Nel 1979, David Bowie è un artista non ancora sereno, ma almeno rinato. Conclusosi il terapeutico periodo berlinese e archiviato un tour mondiale, raccoglie (col metodo delle “Strategie Oblique” di Brian Eno: cartoncini su cui scrivere le idee più disparate, per poi mescolarle e unirle) un mucchio di idee apparentemente disorganizzate e registra “Lodger”, “l’inquilino” (i titoli in fase di lavorazione erano “Planned Accidents” e “Despite Straight Lines”): considerato il disco minore fra quella “trilogia berlinese” che è di fatto un dittico (soltanto le pietre miliari “Low” e “Heroes”, entrambe del 1977, corrispondono infatti pienamente al soggiorno a Berlino), e poi trascurato dal suo stesso autore (che, impaziente di mettersi all’opera per “Scary Monsters” – da qualcuno, complici le foto del booklet, considerato l’ultimo capitolo d’una tetralogia – non gli dedicherà un tour), “Lodger” resta un grandissimo disco.
L’album più breve (34 minuti e mezzo) d’un artista che raramente è stato prolisso è anche il più ricco d’idee, suggestioni, immagini, soprattutto luoghi: è infatti, nonostante il titolo “domestico”, un album che porta l’ascoltatore in giro per il mondo.

La vocazione “globetrotter” del compianto, grandissimo artista è anche stata celebrata, nella primavera 2019, da una mostra fiorentina, nella gloriosa cornice di Palazzo Medici-Riccardi: “Heroes – Bowie by Sukita”, galleria che celebra la pluridecennale collaborazione fra David Bowie e Masayoshi Sukita, a lungo suo fotografo e costumista.
Tre i punti centrali della retrospettiva: le foto del 1973, con Bowie ancora in versione Ziggy Stardust spesso in kimono; la celeberrima sessione fotografica del 1977, con i provini per quella che diventerà la famosissima copertina di “Heroes”; il soggiorno giapponese del 1980, con Bowie immerso nella vita quotidiana di Kyoto e Tokyo.

Il “Fantastic Voyage” del brano d’apertura di “Lodger”, uno dei più belli di tutto il canzoniere bowieano, è ideale (trattasi d’una profezia apocalittica), ma seguito dalla chiara dichiarazione d’intenti di “Move On”, inno alla passione per il viaggio (“sometimes I feel the need to move on / so I pack a bag and move on”) e alla ricerca di pace (“Cyprus is my island / when the going’s rough”).


Fra queste due canzoni, “African Night Flight” racconta in forma di flusso di coscienza un viaggio in Kenya con l’adorato figlio Zowie (che cambiando nome e tenendo il cognome secolare del padre, diventerà un bravo regista: Duncan Jones) e le conversazioni con piloti della Luftwaffe, reduci dalla Seconda Guerra Mondiale, incontrati nei bar di Mombasa. Il quarto brano, “Yassassin” (un augurio di lunga vita), ricorda gli operai turchi incontrati a Berlino. La prima parte del disco si chiude con “Red Sails”: tonante caricatura dei film d’avventura con Errol Flynn, puntellata da allusioni omoerotiche. Seguono i tre singoli, “DJ” (feroce satira, per l’appunto, del mondo dei disc-jockey), “Look Back In Anger” (angosciata rievocazione del periodo in cui Bowie si identificava prima con Ziggy Stardust e col Sottile Duca Bianco: anni infernali tra follia e tossicodipendenza, che l’anno dopo descriverà ancor meglio con la splendida “Ashes To Ashes”, accompagnata dal suo videoclip più bello) e “Boys Keep Swinging” (come “Red Sails”, celebrazione d’una mascolinità un po’ gaia, dal celebre video in cui Bowie si camuffa tre volte da drag queen). Chiudono “Repetition”, storia di violenza domestica, e “Red Money”, che chiude il disco con la stessa angoscia da fine del mondo con cui lo apriva “Fantastic Voyage”.
La copertina di “Lodger” ritrae Bowie “fracassato” su di un pavimento: il booklet esplicita il rimando alla foto post-mortem di Ernesto Guevara, in un collage che affianca il guerrigliero attorniato dai militari al Cristo morto di Mantegna, cui l’ultima immagine del Che è stata sempre accostata.

“Lodger” avrà vendite inferiori ai due precedenti berlinesi, e non sarà subito apprezzato dalla critica. Bowie se ne farà una ragione, e con esso archivierà gli anni ’70: il decennio della trasformazione da cantante di belle speranze in rockstar, ma anche della sua autodistruzione. Gli anni ’80 lo vedranno diventare un divo: nel 1983 firma con la EMI un contratto faraonico, e l’album “Let’s Dance” con i suoi singoli gli fa registrare vendite che prima sarebbero state per lui impensabili (il Bowie berlinese era sì un artista molto noto, ma ancora di nicchia), e il conseguente “Serious Moonlight tour” lo vedrà non più di fronte al pubblico delle sale teatrali, ma a quello degli stadi.

È anche il periodo in cui si dedica più che mai alla sua passione orientale: lo testimoniano lo scandalo per il videoclip di “China Girl”, l’attenzione particolare riservata alla branca asiatica della tournée (attestata dal documentario promozionale “Ricochet”, oltre che da un eponimo volume con foto di Denis O’Regan ripubblicato pochi mesi fa), e la partecipazione a “Furyo” di Nagisa Oshima (in originale, “Merry Christams Mr. Lawrence”): forse il film e l’interpretazione più belli della carriera cinematografica di David Bowie, nel ruolo di Jack Celliers, ufficiale britannico catturato a Giava durante la Seconda Guerra Mondiale, di cui si infatua un collega giapponese (interpretato da un altro grande musicista, Ryuichi Sakamoto), figura ispirata a Yukio Mishima.

Ma gli anni ’80 di David Bowie cominciano con quello che è forse il suo ultimo grande album: “Scary Monsters (and Super Creeps)”, aperto da “It’s No Game”, parodia delle canzoni di protesta (il disdegno di Bowie per i tralala con cui i cantautori si lamentano che il mondo va in malora esploderà, nel 1999, nella meravigliosa lite in diretta tv con Adriano Celentano) duetto bilingue tutto urlato con Michi Hirota (fascinosa attrice giapponese, già in forze al Red Buddha Theatre), la cui frase iniziale sarebbe un bellissimo titolo per un reportage, o per un saggio di storia contemporanea:

“Shiruetto ya kage ga kakumei o miteiru
Silhouettes and shadows watch the revolution”.