Pioveva quel sabato sera a Berlino e io e la mia famiglia ci aggiravamo infreddoliti per le strade attorno ad Alexanderplatz alla  ricerca di un ristorante dove sfamarci. Avevo convinto mia moglie a venire in una delle più grandi città d’ Europa con la scusa di andare per mercatini, ce ne sono una ventina in città per Natale, ma nello stesso tempo per visitare le tante e diverse attrattive della capitale.

Attorno alla più rappresentativa piazza di Berlino Est era tutto un fiorire di locali, di varia origine etnica , e la scelta non mancava. Alla fine scovammo un piccolo ristorante all’interno di un caseggiato, come una piccola corte, a fianco di un teatro e di un cinema multisala.

Una volta trovato posto ad un tavolo d’angolo, ci consultavamo sul menu, attratti dalle minestre di vari ortaggi, che il freddo non ancora smaltito ci portava a scegliere.

Poiché eravamo indecisi sul significato di una parola indugiavamo sulla scelta del primo piatto ; al nostro fianco c’erano due donne, una sulla quarantina, l’altra più anziana , di aspetto semplice ma non ordinario, che conversavano pacatamente in tedesco.

Quando si accorsero della nostra piccola difficoltà la più giovane intervenne :”Posso aiutarvi ? Sì… sono lenticchie,ve la consiglio quella suppe.”

Così scoprimmo che erano italiane, anzi romane, madre e figlia .Con la reciproca presentazione  la quarantenne ci spiegò che si era specializzata in Texas in odontoiatria infantile e poi era andata a vivere a Berlino, dove si trovava da ormai tanti anni. Rimasi stupito che le due donne parlassero tra loro non nella lingua madre ma in tedesco, ma non chiesi perché.

Mentre fuori aveva smesso di piovere e dalle vetrate del ristorante si vedevano passare alcune comparse in costume dirette al teatro, la figlia si addentrò in particolari sulla vita di Berlino, spiegandoci che il quartiere dove ci trovavamo si era inaspettatamente sviluppato negli ultimi anni, quando artisti di ogni provenienza avevano iniziato ad acquistare locali per le loro attività. Avevano dovuto trasformare molti appartamenti perché c’era il riscaldamento ancora a carbone, ma l’investimento si era rivelato azzeccato.

Poi improvvisamente cominciò a raccontarci della sua ultima esperienza, la visita al carcere politico della Stasi, aperto da poco al pubblico, in una zona centrale della città, un palazzo anonimo che ai tempi della DDR nessuno identificava come un luogo di lacrime e torture.

“Si tratta di una visita guidata, effettuata da chi a quel tempo vi era stato prigioniero-spiegava- ed è un percorso veramente angosciante. La nostra guida era un cinquantenne che dimostrava più della sua età, con un’aria ancora oggi da cane bastonato, che compiva quest’ incarico come una missione.

Ci ha portato fin dentro le celle dove lui stesso era stato rinchiuso, costruite in modo che ogni detenuto non vedesse nessun altro, non potesse comunicare se non con i suoi carcerieri.”

“Ma perché era stato arrestato ? “ chiese mia moglie.

“Aveva ventitre anni  ed era un autista dell’azienda municipalizzata quando alcuni suoi giovani colleghi apprendisti gli chiesero un aiuto ; la direzione della municipalizzata aveva deciso di sfrattarli da una casa da sempre adibita alla ospitalità di chi, da fuori città, doveva imparare il mestiere di autista. Ci ha così raccontato che andò a parlare con i dirigenti ma questi gli risposero che le decisioni non si cambiano e che gli apprendisti autisti si arrangiassero.

Tornò a riferire l’esito del colloquio a quei giovani ma ci era rimasto molto male e così si sfogò con alcuni colleghi  , chiedendosi come poteva definirsi democratica una repubblica dove le decisioni non le prendeva il popolo ma qualche caporione.

Passò un giorno e venne prelevato da alcuni agenti della Stasi che lo portarono in quel carcere. Mi ha detto che passò una settimana nella “cella di gomma” ; era completamente buia, insonorizzata, isolata. Non lo fecero mangiare, perse la cognizione del tempo, tanto che credette che fossero passate ben tre settimane quando lo trasferirono in una cella normale. Si scusò con noi visitatori se non ci avrebbe fatto vedere la cella di gomma ma lì non ce la faceva proprio ad entrare, era troppo forte il trauma subito. Ha trascorso otto mesi nel carcere,sempre in isolamento senza parlare con nessuno, tranne che con i suoi aguzzini.

Oggi l’incubo è finito,la guida ha fatto un lungo trattamento di psicoterapia, ma vi rendete conto che sono cose di solo vent’anni fa ?

Io gli ho chiesto se per caso gli è capitato di incontrare per strada uno dei suoi carcerieri, in fin dei conti  la cosa era possibile ma mi ha risposto di no , che questo trauma gli è stato per ora risparmiato.

Poi mi ha spiegato che con la caduta del Muro tutti i berlinesi hanno potuto accedere ai documenti della Stasi, e così ogni cittadino incarcerato ha potuto scoprire chi lo denunciò.

E anche lui è così venuto a saperlo…”

“E chi è stato ?” chiesi mentre finalmente ci veniva servita la minestra fumante.

“Provate ad immaginarlo…”

“Ma forse i…”ma venni subito interrotto.

“No, non i colleghi, nemmeno gli apprendisti, ma suo padre e suo fratello.”

Il mio stupore non durò tanto perché mi venne subito in mente la vicenda di quel Vopos che riuscì a fuggire all’Ovest, immortalato in una foto storica che oggi ritrovi stampata in un’infinità di t-shirt nei negozi di souvenir. Una volta arrivato in Occidente si rifece una vita e divenne un operaio specializzato alla BMW di Monaco di Baviera.

Con la caduta del Muro tornò a ritrovare i suoi familiari ed invece di essere accolto a braccia aperte venne investito da ogni genere di accuse per averli assoggettati ad ogni forma di ritorsione da parte della Stasi. Il complesso di colpa fu tale che si suicidò.

“Però, vedete, ancora oggi c’è un venti per cento di berlinesi che rimpiange la vecchia DDR, questi non capiscono che anche la libertà ha un prezzo , non è sempre tutto facile…”aggiunse la nostra vicina di tavolo.

“Se è per questo anche in Italia c’è ancora chi va in giro con le bandiere rosse.” commentai io.

“Sono appena stata a Roma un mese fa, so che adesso c’è la sinistra, prima c’era la destra, ma possibile che per cambiare le cose in Italia si debba sempre passare da un estremo all’altro ?”chiese mentre la madre sorrideva.

“Beh , alcune cose sono cambiate…” abbozzai.

“E Berlusconi e la mafia? “ incalzò.

“Ecco qui le cose non sono cambiate, ci sono ancora frange di estrema sinistra nella politica e in settori della magistratura che hanno mantenuto logiche da Stasi, il tuo avversario è un nemico da far fuori con ogni mezzo”, cercavo di spiegare , intanto assaggiavo la minestra di lenticchie.

“Vedete, aggiunse mia moglie, io sono insegnante, ma se oggi decidessi di organizzare una gita scolastica ad un lager come Auschwitz” e qui una coppia ad un altro tavolo si voltò preoccupata,” nessuno mi contesterebbe giustamente la cosa, ma se vi aggiungessi anche una visita al carcere della Stasi, verrei definita una fascista reazionaria e l’iniziativa naufragherebbe” .

Le due donne si guardarono un po’ sconsolate e poi ripresero a parlare in un tedesco perfetto, noi ordinammo il secondo, fuori riprendeva a piovere, qualcuno chiese al cameriere se fosse italiano, lui rispose di no, che era turco, spiegò che  il proprietario era italiano, siciliano di Sorrento (sic!).

Madre e figlia pagarono il conto ed uscirono nelle strade ravvivate dalle luci natalizie.