Ed ora anche l’anima di John McCain può finalmente riposare in pace. Dai Campi Elisi dove dimora, può guardare alla rinascita del Partito repubblicano americano, il Grand Old Party dei conservatori, con la serenità che non aveva quando si spense mettendo fine alla polemica contro quello che era il suo mondo per il quale si era battuto fino a tentare la scalata alla presidenza. E la sua vedova, Cindy, interpretando il pensiero del marito, la farà pagare a Trump, che lo disprezzava, votando per Joe Biden.

McCain vede rinascere, sia pure timidamente, quell’idea repubblicana infangata da un non-repubblicano, men che meno autentico conservatore, votato alla religione del profitto piuttosto che animato da vera passione politica; un tycoon che ha puntando sui disagi di parte della popolazione americana e sulla controversa candidatura di Hillary Clinton, quattro anni fa,  riuscendo a conquistare la Casa Bianca, attraverso un marchingegno elettorale  pur avendo ottenuto  meno voti della sua antagonista. Misteri a stelle e strisce.

I conservatori che militano in quel partito che Barry Goldwater rifondò nel 1964, dopo la catastrofica sconfitta contro Lyndon Johnson, hanno rialzato la testa ed hanno sconfessato, alla vigilia della nuova tornata elettorale, Donald Trump.

Aveva aperto le danze l’ex-segretario di Stato Colin Powell annunciando che avrebbe votato per Joe Biden.  “La gente  – ha detto Powell – sta realizzando che Donald Trump è un pericolo per il Paese. Abbiamo una costituzione e dobbiamo rispettarla. E il presidente se ne è allontanato”. Per l’ex capo di Stato maggiore delle forze armate Usa, diventato il numero due dell’amministrazione Bush: “Trump mente in continuazione”. E lamentandosi per il silenzio del partito repubblicano nei confronti del presidente, Powell ha invitato gli americani a riflettere sul suo impatto sulla società e sul posto degli Stati Uniti nel mondo, fino a lanciare un vero e proprio”grido d’allarme”: “Riflettete, fate appello al vostro buon senso, chiedetevi: ‘E’ un bene per il mio Paese?'”.

Anche il  “suo” presidente George W. Bush ha fatto sapere che non sosterrà il presidente uscente, pur non motivando la sua scelta. Lo stesso faranno il  senatore ed ex candidato alla presidenza Mitt Romney. Gli ex speaker della Camera John Boehner e Paul Ryan non hanno ancora deciso se abbandonare la barca del tycoon, magari astenendosi come certamente farà l’ex-vice presidente di Bush Dick Cheney. Mentre Lisa Murkowski, battagliera senatrice moderata dell’Alaska, che non votò Trump alle elezioni del 2016, ha reso noto che si ripeterà e farà campagna elettorale contro di lui.

Se i repubblicani stanno uscendo allo scoperto, lo stesso stanno facendo alcuni militari illustri, noti all’opinione pubblica che Trump ha trattato come pezze da piedi. La rivolta delle stellette è guidata dall’ex-capo  del Pentagono James Mattis per il quale la gestione complessiva della presidenza è stata un fallimento coronata dalla dissennata lotta alla pandemia e dall’atteggiamento poco “repubblicano” tenuto di fronte al caso di George Floyd, contribuendo a dividere l’America, piuttosto, come ci si sarebbe aspettati, che sanare una profonda ferita che rischia di aprirsi ulteriormente.

In un editoriale su “Atlantic”, Mattis ha scritto, riferendosi all’autorizzazione all’uso delle armi nella vicenda Floyd, che  “siamo testimoni delle conseguenze di questo sforzo deliberato, di tre anni senza una leadership matura. Possiamo essere uniti senza di lui, attingendo alla forza interna della nostra società civile”. Ed ha aggiunto:”Militarizzare la nostra risposta come abbiamo visto, crea un conflitto, un falso conflitto, tra le forze armate e la società civile”.

Contro Trump si sono  schierati anche anche l’ex generale John Kelly, suo ex capo di gabinetto ed ex ministro per la Sicurezza nazionale, e John Allen, ex comandante delle forze Usa in Afghanistan.”Non gli è bastato privare i manifestanti pacifici dei loro diritti sanciti dal primo emendamento – ha osservato Allen – con quella foto ha tentato di legittimare quel gesto con un alone religioso”. Tra gli altri, pure Mike Mullen, ex capo dello stato maggiore congiunto, si è scagliato contro Trump, avvertendo che mina i valori dell’America, sostanzialmente quanto sostiene l’autorevole ed ammirato ammiraglio McRaven,  responsabile del raid che portò all’eliminazione di Osama Bin Laden.

Quattro anni di conflitti, di dissapori, di amarezze hanno fatto emergere il disagio del partito repubblicano contro chi non hanno mai considerato “uno di loro” accorgendosi troppo tardi che li avrebbe messi alla corda. Le uscite intempestive, il declassamento geopolitico degli Stati Uniti, le tensioni alimentate con l’Europa, la Russia, la Cina, la sottile xenofobia alimentata a colpi di slogan e di minacce,  ora emergono come danni irreversibili fatti al Paese ed i repubblicani che non hanno un altro candidato (colpa loro, si può dire), quanto meno fanno sentire la loro voce nella speranza che vengano seguiti dagli elettori. Certo, non potrebbero gridare alla vittoria se venisse eletto Biden, ma avrebbero il tempo per organizzarsi in vista delle presidenziali del 2024.

Trump comunque è archiviato nel cuore e nella politica del Grand Old Party. Ed è curioso che in questi giorni di polemica feroce nessuna voce si sia levata a sua difesa. Probabilmente la solitudine gli si addice più dei suoi tonitruanti tweet che purtroppo, come è accaduto dopo l’assassinio di Floyd, stanno incendiando l’America.

 

Il Dubbio