Ci perdoni il celebrato ministro e presidente del Consiglio di Stato francese Eugène Rouher (1814 – 1884) se ricordiamo, utilizzandola come campione della fragilità degli impegni assunti in ambito politici, una sua frase pronunziata il 6 dicembre 1867 nei giorni della crisi provocata dalla spedizione garibaldina verso Roma e culminata a Mentana. L’uomo politico dichiarava che “l’Italia può fare a meno di Roma, noi dichiariamo che non si impadronirà mai (jamais) di questa città. La Francia non sopporterà mai questa violenza al suo onore ed al cattolicesimo”.

Lo stesso avverbio, rafforzativo di “mai”, lo si sente pronunziare con il suo valore negativo pieno principalmente da Berlusconi, senza però attingere all’obiettivo, irraggiungibile, della credibilità e dell’affidabilità.

L’autocrate lombardo nega, “come scrivono i giornali della sinistra”, di avere come obiettivo, in caso di mancato (utopistico) conseguimento della maggioranza assoluta, la creazione di un governo delle larghe intese. Trascura che ad individuare la meta con Renzi, da tempo predisposta, sotto la consulenza, se non la regia, di Verdini, siano e siamo in tantissimi nell’area di centro – destra, soprattutto dopo le mille e mille prove esistenti.

Come interpretare se non riscontro della collusione, della combutta le assenze e gli squagliamenti per improcrastinabili bisogni fisiologici, determinanti per il varo della relazione di maggioranza nella commissione degli scandali bancari e gli innumerevoli “patti di desistenza” sottoscritti “dalle Alpi alle Piramidi”? E questi non sono che esempi degli ultimi giorni, perché chilometrica sarebbe l’enumerazione delle combine registrate alla Camera e al Senato.

Attraverso il foglio quotidiano di riserva, dai contenuti spesso “a luci rosse”, trapelano intenzioni e mire del cavaliere, arrivato a disporre graziosamente, irridente, come fantocci, degli alleati (recte vassalli), attribuendo loro incarichi e poltrone.

Secondo “Libero” i “piccoli scontri interni”, sminuiti pesantemente, e le non irrisorie “beghe fisiologiche” (l’Europa, i vaccini, la legge Fornero), tutt’altro che bagatelle, non impedirebbero il conseguimento massimo (anche finale ?) di Berlusconi, la nomina alla presidenza della Repubblica nel 2022 (avrà 86 anni) o in un incarico di primo piano all’Onu. Verosimile è poi lo scenario di Berlusconi, pronto ad addebitare l’eventuale (tutt’altro che da scartare) sconfitta a Salvini con conseguente frantumazione dell’alleanza.

Trascurando gli inutili, perché tardivi e principalmente illogici, interventi delle autorità ecclesiastiche, ormai inascoltate, il fulcro della situazione è rappresentato dall’astensionismo, vilipeso e misconosciuto e perciò destinato a crescere.

E’ ragionamento sensato quello di Massimo Franco sull’”aumento del fastidio”, causato da “una campagna elettorale segnata dalla confusione e dalla banalità di promesse”, attuata da Renzi, da Berlusconi e dal candidato del M5S. Il “pastonista” del “Corriere” sfodera una definizione dell’armamentario politologico “democrazia senza popolo” e segnala il dilagante giudizio sull’inutilità del voto, espresso non solo dai giovani ma anche e soprattutto dalle persone mature, rese esperte dai ripetuti fallimenti della politica.

Dopo aver evitato una diagnosi centrata sull’esito del 4 dicembre 2016, dovuto al desiderio corale della cacciata del toscano, il giornalista è nel vero, laddove ritiene che l’ombra del nulla di fatto costringa “i partiti alla reticenza sulle alleanze” e spinga “alla disaffezione”.

D’altra parte occorre convenire che l’inalterabilità della scena non spinge davvero verso le novità utili per i cittadini.