Marc Rastoin, gesuita americano, studioso ed esperto di dialogo fra cristianesimo e giudaismo, ha pubblicato uno studio dal titolo “Religione e violenza” su La Civiltà Cattolica n. 4053, anno CLXX, vol. II, Roma 4,5,2019, pp.209-219. Una lettura e commento dell’intervento viene pubblicato dalla rivista Cristianità (n.398, luglio-agosto 2019), l’autore è Michele Rinaldi.

Rastoin sostiene che le guerre sono spesso motivate da interessi materiali (territori, materie prime, acqua), da contrasti di natura etnica o “coloniale”; infine da connotazione religiose, ma spesso solo come pretesto, pur non essendo la causa del conflitto. Lo studio comincia a prendere in esame il conflitto che forse più di ogni altro viene considerato ad alto tasso di religiosità, quello israelo-palestinese. Definendolo come un conflitto territoriale fra due comunità nazionali. Infatti scrive Rastoin: «Il progetto sionista è stato promosso come un progetto nazionale ed è stato realizzato da uomini che non hanno messo la religione al centro delle loro idee. Negli anni Sessanta e Ottanta, i terroristi palestinesi venivano spesso rappresentati come combattenti nazionalisti, ed essi stessi appartenevano a organizzazioni marxiste. Erano nati cristiani o musulmani, ma la religione non era la loro motivazione primaria […]». Mentre per quanto riguarda i sionisti, gli israeliani, «la maggior parte di essi erano atei o indifferenti alla religione, sia che fossero di sinistra (il movimento laburista) sia di destra (il movimento revisionista)[…]».

Solo negli ultimi quindici anni, il conflitto si è caratterizzato come fattore religioso. Proprio perchè più i media lo descrivono come un conflitto tra musulmani e ebrei, e più lo diventa realmente. Anche se per le caratteristiche del territorio (i luoghi santi, Gerusalemme), la religione è un fattore di mobilitazione identitaria, il conflitto, «è principalmente un conflitto tra due comunità politiche umane per una determinata terra».

Sviluppando il proprio ragionamento, padre Rastoin, si sofferma sulla storia del Novecento, in particolare sulle ideologie come sistema chiuso. «Si constata che sono state le ideologie[…]a provocare il numero più alto di vittime della violenza dei tempi moderni. Si tratta di due ideologie atee – il nazismo e il comunismo – che volevano sopprimere ogni religione […]per certi versi, queste ideologie possono essere apparse come caricature delle religioni, con i loro dogmi, le loro gerarchie e le loro scomuniche, ma hanno lottato con fanatismo contro le religioni. I massacri e gli abomini commessi hanno superato tutto ciò che la storia dell’umanità aveva fino ad allora conosciuto. E questo non avveniva affatto nel nome di un Dio o di una religione».

Certo per l’autore spesso la religione viene strumentalizzata per legittimare conflitti e motivare maggiormente certe comunità. A confermare le sue tesi Rastoin, fa riferimento alla dichiarazione firmata ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019, da papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb. Una dichiarazione di portata storica, e senza precedenti, per quanto riguarda la libertà religiosa e la chiara condanna del terrorismo. «Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue». Inoltre si aggiunge nel documento che, «queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico della religione e anche dalle interpretazioni dei gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alche fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portarli a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi».

Infine osserva il gesuita che per quanto riguarda gli attenti nelle grandi città europee negli ultimi vent’anni, se si analizza il percorso degli attentatori e la loro formazione religiosa e spirituale «si constata che quasi nessuno di essi può essere considerato realmente educato nei principi della sua religione e rispettato dai suoi pari. Si tratta molto spesso di delinquenti con uno stile di vita molto secolare o di persone convertite da poco, che hanno sete di riconoscimento – secondo Rastoin – tra loro non troviamo grandi specialisti di religione – imam, sacerdoti o accademici – ma al contrario autodidatti o addirittura analfabeti a livello religioso».

Per alcuni commentatori questi attentatori mostrano «le carenze di una società materialista che non sa più offrire motivazioni per vivere e per morire. In un certo senso, essi mostrano il bisogno di una ‘vera’ religione più che dei suoi eccessi».

Inoltre il religioso dedicata una parte del suo studio al contributo che esercita la religione alla pacificazione dell’umanità e della felicità su milioni di persone. Fa anche delle considerazioni sulla differenza non secondaria fra cattolicesimo e islam. Lo si percepisce nelle firme del documento di Abu Dhabi: nell’Islam c’è l’impossibilità che qualcuno parli a nome di tutti i musulmani, al contrario per i cattolici c’è il Pontefice che parla per tutti.

Rastoin infine ci tiene a precisare che in Occidente, «sembra  che ci si dimentichi rapidamente del nazismo e del comunismo e della responsabilità che hanno avuto le èlites intellettuali europee nella nascita e nello sviluppo di queste due ideologie letali e atee. Seè legittimo denunciare con forza le strumentalizzazioni della religione e i cattivi servizi resi da alcuni dei suoi presunti difensori, sarebbe sciocco credere che, liberandosi, per assurdo, di ogni religione, si possa entrare ipso facto in un regno di pace […]».

Comunque sia Rinaldi si affretta a chiarire che non è indispensabile accettare in toto il testo di Abu Dhabi, certamente può essere un buon punto di partenza per una riflessione più strutturata della storia dell’Occidente. E qui in sintesi faccio qualche riflessione sulle guerre dove sono stati protagonisti i cristiani.

Per quanto ci riguarda forse abbiamo accettato e usato troppo facilmente il termine “guerra di religione”. Certo sono stati tanti i cristiani che hanno partecipato a eventi bellici in nome della fede. Rinaldi fa l’esempio di Carlo Magno, che appena è stato possibile fu rimproverato da Alcuino di York per la sua coercizione nel convertire i sassoni: «la missio ad gentes non può essere svolta in modo militare».

Per quanto riguarda le Crociate, si sono predicate perchè era diventato impossibile visitare i Luoghi Santi; si difese Vienna nel 1683 perchè era assediata. Mentre «si potrebbe forse ricercare nella difesa di ‘specifiche libertà per tutti’ la causa più precisa di imprese militari, vissute poi da tanti come occasione di servire il bene sotto lo stendardo della Croce e ciò a prescindere da qualsiasi ingiustizia commessa usandone arbitrariamente il nome».