Come un coretto dell’oratorio diretto da una beghina di parrocchia, non passa giorno che il partito trasversale dell’internazionale anti sovranista e anti italiana non faccia sentire la voce, ora stonata ora sguaiata, dei suoi chierichetti.

Archiviata la penosa litania di Michelle Bachelet e del suo simpatico club di cultori dei diritti umani altrui, oggi è la volta del ritorno di Pierre Moscovici, un habituè delle invettive anti italiane.

Il politico socialista piazzato dalla Francia (non a caso) in una posizione chiave della scadente commissione Juncker, quella di Commissario europeo per gli affari economici e monetari – cioè di controllore dei conti pubblici – non è nuovo ad esternazioni anti italiane che sembrano, anzi, costituire per lui una vera e propria ossessione.

Confermando autorevolmente il tradizionale complesso di superiorità dei cugini transalpini nei confronti di noi poveri macarons italioti, monsieur Moscovici non perde occasione per occuparsi, a sproposito, di quello che succede da questa parte delle Alpi.

Prima cercando di intromettersi nel voto proclamando che “Il voto italiano un rischio politico per l’Unione europea”, in tandem con il suo collega Guenther Oettinger, altro simpatico soggetto, secondo il quale “I mercati insegneranno agli italiani a votare nella maniera giusta”, poi alternando bacchettate da maestrino supponente (“L’Italia è la terza economia europea e uno dei Paesi fondatori dell’Ue, deve applicare le regole comunitarie che ha contribuito a forgiare ridurre il suo debito elevato che pesa sulle generazioni future”) a vere e proprie intimidazioni (“è importante che l’Italia resti quel grande Paese che è in Europa e impegnato nell’Eurozona rispettando pienamente le regole”).

Oggi invece mette a segno una bella doppietta da Parigi: prima spiega in conferenza stampa che “nella zona Euro c’è un problema che è l’Italia. E’ assolutamente l’Italia il soggetto sul quale voglio concentrare la mia attenzione prima di tutto”.

Aggiungendo poi, uscendo malamente dal seminato delle sue competenze, che in Europa “c’è un clima che assomiglia molto agli anni ’30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c’è Hitler, forse dei piccoli Mussolini…”.

Affermazioni molto stupide prima ancora che fuori luogo.

Monsieur Moscovici non può non sapere che nella Eurozona c’è un paese con un rapporto debito/PIL oramai al vicinissimo al 100% che negli ultimi 10 anni non ha mai rispettato il parametro del 3% e che a quanto sembra, nonostante qualche trucco contabile e certi annunci trionfalistici, non ci riuscirà nemmeno quest’anno.

Un paese che non ha mai avuto avanzo primario, a differenza dell’Italia che dal 1992, con la sola eccezione del 2009, chiude in attivo il bilancio dello stato al netto della spesa per interessi.

Un paese dove la spesa pubblica cresce più velocemente che in qualsiasi altro in Europa, per far fronte alla quale nel 2019 dovrà emettere titoli per 75 miliardi di euro, una cifra enorme che corrisponde quasi al doppio del debito italiano di nuova emissione.

Parliamo ovviamente della Francia, la patria di Moscovici ma anche le plus mauvais éléve, cioè lo scolaro peggiore, d’Europa secondo il quotidiano economico Les Echos.

“Sono un uomo di sinistra ridurre il deficit significa combattere il debito e combattere il debito significa permettere la crescita e la qualità della spesa pubblica. Più sei indebitato più sei incastrato” aveva detto tempo fa il simpatico commissario francese in una delle sue pedanti lezioncine all’Italia; strano che non gli sia venuto in mente di ripeterla ai suoi connazionali che ne hanno evidentemente molto bisogno, come insegna la vecchia storia della trave e della pagliuzza.

Quanto alla pessima battuta sui piccoli Mussolini sarebbe facile replicare che questi in Europa li vede solo lui.

In Italia c’è un governo sostenuto da una legittima maggioranza parlamentare generata da regolari elezioni, non da manganellate e olio di ricino che stando ai sondaggi avrebbe il consenso del 60% degli Italiani.

Guardando al di là del Monte Bianco, invece, vediamo una microscopica e supponente caricatura di de Gaulle, votata a suo tempo solo dal 43,6% degli elettori francesi e che tra fughe di ministri, scandali, scaldaletti e incapacità di gestire le problematiche sociali se si votasse oggi non andrebbe oltre il 29%.

I motivi dell’atteggiamento spocchioso e arrogante di Pierre Moscovici sono in parte ideologici e culturali, in parte politici.

Moscovici è un socialista francese molto tipico, intriso di grandeur e di gauche au caviar, che vede il sovranismo (altrui) come fumo negli occhi, come un fastidioso vezzo plebeo, specialmente dopo che in un pomeriggio gli elettori francesi hanno cancellato dalla scena politica francese il suo partito di provenienza riversandosi in parte addirittura sul Front National.

Il motivo politico lo ha spiegato bene il celebrato editorialista del Financial Times Wolfgang Munchau, di solito citatissimo ma stranamente (si fa per dire) non questa volta, secondo il quale “la paura ha tenuto per decenni in riga l’Italia facendole accettare decisioni contrarie al suo interesse nazionale, come la direttiva sulla banche (il cd bail-in) e anche il Fondo Salva Stati. Ma ora c’è Salvini e la sua completa mancanza di paura. Questa è una categoria di politico recalcitrante che la Merkel non ha ancora incontrato in Europa … Crediamo che le idee di Francia e Germania non possano più sopravvivere al filtro della politica italiana.”

E’ questo che dà tanto fastidio ai mandarini di Bruxelles, ai burocrati di Parigi e ai signori di Berlino, che ne scatena le reazioni scomposte e maldestre: il fatto di trovarsi davanti non sussiegosi e docili servitori come Letta o Gentiloni, o pittoreschi pasticcioni come Renzi, disposti a firmare qualsiasi cosa pur di compiacere il principale, ma ministri decisi a far valere, senza compromessi, gli interessi del proprio paese.

Niente più firme di comodo su documenti preconfezionati da tedeschi e francesi, ma contestazioni nel merito e veti quando necessari.

Monsieur Moscovici dovrà farsene una ragione, almeno per il non molto tempo che gli rimane da passare ancora seduto sulla poltrona di commissario europeo.