L’ex cavaliere ed ex presidente del Milan, inesauribile narratore di barzellette, spesso anche irritanti, e con il suo “compagno di merende” toscano, di macroscopiche bubbole politiche, ha sparato in una intervista la fandonia del millennio. Con il consueto sussiego, senza il minimo dubbio, per porre fine alla grottesca situazione di una coalizione, in odore di maggioranza magari relativa, priva di leader, ha assicurato: “Io non lo posso fare, ma certamente Forza Italia ad indicare il nome del premier e del ministro degli esteri”, come fosse un partito reale e liberale e non virtuale e teocratico.

Nel corso della stessa orazione ha pronunziato due affermazioni, lesive della sua esperienza politica, nel momento in cui ha sostenuto, lontano dal coglierne l’impreparazione, l’inadeguatezza e l’incultura creata dalle radici scoutistiche, di aver nutrito la speranza che Renzi “potesse essere il presidente per far uscire il nostro Paese dalla crisi”. Non contento del gratuito ed immeritato credito, gli ha riconosciuto il merito di aver “chiuso con la tradizione comunista”, sorvolando sul biennio renziano, in cui sono state presentate ed in alcuni casi purtroppo varate unicamente norme di sinistra e misure dittatoriali e prospettate ipotesi devastanti come lo “ius soli”.

A chi scrive è capitato assai di rado di concordare con Salvini ma non si può davvero respingere il suo commento alla visita di un Berlusconi, incredibilmente deferente, all’Europarlamento di Bruxelles e al PPE, oggi riconquistato ma ieri con lui ben aspro. Per il capo leghista, al pari di quanto rilevato dalla Meloni giorni addietro, “l’Italia non ha bisogno di garanti, siamo una Repubblica libera e sovrana calpestata dagli interessi di Bruxelles e di Berlino [si è dimenticata Parigi !]”

Ed, infatti, contemporaneamente, si è sviluppato l’ammaestramento /intromissione della direttrice del Fondo Monetario Internazionale sull’utilità di imprecisate “riforme”, accompagnata dall’immancabile, scontato e naturale, a meno non si tratti dell’amata Cina, interrogativo sull’esito del voto.

Risulta inaccettabile, per non dire del tutto improvvido, l’intervento del presidente della CEI, cardinale Bassetti, sul momento italiano, in cui “sotto l’velame “ dei “versi strani”, ma tipici delle curie, si è caldeggiata la realizzazione di una grossa coalizione (“una reale collaborazione nel servizio del bene comune”).

Gli interventi di due dei più noti commentatori del Corrierone non arrecano davvero nulla di originale e non contribuiscono certamente a spegnere la confusione, destinata a diventare dilagante dopo la presentazione delle candidature e l’apertura della campagna per il voto.

Mieli è, come da suo costume, prolisso, pedagogico, riassuntivo e banale.

Galli della Loggia arriva a proporre una soluzione elettorale non salvifica ma, a suo credere, utilmente terapeutica: quella del collegio maggioritario uninominale. Un sistema in cui si designa ogni parlamentare in un collegio, massimo di 100 mila abitanti, con un solo candidato per lista e con vincitore chi prende un voto in più di ogni altro. Un metodo all’inglese, già utilizzato nelle elezioni dell’Italia liberale, salvo una breve interruzione, dal 1861 al 1913, capace di consentire l’accesso alla Camera, in periodo di suffragio ristretto, a personalità prestigiose ma anche a grigie figure, a promuovere, come oggi, clientelismo, nepotismo e familismo. Gli esempi più eclatanti sono quelli, sottaciuti dalla storiografia compiacente, dei due generi di Giolitti, Mario Chiaraviglio e Giulio Venzi.