile che i secondi pretendano di essere al mio livello. Trovo l’invidia sociale il peggiore dei peccati possibili, quasi al punto che penso che chi è più invidioso debba stare – quasi per una sorta di giusta legge del contrappasso – ai gradini inferiori della scala sociale.
Penso che il senso di responsabilità personale e soggettiva dovrebbe essere il primo concetto da insegnare ai bambini, perché sappiano da subito che ogni scelta comporta effetti di cui ci si deve far carico; altrimenti si cade nel relativismo e nel perdonismo della sinistra, secondo la quale le colpe vengono sempre collettivizzate in una impersonale società. E se uno ruba, si droga o delinque può sempre far valere qualche scusa a propria discolpa, muovendo a compassione i professionisti dell’assistenzialismo che – manco a dirlo – si alimenta solo e soltanto di pubbliche contribuzioni.

No, non so se sono davvero un liberista; so per certo che il socialismo – in ogni sua deriva o rappresentazione – è la più ignobile delle truffe ideologiche, basata su un presupposto egualitarismo che azzera i meriti e annulla le colpe. E soprattutto, per restare al tema economico, ti fa credere che ci sia sempre lo stato (il minuscolo è voluto, in questo caso) mammone, sempre in grado di mantenere tutto e tutti, quasi che la disponibilità dello stesso fosse autonoma ed illimitata. Mentre il rovescio della medaglia è sempre e solo il ricorso alla leva fiscale, allo stato di polizia tributaria; all’idea che chi è agiato lo sia presuntivamente per dolo, e chi ha meno sia sempre e solo vittima di soprusi.
Poi arriva il momento in cui i nodi vengono al pettine, ed i debiti vanno in scadenza. Ciò che avviene in questi anni in Italia: finita la stagione dell’espansione acritica del debito pubblico, dell’uso della leva inflativa e della svalutazione della moneta, cambiate le condizioni generali di mercato con una folle apertura dello stesso a paesi liberi da ogni vincolo e controllo, ci troviamo nella condizione di dire alle nuove generazioni che non solo non potranno fruire delle garanzie godute dai padri e dai nonni, ma che esse dovranno lavorare per pagare i debiti delle generazioni precedenti più che per assicurarsi un futuro dignitoso. E l’unico sistema per invertire la tendenza è quello di ridare fiato all’economia reale – quella che produce e non quella che specula sui numeri – liberandola da leggi, permessi, vincoli, fisco e burocrazia. Finendola di pensare che chi fa impresa sia il “padrone” reazionario e retrivo che si diverte ogni mattina a scegliere il dipendente da licenziare, solo per soddisfare il proprio sconfinato sadismo.
Perché è l’economia che si rimette in moto, a creare lavoro; non un asfittico statuto dei lavoratori, non un urlante sindacalista metalmeccanico, non un’ulteriore infornata di assunzioni pubbliche.

Questa, piaccia o meno ai miei detrattori, è LA ricetta vista da destra, a qualunque latitudine si sviluppi il confronto politico.
Non a caso, questa è stata pure la ricetta argomentata e sostenuta dalla destra italiana da quando – con la nascita di Alleanza Nazionale – ha potuto affermarsi come credibile opzione di governo, uscendo da una sacca di marginalità in cui le vicende del lunghissimo dopoguerra l’avevano confinata.
Ed è stata anche la linea accettata senza pruderie o contestazioni dalla grandissima parte di elettori e militanti (ed io fra questi) del MSI-DN, che si sciolse nel gennaio 1995 per il sopraggiunto raggiungimento del proprio scopo sociale, ovvero l’aver definitivamente affermato il diritto di cittadinanza politica, consegnando la Storia alla storia, e dando per l’appunto vita ad una nuova formazione che seppe triplicare i consensi, aprendo le porte ai tanti italiani intimamente di destra che – per timore o disinformazione – si erano sino ad allora nascosti sotto la furba protezione della DC, apparentemente unico rifugio anticomunista ai tempi della guerra fredda.

La vicenda del fallimento del centrodestra della seconda repubblica è ancora così radicata nella cronaca politica, dal non poter essere interpretata con le lenti della storia. Tuttavia, mi piace ricordare di essere stato tra i cinque (insieme a Giorgia, Ignazio, Guido e Fabio) a certificare ad un certo punto che il soggetto politico che avrebbe dovuto unitariamente rappresentare questa area si fosse frantumato per effetto di incapacità, scandali, ruberie e sottomissioni a quel sistema di poteri avverso i quali era invece stata lanciata la sfida innovativa del 1994. E decidemmo quindi di rinunciare alle garanzie ed ai privilegi che soprattutto a quel tempo a nessuno di noi 5 sarebbero stati negati, per ridare una casa comune a quanti – privati di Alleanza Nazionale per motivi che ora è superfluo ribadire – erano rimasti giustamente più che delusi dall’involuzione della loro rappresentanza politica.

Continuo a ritenere che l’impegno comune di quanti hanno fatto parte della nostra storia sia di restituire cittadinanza ad un’idea politica, anche – perché no – per poi rivolgersi a chi, provenendo da altre storie, voglia recuperare l’alternativa alla sinistra miseramente fallita sotto le macerie del PDL. D’altra parte, solo chi non è sicuro delle proprie radici ha timore di confrontarsi e mescolarsi con altre culture. E la paura non è un sentimento di destra.

Tutto avevamo in mente – nel dicembre 2012 – meno che dar vita ad un soggetto autoreferenziale. Ciò che invece rischia di diventare FdI se si trasforma nell’area che – pur presente nel MSI prima e, con minor virulenza, in AN poi – ne aveva pur sempre costituito una componente minoritaria, portatrice di una “eresia” tutta italiana che rese meno comprensibile agli italiani la riconoscibilità della destra.

Anche per lo strabismo delle nostre parole, il campione di una “destra diffusa” finì quindi per diventare Berlusconi – pur carico di contraddizioni e conflitti di interessi, e che purtroppo finì per mostrare “allergia” verso i temi della legalità e dell’etica in politica – ed oggi rischia di diventarlo Salvini, salutato in questi giorni come nuovo Vate addirittura da tanti che in altri tempi esaltarono la scelta di Fini di non bere nemmeno un caffè con il precedente “secessionista”.

Il nostro obiettivo non era rappresentare una piccola corrente di un vecchio, piccolo partito; il nostro scopo era mostrare che in Italia la Destra non era scomparsa, nonostante errori propri ed il fallimento di un progetto più ampio. La mia idea rimane quella, resta da capire se e chi ha cambiato prospettiva.

Bisogna però uscire da ogni contraddizione, e parlare il linguaggio comprensibile e condiviso all’elettore di destra, o centrodestra che dir si voglia, secondo l’italica vulgata.

Agli amici, e ce ne sono, che trovano fastidiosa l’etichetta di destra, chiedo di dirlo in chiaro perché si sappia che gli obiettivi, e quindi le scelte, divergeranno.
Ai tempi del MSI si rischiò – non a caso – l’estinzione, nella breve esperienza in cui chi ci guidava predicò “lo sfondamento a sinistra”; sono certo che chi accettò il passaggio in AN – di certo inserita nell’ambito della destra comunemente intesa – lo fece per convinzione, e non per opportunismo.

Tornare indietro a vecchie confusioni trasformerebbe il progetto in una auto-celebrazione settaria, buona per seminari e convegni; ma lo renderebbe incomprensibile alla pluralità dei cittadini.

In tempi di ostracismo fisico e politico, e ancora in periodi di vacche grasse, l’equivoco era un lusso che dovevamo prima, e potevamo poi, permetterci. Ora che tutto è da ricostruire, è fondamentale che i prossimi edifici siano fatti con materiale omogeneo.