Torno dall’Afghanistan con un cocktail di sensazioni differenti, spesso opposte l’una all’altra.
Probabilmente è normale di fronte ad un Paese in cui ogni angolo di strada porta con sé una contraddizione.

Parto con una delegazione del Parlamento Europeo. Quattro deputati: un francese, un olandese, un polacco e appunto un italiano.. io.
Sembra una barzelletta e invece è un viaggio maledettamente serio, che da più di quattro anni attendevamo di poter fare, ma che ci era sempre stato precluso per ragioni di sicurezza. Una delegazione europea è pur sempre un obiettivo simbolico di una certa rilevanza per un’insorgenza che, indebolita sul fronte militare, percorre ormai altre strade per dimostrare l’impossibilità di una definitiva transizione verso un Afghanistan stabile e pacificato.

Il 2014 sarà l’anno delle elezioni presidenziali e del ridimensionamento della presenza militare internazionale: due momenti decisivi per capire se l’Afghanistan evolverà verso una stabilizzazione oppure ripiomberà nel caos. Con questi pensieri atterriamo a Kabul.

I fuoristrada blindati di Eupol ci portano prima al palazzo presidenziale – dove ci attende un uomo di fiducia di Karzai – poi alla sede Ue dove ci accolgono gli ambasciatori europei. Facciamo il punto sull’impegno dell’Ue in Afghanistan. Il primo giorno passa tra un incontro istituzionale e l’altro, tra un check-point e l’altro.

Là fuori è tutto un pullulare di gente, il traffico è smog e ingorgo costante, la sensazione di insicurezza è  totale. Bancarelle in ogni dove, bambine che vanno a scuola, quasi tutte le donne col burqa, foto del mitico comandante Massoud in ogni angolo. Non è ancora abbastanza per farci un’idea ma una cosa la percepiamo chiara: nessuno nella classe dirigente afghana immagina di mandare via gli occidentali in fretta e furia, anzi ci chiedono di rimanere.

La mattina seguente, da Kabul si va in aereo a Mazar-e Sharif, nel nord del Paese, zona sotto la responsabilità tedesca. Qui assistiamo all’addestramento della polizia afghana curato dalla missione europea Eupol, un pezzo fondamentale del mosaico afghano perché già oggi, e sempre di più in futuro, agli afghani è delegata una parte fondamentale della sicurezza del Paese.

Il giorno dopo svesto il giubbotto anti-proiettile europeo e indosso quello mimetico italiano. È il passaggio di consegne: saluto gli altri e parto per Herat, sede del Comando Regionale Ovest (in gergo tecnico RC West), dove gli italiani guidano un contingente multinazionale composto anche da americani, spagnoli e altri. Qui i nostri soldati sono professionisti veri, non semplicemente “ragazzi”. E sono stimati da tutti: ogni giorno sono impegnati nella bonifica delle strade di transito da ordigni di ogni genere e sanno fare il loro mestiere. Escono sui blindati o in copertura aerea, a supportare le forze speciali afghane nelle operazioni di contrasto agli insurgents, siano essi talebani o bande criminali interessate esclusivamente al traffico di droga e armi.

Parlano uno strano slang anglo-militare, pieno di sigle che rappresentano un codice linguistico comune in ambito Nato, laddove tanti dei nostri sono cresciuti e si sono specializzati, senza mai perdere la consapevolezza del loro essere diversi dagli americani e dagli altri.

Mangio con loro in mensa e passo con loro ore indimenticabili nel dopocena. Si sono informati e sanno molto di me, sanno del mio essere Bersagliere e di Fratelli d’Italia. Svestite le formalità ci si ritrova tra coetanei, davanti a una birra, a discutere animatamente del futuro di una Patria che amiamo dannatamente ma che vorremmo molto diversa.

Tutti a nanna. Il giorno dopo, con il nostro personale diplomatico, per una volta dei giovani in gamba e non dei parrucconi, facciamo il punto su tutti i soldi spesi dall’Italia in 12 anni, direttamente e indirettamente, sul fronte militare come su quello della cooperazione.  Condividiamo che, per il futuro, dobbiamo porre agli afghani delle condizioni serie in tema di lotta a corruzione, criminalità, produzione di oppio e violazione dei diritti umani e delle donne. Non possiamo più permetterci di non avere certezza sull’utilizzo di questi soldi. Ma intendiamoci, non è un problema solo nostro ma di tutta la comunità internazionale.

È tempo di conoscere il Provincial Reconstruction Team (PRT), la struttura che si occupa degli interventi civili sul territorio, ce n’è uno per ogni provincia principale e ad Herat dal 2005 gestirlo è compito nostro. Altri Paesi li hanno affidati a personale civile, da noi invece ufficiali militari di grande esperienza e di altissima operatività mandano avanti la baracca. Con una media di 4 milioni di euro annui abbiamo costruito scuole, ospedali e canali per l’irrigazione. La gente lo sa e, anche per questo, apprezza gli italiani.

Già, laggiù quando si parla dell’Italia si parla di una cosa seria. Scompaiono i sorrisini di sufficienza  e si ha a che fare con una grande Nazione, che ha saputo dare molto a questo Paese martoriato, compresa la vita di cinquantatré valorosi soldati che non dimentichiamo.

É anche, o forse soprattutto, per loro che non possiamo lasciare il lavoro a metà. Anche se a volte ci chiediamo se abbia ancora un senso, anche se troppo spesso fa male e piangiamo lacrime inconsolabili davanti a quelle bare avvolte nel tricolore. Mi capita di ripetere questi concetti durante un collegamento radio, il soldato che ho di fronte annuisce e i suoi occhi lucidi mi regalano l’emozione più profonda di questa indimenticabile avventura afghana.