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Quanti appassionati dell’Egitto hanno ammirato negli anni il quadro con la sfinge al tramonto? Quanti turisti, sfogliando guide e riviste (più o meno valide…), si sono soffermati sulla riproduzione de “Il Vento Simun nel deserto”?  Milioni, di certo. Eppure, pochi, pochissimi sanno che è un’opera di un’artista italiano, anzi — per dirla alla Malaparte —  “arci-italiano”. Un patriota vero e convinto. Il suo nome? Ippolito Caffi.

Ora Venezia gli rende omaggio con una bella mostra (ben 150 opere) a palazzo Correr.

Sebbene a lungo trascurato dalla critica —  la stessa sorte di Fattori e della scuola toscana —, Caffi fu un grande artista e un carattere impetuoso. Un romantico e un vero anticonformista. Un patriota vero. La sua è una vita da romanzo. Nato a Belluno nel 1809 (allora dominio austriaco) il giovane pittore si trasferisce presto a Venezia nel ’27 dove imbocca — sconvolgendo, tela dopo tela, tutte le regole accademiche —  la strada del vedutismo di Canaletto e Bellotto. Testa libera e ardente diventa ben presto inviso alla polizia politica asburgica.  Sospettato , a ragione, di troppa italianità si trasferisce a Roma. Al tempo, merito del tollerante governo teocratico, la città è  un crocevia di artisti provenienti da tutta Europa. Qui il giovane Caffi si sente libero di sperimentare e poi si sposta a Napoli dove entra in contatto con Scuola di Posillipo.

Caffi delinea in questi anni  romani il metodo di lavoro che seguirà per tutta la vita: realizzare sul luogo, en plein air, la prima ripresa, modelli di piccole dimensioni, disegni e appunti che poi elaborerà in studio. E sono soprattutto questi modelli a costituire il grande tesoro dei Musei veneziani, grazie alla donazione della moglie.

Negli anni seguenti – tra Roma, Venezia e una breve permanenza a Trieste – Ippolito elabora alcuni dei suoi soggetti più amati: le vedute dei Fori, di Castel Sant’Angelo e quelle del Colosseo, di giorno e di notte, con luci e fuochi artificiali o anche al chiaro di luna, come nella geniale invenzione di Ca’ Pesaro del 1843 in cui l’effetto romantico delle variazioni luministiche suggerisce nuove percezioni atmosferiche; e poi le vedute del Canal Grande, del  Ponte di Rialto o il Campanile di San Marco.  Di questi anni dovrebbe essere anche “Venezia: neve e nebbia”, opera simbolo nella pittura dell’Ottocento.

Nel 1843 Caffi salpa da Napoli per il viaggio tanto agognato in Oriente. L’avventura. Sulle orme del padovano Belzoni, il pittore si inoltra nel Levante pieno di curiosità e inquietudine. Le tappe: Grecia, Turchia ed Egitto e poi giù fino alla Nubia e poi ancora Siria, Armenia, Palestina e di nuovo Grecia, ad Atene.

Un viaggio, per l’epoca, straordinario. Al rientro in Italia, l’artista però lascia i pennelli e i colori e prende le armi. È il Risorgimento, la rinascita dell’Italia, un sogno che, molto faticosamente, diventa realtà. Come molti il bellunese si entusiasma per Pio IX che benedice l’Italia. Poi l’infatuazione guelfa svanisce e Caffi raggiunge Venezia insorta per unirsi ai “crociati bellunesi” a Palmanova; combatte a Visco Iliria — una sconfitta raffigurata  nel dipinto “Visco Illiria: assalto del 17 aprile 1848” — e viene catturato dagli asburgici. Fugge e si rifugia tra le montagne dell’Agordino e poi si reca di nuovo a Venezia per unirsi alla disperata difesa della città assediata. Un’epopea oggi dimenticata.

Tra un combattimento e l’altro, Ippolito tratteggia la guerra, sempre impietosa e crudele, e l’agonia straziante della Serenissima: colera, fame, bombe, morti. Di quel momento tragico resta il quadro “Bombardamento notturno a Marghera, 29 maggio 1848 “. Un capolavoro.

Poi tutto finisce. Dal 1849, Caffi finisce nelle liste di proscrizione ed è costretto a lasciare la laguna insieme alla moglie Virginia, sposata in quello stesso ’48. Trova rifugio a Genova; va a Novara e Torino; si spinge fino a Nizza, Ginevra e Losanna; espone a Londra e a Parigi. Nonostante  l’esilio, Caffi conosce il successo e l’Austria, alla fine, chiude un occhio sui suoi trascorsi mai rinnegati e concede il ritorno a Venezia. Tra i suoi committenti vi sono anche Papa Pio IX e l’arciduca d’Austria Massimiliano d’Asburgo, il rappresentante  meno ottuso della vetusta dinastia. La simpatia del principe non impedirà, nel 1859, l’accusa di alto tradimento e la prigione. Scarcerato, Caffi si entusiasma per Garibaldi e raggiunge, il 7 novembre ’60, Napoli dove assiste all’ingresso in città di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II. Ormai cittadino del regno d’Italia, ardente di patriottismo, torna a Venezia in attesa di “una scossa elettrica”.

Nel ’66 scoppia la terza guerra d’indipendenza.  Ippolito freme, vuole arruolarsi (nonostante l’età), rompe le scatole a tutti e, alla fine, viene accontentato:  l’ammiraglio Persano lo invita sulla sua nave, il Re d’Italia. Destinazione Lissa. In quelle acque, il 20 luglio 1866, la flotta italiana viene duramente sconfitta. Il piroscafo corazzato viene speronato e affonda nell’Adriatico. Quel giorno muoiono 460 marinai e un’artista: Ippolito Caffi.

 

 

Museo Correr, Venezia

Sino al 20 novembre
E-MAIL INFO: info@fmcvenezia.it
SITO UFFICIALE: http://correr.visitmuve.it