Noi italiani siamo bravi a mescolare tutto, o, meglio siamo incapaci di critica e comprensione. Incapaci di distinguere. Capita così che si confonda – chi volutamente, chi artatamente – un referendum sulle trivelle con un referendum politico, una lotta tra maggioranza e opposizione. Una confusione voluta, d’altronde, da ambo le parti. Un referendum inutile per qualcuno, che però così inutile forse non era, perché altrimenti lo si poteva votare a Giugno, assieme alle amministrative, e far risparmiare 300 milioni di euro alle casse dello Stato. Amministrative che sempre gli stessi pensatori del referendum al 17 aprile hanno deciso di far votare in primo turno il fine settimana del 2 Giugno, in secondo turno a Giugno inoltrato, con le scuole chiuse (“per risparmiare”, vogliate cogliere l’ironia) proprio per giocare con l’affluenza.

Non sappiamo distinguere che andare a votare non è un obbligo, ma questo non significa che debba essere un optional. E nemmeno è possibile che chi decide – liberamente – di andarsi a fare un giro invece di votare pesi elettoralmente quanto chi invece il proprio voto lo esprime: perché questo significherebbe voler credere che tutti quelli che non sono andati a votare, ad esempio, per il referendum del 17 Aprile l’abbiano fatto consapevolmente e in maniera qualificata, ovvero per esprimere il proprio dissenso al quesito referendario, invece che per farsi gli affari loro, guardare la partita, stare a casa a dormire.

Non sappiamo neanche distinguere le cose che è bene e quelle che non è bene dire. Lamentarsi dell’astensionismo e poi indurre l’astensionismo è essere incapaci di comprendere che la democrazia e la partecipazione democratica sono un muscolo da allenare, che fermo rattrappisce. In una società civile votare non è un diritto, ma un dovere; e i furboni (destra e sinistra indifferentemente) che dicono di stare a casa e non votare, sanno benissimo che alle elezioni, quelle vere, quelle che contano davvero, non c’è nessun quorum costitutivo. Anche andassero a votare in venti, decidono quei venti: ed è giusto così.
Sia resa lode agli astenuti, prima, e peggio per gli astenuti, dopo.

Ci sarebbero poi da distinguere un po’ di numeri. I 15 milioni persone che votano al referendum inutile votano inutilmente, politicamente contano più o meno degli 11 milioni che legittimano Renzi con le Europee del 2014 e gli fanno fare il ganzo con tutti gli altri socialisti europei? Più o meno del paio di milioni che l’ha fatto diventare premier (a posteriori) con le primarie? Qualcuno dice che sono tanti, qualcuno che sono troppo pochi. Ma c’è un ultimo numero: 100.000 circa. Sono le persone che nello scorso fine settimana sono andate a visitare il mega-centro commerciale-galattico di Arese, fuori Milano, il più grande d’Europa. Appena inaugurato, con grandi marchi di grido come KFC e Primark – si sa, in Italia abbiamo anche bisogno di farci fare da mangiare dagli americani e da vestire dagli irlandesi. Così file chilometriche di macchine per entrare, file ai negozi, file agli stand, aree-bambini riservate come quelle per i cani nei parchi pubblici, famiglie felici di trascorrere la domenica chiuse dentro a questo casermone-tempio a consumare, consumare, fortissimamente consumare. In fila poi per spendere, perché mica ti regalano niente. Ecco, questa è l’unica distinzione che noi Italiani dovremmo davvero capire di questo fine settimana referendario: urne vuote da un lato, file per comprare il pollo fritto dall’altro. Non c’è da scandalizzarsi o stupirsi. Questo è il vero dato d’affluenza da analizzare.