“… che i fiumi sono in piena, potete stare a galla”. Non credo al sovranismo, né ritengo le pagine Facebook un valido strumento di attivismo politico. Però un contatto pochi giorni fa condivideva un’immagine da una “pagina sovranista”: i ritratti degli ultimi sei presidenti degli Stati Uniti, da Reagan in poi. Quattro repubblicani (Ronald Reagan, George Bush sr. e George Bush jr., Donald Trump) e due democratici (Bill Clinton e Barack Obama), quattro con due mandati, uno (Bush sr.) con uno solo e un altro che sta finendo il primo mandato (in autunno vedremo se di due, o l’ultimo). A ogni ritratto, era accostato l’elenco dei conflitti scatenati dal presidente in questione. Molto affollati i primi cinque riquadri, vuoto il sesto. Ovviamente fitta la tabella di Reagan (bersaglio prediletto di cantati, registi e attori degli anni ‘80), ma non è da meno quella di Obama (feticcio di cantanti, registi e attori di questi anni), il presidente più carino di sempre. Il Nobel alla pace a priori.

Mi ha fatto pensare a tutti quei burattini sedicenti “open-minded” che hanno sempre guardato Obama (il presidente più maligno e nocivo di sempre), con gli occhi a cuoricino, e hanno sbraitato allarmati per l’elezione di Trump. Ho pensato a una studentessa incontrata in un’università di provincia, che dai “social” inveì contro quei deficienti degli elettori dell’America profonda: “avete eletto un guerrafondaio!”; una che si fa fotografare in mezzo ai libri, salvo non avere di fatto riferimenti culturali più elevati del rapper Fedez e dei romanzi per millennial alla John Green, per poi scrivere elogi sgrammaticati della sua stessa generazione (“noi che sogniamo noi che vogliamo noi che abbiamo”); oppure in compagnia di negretti in costume locale nel loro villaggio salvo poi correre in spiaggia a farsi fotografare le terga a Dubai (chi davvero aiuta gli africani chiama, con disprezzo, questi turisti del terzomondismo “coccolanegri”). Forte della sua “apertura mentale”, si candidò a un dottorato di ricerca, ma fu trombata perché semianalfabeta. Il che non le ha mai fatto smettere di denunciare (al solito dai “social”), la crassa ignoranza dei contadini inglesi che votano per la Brexit, dei sostenitori di Trump e dei salviniani.

“Seduto in quel caffè”, non ho pensato solo a lei. Milioni e milioni sono gli utili idioti pronti a fare signorsì alla devastazione democratica. Magari dicendosi di sinistra e avendo il culto della “vela” di Dubai, faro d’una nuova civiltà iper-capitalista.

Li stiamo vedendo in azione (concetto nuovo, per molti fighetti che si fanno portare a domicilio, da corrieri sfruttati, il cibo da consumare guardando l’ultimo telefilm Netflix) da settimane. Con le solite ottusità, cattiveria, nocività. Prontissimi a comprare, consumare, obbedire.

Il movimento Black Lives Matter è un ottimo esempio di tutto ciò che gli schiavetti del pensiero unico sono: imbecilli sottoistruiti, poveretti incivili, arroganti e vigliacchi. Le scene da antologia dell’idiozia umana si sono sprecate, si stanno sprecando (l’ultima, nel momento in cui scrivo, è la scritta “Racist Fish” sulla Sirenetta di Copenaghen: nella sua assurdità, una genialata – al contrario).

Non ammiro il fu Indro Montanelli. L’intitolazione dei Giardini di Porta Venezia alla sua memoria mi sembra un’esagerazione, la collocazione d’una statua pure. Ma ormai c’è. Gli atti vandalici contro la statua dell’Indro nazionale è rivelatoria, sul vuoto pneumatico di tutto un mondo, per due motivi. Il primo, semplicissimo e generale: sono, appunto, atti vandalici. E il vandalismo è una cretinata.

Il secondo, più nel dettaglio: l’astio (postumo) nei confronti di Montanelli per la questione (abominevole) della sposa-bambina è il chiaro indicatore del vuoto culturale del pensiero unico. Da Michela Murgia in poi, gli accoliti del globalismo sanno dire una, e una sola, riguardo il Montanelli: citano, pavlovianamente, il frammento RAI del 1972 nel quale il giornalista racconta, con dovizia di particolari ed espressioni vergognose (“era un animaletto docile…”), d’aver “comprato” una indigena 12enne, durante il suo servizio da sottotenente durante l’invasione italiana dell’Etiopia.

Se digitate “indro montanelli” su Google, ancor prima di finire le lettere fra i risultati più cercati vedrete: “indro montanelli bambina”. Se qualche pagina Facebook propone una citazione, o comunque un “post” su di lui, i commenti saranno immediatamente affollati da “link” con il filmato e dai soliti epiteti: pedofilo, razzista.

La cultura dovrebbe essere composta da pensiero complesso (non complicato) e nozionismo (quando non sia sfoggio fine a se stesso). Il pensiero unico invece è pensiero banale e carenza di nozioni. L’affaire Montanelli ne è un chiaro esempio: una vita di 92 anni, ricchissima di eventi, ridotta a un’accusa.

Eppure non mancano i motivi per rivedere la statura del giornalista: dall’ostracismo alla destra missina all’odio nei confronti di Enrico Mattei e al negazionismo riguardo la sua uccisione, dalle cretinate scritte contro il Maxiprocesso antimafia di Palermo al rifiuto (e forse all’incapacità) di riconoscere la grandezza di Bettino Craxi, dall’eccessiva stima riposta in Giovanni Spadolini alle richieste d’aiuto al poi rinnegato Silvio Berlusconi; e se Beppe Severgnini e Marco Travaglio hanno fatto carriera, è colpa di Montanelli.

I soldatini del politicamente corretto non discutono, né polemizzano; non possono, dato che non ragionano, né argomentano. Parlano per slogan: molto semplici, e quel che è peggio: apodittici.

I seguaci italiani del movimento “Black Lives Matter” non si perdono a discutere la figura di Montanelli in base alla sua opera, perché non ne hanno i mezzi. Limitandosi agli esempi citati: dovrebbero sapere chi fosse Enrico Mattei (e magari pure Adriano Olivetti), cos’era e cosa è adesso l’ENI, cos’era l’industria pubblica italiana e quali sono state le conseguenze (tuttora in atto) della sua privatizzazione, cosa sono le Sette Sorelle (i giganti petroliferi, non le orride co-protagoniste d’un film della Wertmuller con Giannini) e perché Mattei si è trovato in conflitto con loro, e perché il suo aereo è esploso nel cielo di Bascapè, a pochi chilometri da Pavia. Ancora: cosa è stato il Maxiprocesso per mafia, chi lo ha indetto e perché, quale ne è stato l’esito (e le controverse reazioni della stampa). Come e perché Montanelli osteggiò Craxi, cosa poteva esserci di giusto nel suo atteggiamento, cosa invece di sbagliato e perché Montanelli non riconobbe mai d’averlo giudicato male.

Il contributo di Montanelli, che pure poteva sembrare il giornalista più vicino al partito, all’emarginazione del Movimento Sociale Italiano; e quale danno fu, per Almirante e brigata, l’ostilità del giornalista di destra più importante d’Italia (e quali le conseguenze per la destra italiana nei decenni a venire).

L’avventura di Montanelli presso il Corriere della Sera, l’esito politico della sua vicinanza a La Malfa sr. e Spadolini (per cui si veda ancora Montanelli vs. Craxi e le sviste dell’Indro riguardo Sigonella e i rapporti Italia-Stati Uniti… e qui si torni a Montanelli vs. Mattei). Le conseguenze nefaste, per il giornalismo italiano (comunque già malridotto), dello slancio inferto dal fondatore di “Il Giornale” e “La Voce” alle carriere di Severgnini, testa di ponte in Italia del peggior globalismo (dall’europeismo vampiresco ai colossi della Silicon Valley, fino alle sponsorizzazioni, camuffate da “giovanilismo”, dell’intruppamento delle nuove generazioni), e Travaglio (artefice d’un giornalismo maligno, calunnioso e incivile che a Montanelli non è mai dispiaciuto – si pensi al sodalizio con Sergio Saviane, che a parte “I misteri di Allenghe” ha scritto sempre e solo per dir male di qualcuno).

Un paio d’anni fa ironizzai sulla compulsione con cui, appena lo si nomina, da qualche tempo a questa parte spunta subito qualcuno a sbandierare la questione della bambina africana: uno sfaccendato mi accusò di pedofilia per aver detto “bambina africana” (non mi risulta si trattasse d’un adulto esquimese). Pazienza. Se però si ha questa brama di rivedere, revisionare, decostruire, demitizzare (posto che, stando al mio umile parere, la leggenda di “Montanelli decano del giornalismo” è fallace), lo si faccia seriamente.

Altrimenti si finisce come le “sardine” che, a qualsiasi dibattito su questioni serie li si invitasse, rispondevano: questo problema non ci interessa. Interrogato sull’ILVA di Taranto, il loro “leader” Mattia Santori rispose: non è questione per noi, siamo più impegnati nella costruzione d’una nuova comunicazione politica (risolta nella ripetizione di insulti a Salvini).

Il soldatino del politicamente corretto agisce come le “sardine” di Santori: preparazione meno che minima, arroganza parossistica (l’ultra-incompetente Santori si è spesso riproposto il proposito di “rieducare gli italiani), comunicazione incivile, atteggiamenti intimidatori e inquisitori, ragionamenti terrificanti e disonesti (chiami “bambina africana”… una dodicenne eritrea, e ti si dà del pedofilo, roba degna dei “tribunali” formati da studenti sessantottini). Il soldatino del politicamente corretto che bercia “razzista e stupratore” contro Montanelli si comporta proprio come la “sardina” che fa spallucce sul fatto che la politica si deve occupare dell’Ilva di Taranto, che è un’emergenza dalle ricadute importantissime per la vita di migliaia di persone, perché preferisce ripetere a macchinetta insulti ai sovranisti, perché è facile.

Due epiteti, una secchiata di vernice, e chi se ne frega di Mattei, dell’ENI, del settore pubblico e delle privatizzazioni, di Craxi e Sigonella, di Spadolini e degli USA, dei repubblicani e dei missini, del Corrierone e del Giornale.

Che divertimento, fare i soldatini del politicamente corretto. Ragazzini analfabeti (ma tanto orgogliosi di ripetere la balla della “generazione più istruita di sempre”, caramellona loro ammansita da Severgnini e altri pifferai di Hamelin) che sputano sentenze contro un uomo morto diciannove estati fa e che, con tutti gli errori che (con la smania inquisitoria che il suo allievo boccoluto ha fatto dilagare in tutta Italia) gli si possono imputare, ha vissuto in prima persona tutto il Ventennio fascista, la Guerra d’Etiopia, la Guerra civile di Spagna, il Fronte di Finlandia della Seconda Guerra Mondiale, la resa dei conti in Italia e la sua ricostruzione, gli Anni di Piombo (durante i quali fu gambizzato), Tangentopoli e il berlusconismo; e ha fondato due quotidiani (uno dal breve insuccesso, l’altro molto venduto da quasi mezzo secolo)

Non sono un entusiasta di Montanelli, ma le sue esperienze sono queste (e altre, dalla convivenza col disturbo bipolare a uno sterminato elenco d’incontri importanti). I ragazzini che obbediscono al movimento “Black Lives Matter” non fanno mai nulla di più interessante di stare incollati allo smartphone, e farsi portare la pappa da schiavi in bicicletta.

 

Una vicenda molto simile alla più recente manifestazione di rancore contro Roman Polanski: ai César dello scorso febbraio (già preceduti da intimidazioni di carattere precisamente mafioso, dovute alle 12 “nomination” ricevute dal suo film), all’annuncio dell’assegnazione del premio per il miglior film al suo “L’ufficiale e la spia”, l’attrice Adéle Haenel ha reagito con una sceneggiata vergognosa (e tutt’altro che spontanea): urla, parolacce, gestacci. Il nulla che avanza: un’attrice senza fascino, imbeccata dalla regista sua compagna nella vita (guarda un po’, il loro film era in lizza per il premio poi assegnato a quello di Polasnki), dall’alto d’un curriculum quasi vuoto vomita sdegno contro uno dei più grandi artisti tuttora in attività. Una portavoce del conformismo anti-culturale del movimento LGBT contro il regista di “Rosemary’s Baby” e “Chinatown”: il sottovuoto contro il grande cinema, il nadir della cultura occidentale contro il miglior Novecento artistico, una ragazzina illetterata che fa “signorsì” ai colossi della comunicazione contro un grande vecchio che è sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale e a un massacro perpetrato contro la sua famiglia.

Una volta si parlava di nani sulle spalle dei giganti: i primi, con onestà e umiltà, riconoscevano di vedere un panorama ampio in virtù del fatto di stare appollaiati sul corpaccione dei secondi. Adesso, si tratta di nani contro i giganti. Nani che non vedono nessun panorama, ma dicono di sapere tutto. “La generazione più colta, istruita, informata di sempre”. Le iene (per proseguire il discorso zoologico delle sardine) che sbavano sulle carcasse dei leoni.

 

Il nulla che avanza ha il volto paffuto del nichilismo più idiota. Si parlava, qualche settimana fa, del cinismo: non nella sua accezione filosofica – corrente, più che degna e seria, guidata dal greco Diogene nel IV secolo a.C. – ma nell’uso corrente del termine: la svalutazione delle capacità e delle virtù umane, spacciata per “disincanto”, e dilagante nell’Occidente contemporaneo. Così, per nichilismo non intendiamo una visione filosofica i cui punti più noti sono l’opera di Nietzsche e la sua discussione da parte di Heidegger, ma l’accezione comune – e svilita del termine: il “pensiero debole” secondo il quale nulla vale, nulla è importante, nulla è sacro, tutto è lecito. Un epicureismo (a proposito di dottrine filosofiche travisate) facilotto, uno dei punti fermi del pensiero unico.

“Nihilismus”, termine tedesco dal latino “nihil”: nulla. Il nulla che avanza, come nel romanzo più celebre d’un grande scrittore tedesco, Michael Ende, “La storia infinita” (il cui protagonista ha dato il nome alla festa della destra italiana – con la grafia del film, perché leggere il libro richiedeva troppo sforzo).

Gli abbattitori di statue, i distruttori del ricordo di giornalisti, le cineaste mediocri che inveiscono contro artisti migliori di loro, sono proprio questo, il nulla che avanza: il trionfo dell’idiozia.

 

“Idiota triumphans”: il titolo di un’operetta di Giordano Bruno (ingenerosa invettiva, pubblicata nel 1586, ai danni di Fabrizio Mordente – matematico salernitano, inventore d’un compasso a otto punte) si presta bene al dilagare del pensiero unico e del politicamente corretto. Il frate rinnegato nolano è stato profeta, con quasi mezzo millennio d’anticipo, delle principali magagne del mondo contemporaneo: più per eccessiva intelligenza, che per magia (la quale è, difatti, utilizzo sapiente dell’intelligenza). Che vi siano potenze, nascoste nelle stanze dei bottoni, a soggiogare i cuori e le menti delle moltitudini non era un mistero per Bruno: aveva predetto che le eminenze grigie sono più potenti dei legittimi sovrani prima che Richelieu fosse consegnato alla storia, e annunciato l’avvento di poteri più forti dei governi secoli prima dell’avvento dei colossi mediatici, degli studi sociologici e dei corsi universitari di scienze della comunicazione.

Il “trionfo dell’idiota” è cominciato proprio nella sua epoca, con la Riforma Protestante, il primo importante passo nella demolizione della nobiltà umana; due secoli dopo, la Rivoluzione Francese, dietro l’apparenza dell’attacco alla nobiltà intesa come ceto sociale, farà avanzare l’egualitarismo. Passando attraverso illuminismo, positivismo, marxismo, freudismo e soprattutto comunismo, si è giunti alla fondamentale tappa del ’68 – sino ad allora la mossa più avanzata verso la demolizione della civiltà; eccoci così al Duemila, che riassume tutte le tappe succitate.

Il pragmatismo spietato e il materialismo del protestantesimo (è degno di esistere soltanto ciò, e soprattutto chi, sia concretamente utile), la democrazia a tutti i costi della rivoluzione francese (uno vale uno, quali che siano la sua dignità, le sue competenze, i suoi meriti, il suo valore: l’opinione d’un deficiente conta quanto quella d’un genio, il parere di chi si dà da fare quanto quello d’un nullafacente), l’odio verso le cose dello spirito dell’illuminismo e del positivismo, la volgarità del freudismo e i suoi errori filosofici di fondo (una psicologia e una psichiatria senza anima, con buona pace dell’origine del termine “psiche”), così come quelli del marxismo (la denuncia della riduzione della vita umana a suo sfruttamento economico, quando realizzata nella storia, ha portato a sistemi politici che hanno ridotto la vita umana… a funzione economica). Il livellamento verso il basso del ’68, e la sua devastazione degli aspetti della vita (individuale come sociale): emarginazione della bellezza (basti l’esempio dell’arte contemporanea), distruzione del tessuto famigliare, sradicamento della religiosità occidentale (con tanto di messa al bando dei credenti), pastrocchi psichiatrici (gender, lgbt) e smercio di droga, solitudine e cultura dello sballo.

 

Il movimento “Black Lives Matter” è pensiero unico, il pensiero unico è conformismo, il conformismo è imbecillità. Non ho pensato solo alla pallida signorina bresciana secondo cui Obama ha portato pace nel mondo, Trump guerra, Dubai è l’Eden e gli africani devono essere i benvenuti anche se a lei stessa fa paura andare in stazione perché ci sono loro. Nella mia meschina esperienza universitaria ho incontrato tanti cloni di questa propugnatrice dell’abolizione del suffragio universale (altro grande tormentone del millennial saccente: togliere il diritto di voto a chi non è intelligente, colto, e informato – salvo poi presentarsi all’esame di storia contemporanea, non sapere chi fosse De Gaulle, e presentare reclamo in segreteria perché “l’assistente del professore fa domande impossibili”).

Lo dico con vergogna, quando Dominique Venner si suicidò, ero alieno da militanza politica. Però mi colpì. Il giorno dopo, ne stavo parlando con due studentesse (della solita, già citata, università di provincia): entrambe sdegnate da quel relitto reazionario che era impazzito per l’avanzare dei diritti civili. Dissi: ho molta più simpatia per lui, che non per le “femen” che sono andate a inveire contro il suo cadavere. Entrambe sgranarono gli occhi: ma come, ma che ragionamenti sono, ma in che mondo vivi. Non furono ostili, aggressive: ma stupite, che qualcuno potesse avere un parere opposto. Non era possibile, era innaturale. Il parere possibile era uno solo – Venner un pazzoide, le “femen” delle eroine – e gli altri non erano condannabili: molto più semplicemente, non erano possibili.

Il pensiero unico, nella sua vacuità, è totalizzante: il vuoto è appunto tale soltanto se l’assenza è totale. Il pensiero unico non condanna gli altri pensieri: li fa apparire impossibili, e di conseguenza sparire. Quando, in questa stessa università di provincia, si esprimeva un parere diverso dalla solita vulgata, la reazione non era repressiva, ma di straniamento: non lo ha detto davvero, non è successo davvero.

Ricordo la pratica del “ghosting”: piccolo riassunto di tutto il mondo di violenza morbida del pensiero unico. Una delle due studentesse sopracitate (l’altra, la incontrai soltanto nell’episodio sopra menzionato) si rese conto che davvero provenivo da un altro mondo, che davvero parlavo in nome d’una dimensione altra dalla sola che poteva contemplare, e mi fece il vuoto intorno con questa pratica – una delle preferite, dai petalosi intolleranti della Generazione Y e dei Millennial: non è che non ti accettiamo, non è che ti reprimiamo; semplicemente, ignoriamo la tua esistenza. Così ci evitiamo lo sforzo di confrontarci con un punto di vista diverso dal nostro, e così ci laviamo la coscienza: noi non siamo stati intolleranti con qualcuno diverso da noi, perché quel qualcuno non esiste più (se mai è esistito).

Una dipendente dell’università scoprì che ero stato a un evento organizzato da una (l’unica, temo) libreria milanese di destra. Mi tolse il saluto, e si vantò su Facebook d’averlo fatto: per me l’antifascismo, sentenziò, è una cosa seria (perché allora non ha mai fatto militanza politica reale), perciò da oggi non parlo più con un tale che era in una libreria di destra. Ricevette decine di “mi piace”, anche da conoscenti in comune, che presto la imitarono. Vigliaccheria da “social network”, e silenzio.

 

Il silenzio è l’arma della “damnatio memoriae”: un’esistenza condannata al silenzio perenne. Di quel personaggio non parliamo più: ne cancelliamo l’immagine, ne rimuoviamo l’effigie, ne annulliamo la memoria. Per gli antichi, la preoccupazione maggiore era consegnare ai posteri qualcosa da dire di sé; e la punizione peggiore, già allora, era l’oblio (come ancora, recentissimamente, in un bellissimo film d’animazione, “Coco”: una vita è considerata compiuta, quando i discendenti conservano il ricordo del defunto; e la sua anima svanisce, se nessuno lo commemora più).

Fai come diciamo noi, o ti gettiamo nel dimenticatoio. Gettiamo su di te una coltre di silenzio: ti ignoriamo.

Questi, i tre strumenti del politicamente corretto. Dimenticare: gettare via il passato, per sradicare tutto l’Occidente, convincere i suoi cittadini che non hanno un retaggio da tenere caro, così privarli di un’identità e renderli controllabili. Silenziare: le voci diverse non vanno represse, violentate, soffocate; vanno passate sotto silenzio, tenute nell’omertà: nessuno ha detto nulla. Ignorare: illudere generazioni intere di poter dare lezioni su tutto a tutti, tenendole prigioniere di un’ignoranza totale (non una conoscenza approssimativa, una cultura superficiale: vuoto).

“Up patriots to arms, engagez-vous”: l’alternativa è sotto gli occhi di tutti. Quelli secondo cui la carriera d’un cronista di 92 anni che ha girato va ridotto a un riprovevole episodio privato, quelli che fanno i soldatini imbelli dell’Unione Europea senza sapere che è esistito De Gaulle, quelli secondo cui Dubai è il faro che annuncia il mondo nuovo, quelli che vogliono il meticciato ma girano solo in automobile perché hanno paura degli immigrati in stazione, quelli che fanno militanza intollerante su Facebook, quelli che scrivono “pesce razzista” sulla Sirenetta, gli statunitensi che demonizzano Colombo senza considerare che non fosse stato per lui, la loro storia sarebbe diversa e loro non ciondolerebbero in strada a fare i cretini (e forse questo è un buon motivo per avere rincrescimento nei suoi confronti).

L’alternativa, l’unica offerta, è l’idiota triumphans.