In Ungheria si voterà il 6 aprile. Negli ultimi quattro anni il piccolo paese centro-europeo è diventato, grazie al governo di Viktor Orban, primo ministro uscente, il simbolo della riconquistata sovranità nazionale contro le organizzazioni finanziarie internazionali e l’invasività dell’euroburocrazia. Non a caso, Bruxelles ha duramente criticato l’operato di Orban arrivando ad aprire numerosi procedimenti e a minacciare la sospensione del diritto di voto dell’Ungheria in seno al Consiglio dell’Unione.
Indigeribile per gli eurocrati la ritrovata autonomia di Budapest e la netta alterità del governo del Fidesz (partito di Orbán) con il precedente governo socialista, responsabile di una pesantissima crisi economica (aumento della disoccupazione, svalutazione del fiorino, perdita del potere d’acquisto, emigrazione, abrogazione di precedenti diritti come la tredicesima).

In questi anni di governo Orbán ha dimostrato una forte capacità decisionale, facilitata dagli ampi numeri parlamentari (può contare su 2/3 dei parlamentari) e ha realizzato gran parte degli impegni presi, come il taglio della burocrazia statale, taglio che venne prontamente effettuato nei primi giorni di governo. I Ministeri sono passati da 14 a 8, mentre i parlamentari con la nuova legge elettorale sono stati quasi dimezzati: da 386 a 199.
Oggi, dopo 4 anni, la situazione del paese è radicalmente mutata, specie per quel che concerne il contesto economico. Il paese magiaro dopo una dura polemica con la delegazione del FMI, costretta in seguito ad abbandonare la capitale, ha ritrovato stabilità e crescita economica. Certo, problemi come l’emigrazione, la disoccupazione (specie in alcune aree del paese) o l’alto debito pubblico (uno dei più alti al mondo) restano nodi centrali, ma la maggioranza degli ungheresi è convinta che il peggio sia passato. E si prepara a rivotare per il Fidesz.