Ancora una volta, sia pure per aspetti marginali e piuttosto squallidi, Acca Larentia ci chiarisce in che razza di paese viviamo. In un paese civile il ricordo di un fatto come quello dovrebbe essere un’occasione di meditazione, riflessione, rispetto della memoria, magari approfondimento dei fatti.

Non è mai stato così in 40 anni e non lo è stato nemmeno questa volta.

I giornalisti di Repubblica-Espresso, del tutto indifferenti al vero tema della ricorrenza, non si sono fatti scappare l’occasione di trasformare l’anniversario della strage in una delle solite gazzarre antifasciste a mezzo stampa. Oggettivamente agevolati, va detto, da scelte e comportamenti non molto opportuni e dalle conseguenze prevedibili.

Il risultato finale è evidente: un bel polverone mediatico, la rituale indignazione antifascista da un tanto al chilo che invade giornali e social, fatti manipolati e ricostruiti ad arte, retorica e paroloni sparati più o meno a caso con il chiaro obiettivo di una squallida strumentalizzazione politica che ricolleghi tutto a Salvini e al governo.

Il solito repertorio, insomma, della sinistra fallita e stralunata di questi tempi, di cui Repubblica ed Espresso sono la punta di lancia mediatica.

Resta però, ancora una volta, l’oltraggio alla memoria dei caduti e l’occultamento della storia. Non è possibile che una vicenda del genere che, tra l’altro, offrirebbe a giornalisti seri e professionali mille spunti per inchieste utili e importanti, da 41 anni venga considerata solo come un pretesto per denunciare “saluti fascisti alla commemorazione di Acca Larentia” (Repubblica) o per montare a colpo sicuro fastidiose provocazioni come quella del Verano.

Il direttore dell’Espresso Marco Damilano, docile e mansueto quando si tratta di prendersi del cretino in diretta televisiva da Massimo D’Alema, indossa i panni della vittima e denuncia indignato “la volontà manifesta di alcuni fascisti di impedire ai giornalisti di svolgere il loro lavoro. Un’aggressione che avviene dopo mesi in cui siamo come giornalisti sotto attacco da più fronti, compreso quello di importanti esponenti del governo di cui Salvini fa parte”, giusto per far capire il vero obiettivo di cotanto sdegno. Invocando naturalmente “il rispetto delle regole della Costituzione repubblicana. E antifascista”, lo stesso che i ragazzi di Acca Larenzia, schiacciati dalla violenza antifascista, nella loro breve vita non hanno mai potuto conoscere.

Atteggiamento contagioso, come dimostra il giornalista del Corriere Tommaso Labate, anche lui indignato per il fatto che “È passata più di mezza giornata dall’aggressione ai giornalisti dell’@espressonline e, in barba a quanto detto (anche) dal ministro dell’Interno, non è stato ancora fermato nessuno” e che non perde l’occasione per ricollegare il tutto al decreto sicurezza (che non c’entra niente), giusto per capire anche in questo caso il senso strumentale della polemica.

L’effettiva ricostruzione dei fatti, per quel che conta e per come emerge dalle informazioni disponibili, rende la vicenda piuttosto grottesca.

Innanzitutto il rapporto di Polizia, visto che l’episodio si è svolto sotto gli occhi della DIGOS, riassunto dalla stessa Repubblica secondo la quale “otto persone, tra le quali Castellino e Nardulli, stavano discutendo animatamente con un giornalista dell’Espresso perché stava riprendendo le fasi della cerimonia. Gli agenti, dopo aver calmato gli animi, hanno quindi accompagnato l’uomo all’esterno del cimitero, per evitare che la situazione potesse degenerare”.

Inoltre, a specifica richiesta degli operanti l’uomo dichiarava di non aver subito alcuna minaccia o lesione“, prosegue il resoconto del giornale riportando letteralmente la nota ufficiale della questura. Svolgimento confermato da un video disponibile su Facebook e da varie testimonianze di persone presenti sul posto rinvenibili sui social.

Sin qui, dunque, una banale ma accesa discussione finita subito e senza conseguenze, pare causata anche dall’aver fotografato senza permesso una bambina. Ma bastano poche ore, giusto il tempo di montare il caso, perché il quadro si modifichi magicamente.

Così prosegue, con involontario umorismo, il racconto di Repubblica: “In serata, però, lui stesso [il cronista] si è presentato dalla Digos, insieme ad un altro giornalista, denunciando la subita aggressione. Inoltre, lo stesso giornalista è stato refertato con tre giorni di prognosi per alcune contusioni”.

Tiriamo le somme: da una parte una montatura ridicola ed artificiale ed uno squallido e strumentale polverone mediatico; dall’altra scelte e comportamenti poco utili e poco accorti.

Risultato finale: la memoria ancora una volta calpestata e la conferma che questo è un paese profondamente incivile. Lo sappiamo da 41 anni, ma dell’ennesima conferma ne avremmo fatto volentieri a meno.