I tanti stati d’animo unificatori di una condizione oratoria, rapacemente uditoria, racchiusi in un procedimento di stampa foto storico ad alta tricromia: tendente a rilasciare l’inchiostro di china in tre e successivamente 4 tonalità distinte, caratteriali, in una conversazione. La Conversazione, inedita in una narrazione storica immaginifica di Jean d’Ormesson (Edizioni Clichy, collana Gare du Nord), autore francese ed illustre sconosciuto al grande pubblico italiano, membro dell’Académie Francaise, per lungo corso direttore di Le Figaro, è riuscito nell’irrealizzabile. Evidentemente, non essendo uno strenuo sostenitore del sistema Pantone e delle scale cromatiche inventate dalla celebre azienda statunitense per cui, ogni colorazione deve per forza di cose corrispondere ad una norma di numeri, in modo tale che tutte le sfumature siano facilmente identificabili in ogni parte del mondo. Una classificazione che sospende in un attimo, l’interminabile tempo delle lande allargate e i richiami sull’indirizzo della società cosmopolita, mettendone a fuoco differenti attimi, raccolti in 120 pagine di coinvolgente lettura e riscoperta dell’animo di un uomo, Napoleone Bonaparte, che fece sua la disponibilità e la cronistoria dell’epoca, senza pensare troppo alle biforcazioni dei regni sotto il profilo attento di una nascita-ritratto di un Impero.

Una questione di slanci riscontrabili nella recentissima opera di d’Ormesson, abilmente tradotti da Tommaso Guerrieri e, di una scintilla, l’innesco incendiario in un giovane trentenne quale era Bonaparte che, prima ancora del fatidico 9 novembre 1799, riuscì a compiere il colpo di Stato del 18 Brumaio, anno VIII, prima ancora nella sua mente, affinando la crescita interiore, definitiva di un’indole votata al compimento; mettendo fine alla corruzione dilagante e al dispregio di un Direttorio in carica da quattro anni e al contempo, istaurandone a sostituzione una “commissione consolare” condotta da tre membri: Sieyés, Ducos e Bonaparte, sostituita a sua volta grazie a una nuova composizione di un diverso trio: Bonaparte Primo Console, Jean-Jacques Régis de Cambacérès, Secondo Console, Lebrun Terzo Console.

Dalla narrazione e dal dialogo immaginifico de La Conversazione, sgorga l’impensabile da una ricostruzione scenica ideata con cognizione di causa, nelle stanze sfarzose del Palazzo della Tuileries a Parigi. Il Palazzo sorgeva sulla riva destra della Senna a metà strada fra il museo del Louvre e gli Champs-Elysèes, edificato per volere di Caterina de Medici (vedova di Enrico II) affidandone a sua volta il progetto architettonico e tutto l’alone di mistero che lo circonda nelle mani di Philibert Delorme: danneggiato seriamente nei giorni dell’insurrezione comunarda del 1871 (ai sovversivi d’ogni tempo i simboli imperiali non piacciono…) da un incendio anomalo per poi essere definitivamente demolito nel 1882. La stessa fatalità, confronto di vite e di palazzi maledetti, unite dai destini, rive e isolette del fiume Moldava a Praga. L’intreccio con la stessa storia di Palazzo Thun-Hohenstejn in via Nerudova n. 20, sede odierna dell’ambasciata italiana a Praga, dove un tempo sorgevano due edifici distinti eretti su due vie parallele, poi successivamente uniti in un’unica struttura dalle divergenze rivelanti. Il casato dei Thun-Hohenstein, famiglia aristocratica trentino-tirolese, trasferitasi in Boemia, come nel caso di le Tuileries, dove una volta sorgeva la casa dei signori di Rozmital in seguito distrutta da un incendio, visse le vicende dei fantasmi parigini trapiantatisi nelle atmosfere praghesi. In uno di loro, in particolare, la leggendaria Dama Bianca che dopo un infelice matrimonio dedicò la sua vita ai miseri e agli indigenti, oggi, grazie ad d’Ormesson, disegnerebbe tutti altri risvolti.

Napoleone e Cambacérès, seduti uno d’innanzi all’altro, immersi in una conversazione deduttiva: le postulanti opere fantasmagoriche e benefiche di mademoiselle la Bianca, cedono il posto al Codice Civile, redatto grazie anche all’aiuto del duca di Parma Jean-Jacques. Messo a nudo dalla disinvolta ostentazione delle consapevolezze imperiali napoleoniche e dagli stessi vizietti per nulla nascosti del “femmenèllo” in abiti maschili. Confessioni segrete di casa Bonaparte, desideri vanitosi di una femminilità vera e di altri tempi, personificata da Carolina Annunziata (Caroline Bonaparte) sorella minore di Napoleone e da Maria Giuseppa Rosa de Tascher de la Pagerie (meglio conosciuta come Josèphine), alle prese con scialli preziosi e le ire dello stesso Bonaparte, rivolte ai procedimenti di raggiro messi in opera dal mercantilismo armeno dell’epoca.

In questi giorni a Parigi tira aria dalla Corsica. L’unica esposizione dedicata a Napoleone risale al 1969, sempre in Francia, in occasione del bicentenario della nascita. Mai come questo anno è d’obbligo prendere il primo aereo per Parigi. Allacciando bene le cinture, e, magari, dalle pagine meravigliose del volume di d’Ormesson, riuscire a proiettarsi all’interno del Musée de l’Armée all’Hôtel des Invalides (129 Rue de Grenelle) facendo visita alla mostra Napoléon et l’Europe”. Un’ottima occasione per riassaporare tutte le suggestioni positive dopo la caduta di un giglio appassito, detestato quanto il drappo bianco in battaglia, per riscoprire così, tra le grandi sale del museo, un uomo che rappresentò l’inaugurazione per l’Europa di una nuova dinastia e la fondazione di un nuovo e attuale Impero. Risalente all’antichità e alla civilizzazione svenduta come acerrima conquista colonizzatrice, sorprendentemente attigua a una derivazione dell’età carolingia e della avvedutezza cesarea. Al Musée de l’Armée sino al 14 luglio non ci sono spazi per desuete interpretazioni ereditate dalla discendenza dei Capetingi. I colori dell’impero napoleonico non sono quelli esposti a più riprese dai discendenti di Ugo Capeto. Risalgono dalle viscere d’Europa, dalla sepoltura del re dei Franchi, Childerico, e dall’ornamento del suo mantello: composto da api d’oro. In realtà, cicale, raffigurate come api sul mantello color porpora di Napoleone I durante la sua incoronazione il 2 dicembre 1804. Rilevatesi solo in seguito, e dopo lunghi studi, un’altra tipologia di insettivoro, risalenti alle fibule a figura di cicala dell’Ungheria e della Russia meridionale. Sostituito l’insetto e non l’intento, i colori e la coscienza indicano di non doversi mai separare dalla Francia e dall’intero continente.

E se, il volume La Conversazione e la mostra parigina, tracciano un percorso unico delle evidenze, degli incroci e delle ambizioni europee di Napoleone tra il 1793 e il 1815, Stenio Solinas si “metta l’anima in pace”. Lo dice pure Bonaparte: “ho ricompensato Chateubriand. L’ho inviato a Roma insieme a mio zio Fescch. Secondo Fontanes che è suo amico e che va a letto con mia sorella Elisa mentre io vado a letto con la Francia, non vanno affatto d’accordo. Chateaubriand ha talento, ma è insopportabile.” Se ne faccia una ragione.

 

Jean d’Ormesson

LA CONVERSAZIONE

Edizioni Clichy, Firenze 2013

pag. 122 –euro 12,00

 

“NAPOLEON ET L’EUROPE”

dal 27 marzo al 27 luglio 2013,

Musée de l’Armée – Hôtel national des Invalides,

129 Rue de Grenelle, Parigi.