La storia della diga del Vajont non ha insegnato nulla. Tutti ricordano il suo nome e l’impressionante tributo di vittime provocati dalla insensata scelta della sua costruzione ma ai più sfuggono i dettagli.
Contro ogni regola di buon senso, fu scelto di creare un bacino artificiale, realizzando lo sbarramento della diga alle pendici del monte Toc, che deve il suo nome proprio alla franosità dei suoi versanti che, nella parlata locale cadevano a pezzi, a ‘toc’ appunto.
Chi provava a contrastare il progetto veniva tacitato con le solite argomentazioni del “non si può fermare il progresso” (ancora non era stato coniato il “ce lo chiede l’Europa”) per nascondere le ragioni di mero interesse speculativo che si nascondevano dietro l’impresa.
Al culmine di tutto: progetto velleitario, luogo assolutamente inadatto, la fretta di rendere operativa la diga, con il riempimento del bacino, prima di approfondite verifiche sulla stabilità dei versanti, in tempo per la nazionalizzazione dei servizi elettrici.
Con apposita legge (6 dicembre 1962 n. 1643), infatti, tutte le imprese elettriche vennero nazionalizzate, diventando proprietà dell’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) e così la SADE di proprietà di Giuseppe Volpi conte di Misurata, ebbe la possibilità di cedere una centrale idroelettrica operativa, che fu acquistata con denaro pubblico, solo pochi mesi prima della tragedia del Vajont (9 ottobre 1963).
Una perfetta commistione tra denaro pubblico e interessi privati come tante volte, purtroppo, avviene o è avvenuto.
Quello che ci richiama ai giorni nostri è la similitudine tra l’onda di piena, susseguente una più che prevedibile frana, e l’insensato riempimento di un bacino idrico.
Come quelli che si rifiutavano di vedere le possibili conseguenze di un cedimento delle pendici del Toc, additando di catastrofismo chi invece li denunciava, oggi, senza alcuna valutazione sulle conseguenze, riempie l’Italia di clandestini.
La frana – prossima e inevitabile – travolgerà il servizio sanitario già al collasso e il nostro sistema pensionistico, distruggendo decenni di sacrifici dei singoli lavoratori ma anche minando alla base l’intera società.
Ovviamente, come per il Vajont anche nel caso dei clandestini, esiste un preciso legame di interesse tra denaro pubblico e imprese private, con gli artigli solidamente conficcati nella mangiatoia dell’accoglienza.
L’elemento più paradossale è che, per tutelare gli interessi di pochi, non solo si sacrifichi quelli dell’intera comunità, ma si permette a chi lo fa anche di dare lezioni di moralità.