La scorsa domenica ho accettato di buon grado l’invito dell’amico Fabio Rampelli a partecipare al ricordo dei nostri Caduti  durante tragica stagione degli anni di piombo.

Ci siamo ritrovati con molta semplicità in quella fredda domenica di gennaio al Cimitero Monumentale del Verano di Roma dove giovani, anziani e intere famiglie si sono dati appuntamento per camminare tra i viali e portare un fiore ai tanti “figli d’Italia” che hanno sacrificato la vita per la comunità.

In un susseguirsi di soste simboliche, accompagnarti dalla musica di un semplice violino, tra aforismi e racconti, abbiamo ricordato in un percorso ideale dai martiri del Risorgimento, ai nostri caduti degli anni 70 passando per gli eroi delle guerre moderne senza scordare i caduti nelle trincee della prima guerra mondiale.

Una passeggiata nella memoria in cui i nostri ragazzi, falciati dalla stagione dell’odio, hanno trovato cittadinanza in un contesto più ampio che fa parte di una storia che dovrebbe essere sempre più condivisa.

Un “percorso della memoria” che è iniziato sulla tomba di Goffredo Mameli, martire del risorgimento, patriota e poeta, autore delle parole dell’inno nazionale italiano, morto a ventidue anni in seguito alle ferite riportate nella battaglia durante la difesa della Repubblica Romana.

La commozione ha raggiunto l’apice di fronte al bassorilievo fatto dalla madre di Stefano Recchioni per la tomba del figlio caduto a vent’anni come lo furono Stefano e Virgilio Mattei, Miki Mantakas, Mario Zicchieri, Francesco Ciavatta, Franco Bigonzetti, Angelo Mancia, Paolo di Nella in quell’interminabile scia di sangue che percorse la Capitale e le altre città d’Italia.

L’itinerario rievocativo si è concluso attorno al Sacrario dei caduti della Prima guerra mondiale, opera di Raffaele De Vico, per commemorare anche le vittime, altrettanto dimenticate nelle missioni internazionali. Al termine vi è stata la significativa consegna di un tricolore e di una pergamena con l’inno di Mameli ai presenti più giovani.

Credo che questo sia il modo migliore per commemorare queste giovani vite che spesso sono ricordate ancora con manifestazioni di parte come se la memoria non potesse mai diventare condivisa. Una volta tanto ho assistito con soddisfazione a qualcosa di alternativo rispetto ai consunti rituali funebri fatti per ostentare un saluto, una divisa improbabile o un Presente. Per questo  motivo sono ritornato a Padova ancor più convinto sulla necessità di alimentare e documentare la memoria del nostro dopo  guerra con lo spirito critico di chi vuole tramandare la storia del sacrificio di quei “cuori Ribelli”. C’è bisogno d’intelligenza e creatività che ci permetta di fare un salto di qualità per eliminare le distinzioni di campo e le ghettizzazioni su chi è morto per un ideale. Chi si è sacrificato, giocandosi la giovinezza  in difesa di un valore abbastanza  alto, deve meritare il rispetto dell’intera comunità nazionale.

“Amore e coraggio sconfiggono gli anni di piombo.Il sangue vince l’oro. Il tempo è polvere”