Perché molti oggi parlano di post-nazione? Perché gli intellettuali hanno una retorica per la nascita di sub-entità? Chi ha paura che le nazioni, i popoli, i costumi, le culture, le idee, le fedi d’Europa sopravvivano e anzi vivano in modo non folcloristico, come pegno di sovranità, come elemento di diversità e di ricchezza? Lenin in tempi non sospetti sosteneva: «la politica non può più limitarsi all’arena nazionale ma deve privilegiare la prospettiva globale».

Per prima volta l’uso del concetto venne usato in Francia, con Luigi XVI. Incontriamo il termine nazione, quando Luigi XVI ( l8 agosto 1788), annunciò la convocazione degli Stati, allo scopo di raggiungere un accordo tra le classi sociali idoneo a risolvere il regno . Il contenuto del concetto di nazione esiste nelle nuove riforme che esistono con la terza pubblicazione, nel gennaio 1789: Qu’est-ce que le Tiers Etat? (“Cos’è il Terzo Stato?”): in questo opuscolo l’ abate Sieyès si scagliava contro la nobiltà e proclamava che i rappresentanti del Terzo Stato dovessero porre le basi per un nuovo regime che affermava l’ idea di nazione. La concezione politica avanzata dall’abate francese trova il proprio perno nella distinzione fra l’insieme di tutti i cittadini francesi, chiamato “società civile” o “nazione”, a cui viene per l’appunto attribuito il potere costituente, e l’organizzazione istituzionale dello Stato, alla quale spettano i poteri costituiti. Anche l’idea di nazione si è affermata col romanticismo e con la sua rivalutazione della tradizione. Per esempio secondo Rousseau, nazione s’intende come il popolo che da molto tempo condivida un territorio, ed ha in comune la lingua , le tradizioni, i costumi, la cultura, la religione. Nel 1791 il concetto della nazione prende una forma più dinamica, inteso come affermazione della sovranità popolare in un quadro di solidarietà e fratellanza tra i popoli. Cosi abbiamo la nuova forma di nazionalismo, che considerato come ente indispensabile per la realizzazione delle aspirazioni sociali, economiche e culturali di un popolo.

Il significato etimologico della parola nazione o meglio il suo significato antico in greco antico proviene dall’ verbo φύω che significa «genero» e da qui abbiamo il verbo πέφυκα cioè « sono (per natura) perché sono generato, sono nato. Anche nella lingua latina, nazione vien da Natio (ossia nasci = nascere). La nazione si definisce attraverso la razza, la stirpe, la consanguineità, l’etnia, e anche costituisce il prodotto di circostanze uniche, di uno sviluppo storico. Esprime anche la variabile culturale che comprende la lingua, la tradizione, e la religione. Secondo alcuni antropologi, come E. Sapir e B. L. Worl la nazione è l’ esperienza dalla lingua. Secondo O. Hinze il concetto della nazione basata sulla razza. E altri autori con criteri interpretativi “ingenui” come S. Verba e R. Bendix hanno individuato nella costruzione di una nazione un compito prioritario delle elites politiche, miranti a ottenere un livello accettabile d’integrazione sociale negli stati in formazioni.

Una spiegazione inadeguata rischia di dare luogo ad equivoci interpretativi. Max Weber sosteneva che concetti di tipo etnico quali quelli di ‘stirpe’ o di ‘popolo’ sono di regola costruiti artificialmente da comunità politiche consolidate che mirano a produrre condotte solidali più intense. Hobsbawm e Gellner con un’attendibilità storica dicono che la nazione “non consiste necessariamente né nella lingua, né nella religione, né in un passato comune, ma nella volontà di un popolo”.

Oggi, da Jürgen Habermas a David Held, e da Toni Negri, a Zizek e a Étienne Balibar, nel dibattito internazionale capita sempre più spesso di parlare della crisi dello Stato-Nazione, e siccome molti credono che la nazione è un fenomeno storico e non naturale, che deriva da particolari circostanze politiche e non spirituali, possiamo dire che queste opinioni sono confuse e schematiche. E questo perché una ristretta elite d’intellettuali vedono la nazione con il pensiero di Bodmen: non vedono la nazione come sinonimo di costituzione e unica fonte di legittimazione della sovranità, non vedono nessuna guerra d’indipendenza (come per gli Stati Uniti), non immaginano che la nazione e’ il territorio che si fa popolo e ne rivendica l’ indipendenza (Polonia e Italia). Vedono la nazione con gli occhi di Winckelmann, di Bodmen, e di Moser. Cioè “il paradiso” originario della moderna coscienza tedesca che si è formata sul terreno letterario, ma in esasperata opposizione e sfida allo “spirito” francese: contro una cultura cosmopolitica che con Voltaire, considerava un pregiudizio del volgo, l’attaccamento alla particolare tradizione nazionale. Così questa coscienza nazionale non poteva esser politica perché il Sacro Romano Impero della Nazione tedesca, che nel Medioevo aveva dato una certa unità alle diverse “stirpi” germaniche. L’idea della nazione trasformata in ideale di perduta “purezza” delle origini barbariche e si risolve cosi in un ideale di cultura individualistica.

Secondo Moser l’idea della nazione era nata contro lo Stato assoluto, contro il paternalistico despotico, contro la civiltà, contro la storia. Nel suo odio contro l’astratto universalismo di giusnaturalisti e illuministi, egli nega l’universale umanità. Moser era insorto contro la tirannide dello Stato moderno, ma dei suoi scritti hanno potuto valersi anche i propagandisti di Hitler. Gli intellettuali criticano la nazione di Moser, cioè «la nazione di sangue», ma non vedono i livelli diversi della nazione.

Così, con una provincialità e una grande ignoranza, gli intellettuali, sostengono il concetto di “co-nazione” / “comunità” o ancora sostengono il concetto di una sub – entità artificiali o post-nazione che hanno la sembianza di nazioni, e affermano un dogma bugiardo e puro autoritarismo neo-feudale del consumatore – cittadino dei diritti umani. Essere consumatore dei diritti umani significa occuparsi della difesa esclusiva dei propri interessi nel proprio particolarismo, come fosse una lobby, un essere senza qualità aperto a tutte le sollecitazioni, e come diceva David Riesman un patchwork di diverse influenze, o una personalità di diverse influenze. Gli intellettuali oggi parlano di oppressione delle minoranze nazionali, e non possono vedere la frenesia dell’organizzazione senza radici dell’uomo normalizzato. Vivono nell’attaccamento patologico alle apparenze, e non hanno visto mai che cosa ha scritto Omero sulla nazione.

Omero nell’Iliade dice che la nazione è Ethos (Iliade Z 512), che significa “teoria del vivere”. La parola “greca” Ethos ( Έθνος cioè nazione), proviene secondo Omero dalla parola ἦθος il cui significato, in origine, era “il posto da vivere”. L’ethos è un modo in atto, e possiamo ricordare il detto di Eraclito (fr. 119): “ηθος ανθρωπω δαιµων”. In genere si è soliti tradurre: «Il carattere proprio è per l’uomo il suo demone».

La nazione ha un carattere etico-qualitativa e ci sono due motivi. Il primo motivo della nazione è il concetto di persona, senza far intervenire ad un certo momento di potere di autodesignazione che fa della persona non più soltanto una cosa di un tipo unico ma un sé. E il secondo è il dovere. Il dovere quello di preservare il vincolo iniziale di pensare lo psichico e il corpo, come assegnabile a ciascuno, dunque di rispettare anche la forza logica del ciascuno, anche quando si farà appello all’opposizione tra «io» e «tu» per accordare tutta la sua forza all’opposizione tra sé e altro da sé.