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Ero quasi soffocato, bloccato dalla serie, prolungata per diversi giorni, di notizie sgradevoli, di fatti drammatici squallidamente strumentalizzati per giochi interni correntizi alla bottega PD, quando sono stato rianimato dal successo, devotamente raccolto e propagandato dal “Corriere”, ottenuto da Renzi in Cina, dove ha sfruttato (stavo per dire capitalizzato) la vigilia del G20, con i numerosi imprenditori al suo seguito, “per tenere una serie di incontri finalizzati a promuovere gli interscambi”. Quindi il sedicente presidente del Consiglio, dando ragione dell’etichetta di “piazzista” sempre affibbiatagli, non ha fatto altro che riconfermarsi nell’unico ruolo, che effettivamente è in grado, per cultura, per esperienza, per maturità, di ricoprire.

D’altronde non si è degnato di guardare, semplice comparsa di fronte ai veri “padroni” della terra, ma non è davvero il primo, il tasso di democraticità, la struttura politica, l’organizzazione amministrativa, il numero delle condanne capitali eseguite annualmente, il livello di sviluppo sociale di quel Paese, arrivato ad impossessarsi con alcuni “mandarini del regime” delle due squadre di calcio della cosiddetta nostra “capitale morale” .

Invece di preoccuparsi del blocco del PIL, arretrato di oltre 7 punti rispetto al 2007, tiene rapporti con il consorzio “Alibaba” (brutto nome se rapportato ai suoi “compagni”), e principalmente si cura della devastante intervista meritevole di analisi accurata, rilasciata dall’ex commissario alla spesa pubblica Roberto Perotti, riassunta in un titolo eloquente “Dalle partecipate ai troppi sussidi, perché le riforme hanno fallito”.

Il “premier” è coccolato e seguito dalla Confindustria, i cui membri per il 75% sono suoi gregari nella corsa del referendum e di null’altro si cura. E proprio dalla Cina, in cui in questi giorni sproloquia, viene da riprendere una massima del fondatore e padre di quello Stato, campione e modello di libertà, tale Mao Tze Tung, “grande è la confusione sotto cielo”.

Incredibile è il caos registrato a Roma ben prima del previsto, nonostante la cautela richiesta nel giudizio da certa destra confusa ed inconcludente. Non ci si riesce a rendere conto che il voto dei pochi romani, ancora fedeli al “rito delle urne”, è dovuto ad un misto di rabbia e di disperazione e che è il sonoro fallimento di quella antipolitica, creata, provocata ed alimentata dalla condotta e dalle decisioni, assunte in assoluta consonanza, da Berlusconi e da Renzi.

La sintonia tra i due, nata ad Arcore, e consacrata con l’”Italicum” , aveva una prova, solo una delle tante di ieri e di oggi, del loro pirandelliano “gioco delle parti”, nell’unità di giudizi espressi in occasione della drammatica pagina parigina del gennaio 2015. Non si comprese o non si arrivò a comprendere quanto perfida, calunniatrice, provocatoria fosse la campagna scatenata da “Charlie Hebdo”, capace di ripetersi con la stessa carica di scherno attraverso vergognose vignette sui poveri morti del terremoto. Il democristiano Alfano, per una volta nella vita “cuor di leone”, è arrivato a parole grevi di disapprovazione.

Una nota nel foglio di famiglia ha rivendicato il diritto a “difendere [salvo si tratti del Cavaliere] il diritto di fare satira sulla base della lezione di Voltaire, senza calcolare la radice anarchica, nichilista, radical chic, ostile a qualsiasi principio morale di quella testata.

Per chiudere poi che “benzina sul fuoco” è stata lanciata dalle immancabili, autolesionistiche ricostruzioni italiane, pronte nello scovare radici “mafiose” e non le responsabilità non tanto e non solo dei Comuni quanto quelle dei fiscali, cavillosi e pedanti organi pubblici, regionali e statali (Genio civile), cui spetta la parola finale e decisiva.