Sul numero odierno de “La Verità”, il mio carissimo amico Maurizio Cabona ricorda nel ventennale della morte il senatore Giorgio Pisanò, con cui – portatovi dallo stesso Maurizio – collaborai a lungo al settimanale “Candido”.
Pisanò era un uomo singolare, assai diverso caratterialmente da me, ma mi fu molto vicino quando mia moglie, insegnante di scuola media, venne vigliaccamente aggredita a scuola da uno dei tanti alunni-delinquenti che popolavano allora le sedi scolastiche dell’hinterland torinese. Poiché la preside di quell’istituto scolastico era “naturalmente” portata a dare ragione al giovine virgulto e a demonizzare l’insegnante mia moglie, Pisanò intervenne – da senatore della Repubblica – onde evitare almeno che la mia consorte (sì, proprio lei, “ça va sans dire”…) si beccasse una sospensione per aggressione a un allievo. Gli fui e gli resto grato per questo bel gesto, così sono grato all’hegeliana “Astuzia della Ragione” che fece incontrare la testa del virgulto – diventato grande e ovviamente delinquente – con un proiettile calibro 45 Magnum esplosogli contro da un tizio che stava cercando di rapinare.
Quanto a Maurizio Cabona, ricorda da par suo, nella mail di accompagnamento all’invio dell’articolo, quegli anni: “Era il novembre 1978, la sede milanese del settimanale era stata incendiata in febbraio: se ne vedevano ancora i segni. Oggi la si direbbe una palazzina termo-indipendente. Nell’inverno 1978-79 – c’era ancora la nebbia – si rivelò termo-mancante, perché non c’erano i soldi per il gasolio. A dicembre i tubi dell’acqua si ruppero e rotti restarono fino al disgelo, verso marzo, con le immaginabili conseguenze. Si entrava superando una passerella in cemento, che portava a un cancello sovrastato da reticolati e vari offendicola. La porta era blindata, le finestre erano coperte da lamiere. Gli altri inquilini – la redazione era in una palazzina a un piano nel cortile di un caseggiato periferico presso l’autostrada per Genova – guardavano la decina di dipendenti di “Candido” come oggi guardano gli immigrati africani: la nostra presenza dimezzava il valore non solo del caseggiato, ma di via De Santis”.

Io non sono stato dipendente del “Candido”, ma a lungo collaboratore. Mi permetto tuttavia di dissentire da Maurizio in un piccolo passaggio, quello in cui scrive che gli abitanti dello stabile ci guardassero come oggi si guardano gli immigrati africani. A me, le rare volte in cui mi recai colà, parve piuttosto di entrare in una nota canzone degli “Amici del Vento”: “E occhi ostili intorno, neppure una parola, qualcuno che ti osserva già vorrebbe la tua gola”…
In ogni caso, nessun problema: avevo già 28-29 anni e non amavo i “democrats” da tempo. Al massimo, mi rafforzarono nei miei convincimenti, ma neppure ne avevo bisogno. Ho sempre amato sperimentare sulla mia pelle la reale consistenza del valore dell’uguaglianza, specie di quella riservata ai “diversi” di qualsiasi tipo, genere e colore… Lì ci riuscii benissimo, e ne feci tesoro.