Il 2020 segna una tappa nell’epopea craxiana: quella della rivalutazione di Bettino Craxi – o almeno, della sua proposta. Il 1976 definì la sua affermazione tra i papaveri (o garofani?) del socialismo europeo, il 1983 – con la sua nomina a Presidente del Consiglio – cominciò il dominio craxista sulla politica italiana, il biennio 1992-’93 ne vide invece la caduta, dall’inchiesta di Tangentopoli all’esilio tunisino.

Vent’anni sono trascorsi dal 19 gennaio 2000, quando un infarto (conseguenza d’un diabete curato, nella sua fase terminale, con gli scarsi mezzi garantiti dalla sanità locale) stroncava il gigante milanese-siciliano, poco più d’un mese prima di quello che sarebbe stato il suo sessantaseiesimo compleanno; quel giorno Craxi si spegneva ad Hammamet, località marittima tunisina amata da grandi artisti (Flaubert, De Funes, Brel, Polanski, Patroni Griffi, Loren), dove da cinque anni e mezzo trascorreva un esilio trascorso fra fax ai giornali, sguardi oltremare, affetto ricambiato con gli indigeni.

L’anno del ventennio della scomparsa di Benedetto Craxi è costellato di eventi in sua memoria: un film, un viaggio, presentazioni di libri. Il viaggio e alcuni dei libri sono direttamente collegabili a iniziative della Fondazione Craxi, e perciò chiaramente tesi alla rivalutazione del patriarca di piazza Duomo 19; il film, realizzato approfittando della ricorrenza ma dalla produzione slegata a quella delle commemorazioni, si mantiene invece neutrale.

Il film è “Hammamet” di Gianni Amelio, con Pierfrancesco Favino totalmente immedesimato nel ruolo di Craxi; un’opera su un politico, che rinuncia a risvolti e commenti politici (mostrando giusto il congresso all’Ansaldo, evocando la crisi di Sigonella e senza mai fare nomi… scelta artistica o cautela?). Fra i libri pubblicati per l’occasione: i memoriali tunisini (“L’ultimo Craxi – Diari da Hammamet”, curati da Andrea Spiri per Baldini & Castoldi), “Presunto colpevole” di Marcello Sorgi (Einaudi), e un giallo dai chiari e dichiarati risvolti autobiografici scritto dallo stesso statista (“Parigi – Hammamet”, Mondadori). Il “delfino” craxiano, Claudio Martelli, ha pubblicato con Le Navi di Teseo “L’Antipatico”; al 2016 risale “Craxi. L’ultimo statista italiano” (Circolo Proudhon) di Francesco Carlesi.

Il viaggio è stato invece un fine settimana in Tunisia, con comitiva della Fondazione Craxi accompagnata da giornalisti. Comitiva che, partita da Malpensa e Roma in aereo e da Civitavecchia in nave, è sbarcata su suolo africano nel pomeriggio di venerdì 17 gennaio, in vista di quattro eventi distribuiti fra i due giorni successivi: l’inaugurazione d’una mostra fotografica, una messa in suffragio, la presentazione d’un documentario e la commemorazione dello statista presso la sua tomba.

C’era un nostro inviato – il sottoscritto, che dopo aver visto il film, ha scoperto dal sito della Fondazione Craxi l’occasione del viaggio e ha trovato (il lunedì della settimana della partenza) un ultimo posto per partecipare al viaggio. Viaggio che non è cominciato al meglio, almeno per la (comunque entusiasta) truppa socialista milanese. Il fatiscente aereo di linea è partito con due ore di ritardo: tanta pazienza è stata premiata, all’arrivo su terra nordafricana in un pomeriggio ventoso e nuvoloso, con la scoperta che il pullman per Hammamet non poteva andarsene dall’aeroporto di Tunisi-Cartagine… perché la sbarra del parcheggio era stata bloccata per un’oscura direttiva della polizia.

Il torpedone si è poi inoltrato nell’hinterland della capitale, con tutt’attorno uno spettrale paesaggio di piloni autostradali incompleti, stabilimenti di multinazionali, cupi edifici ministeriali.

La capitale supera di poco il milione di abitanti (la Tunisia nella sua interezza ne ha undici e mezzo): è una città vasta (le abitazioni sono per lo più cubicoli a uno o due piani, dai quali spesso sporgono le barre del cemento armato), spalmata su lievi colline, trafficata e triste.

Hammamet dista, da Tunisi, poco più di settanta chilometri, coperti dall’autostrada A1 (la Tunisi-Gabes, che con quasi 350 km è la maggiore delle tre autostrade tunisine; ed è un tratto di quella che dovrebbe diventare la Transmaghrebina, a sua volta parte d’una rete Transafricana ancora in fase di progetto); vi è, quasi a metà del tragitto, un casello per il pedaggio, affollato da famiglie che vendono agli automobilisti pacchetti di grissini, di popcorn e tè riscaldato sul luogo.

Gli ospiti del complesso alberghiero sono stati accolti, dopo l’impatto con l’interno finto-arabeggiante dell’albergo, da un aperitivo un po’ chiassoso, con un accompagnamento musicale sublime nella sua cafonaggine (all’ingresso tre animatori inscenavano un siparietto con tamburi fintamente “folkloristico”; in sala un cantante intonava, con dizione tutta sua, classici della canzone italiana – da Nicola Di Bari a Celentano – accompagnandosi con basi di tastiera registrate). Molto anni ’80, Milano da bere versione villaggio Alpitour. Gli ospiti del Sol Azur hanno avuto il privilegio di condividere la sala ristorante (il trionfo dello stile finto-arabo) con la nazionale tunisina di wrestling.

La mattina di sabato, ventosissima e soleggiata (il che rendeva spettacolare già la vista dalla sala-ristorante, direttamente sul mare e su parte del villaggio bianco, durante la prima colazione), il primo evento: in un angolo della medina, a ridosso del mare (panorama spettacolare, diviso fra il blu accesissimo del mare agitato e del cielo limpido e il bianco abbacinante del villaggio), è stata inaugurata la galleria fotografica “Craxi ambasciatore del mondo”. Si poteva così sia vagare al pianterreno, tra le foto ritraenti lo statista assieme a “vip” italiani (Arbore, Luciano De Crescenzo, Valentino), colleghi nazionali e internazionali, o nei momenti “turistici” dei molti viaggi diplomatici (quasi spettacolare la foto di famiglia sulla Grande Muraglia); sia salire ad ammirare la città e il mare.

Infiltratosi, senza la più pallida idea di cosa vi stesse succedendo, nel bellissimo bar della medina, il nostro inviato si è sfacciatamente aggregato al diwan dove Stefania Craxi colloquiava col sindaco di Hammamet, col ministro degli esteri tunisino e con altri notabili locali. Riceveva addirittura un bicchiere di tè caldo e gratuito: “Shukran!” Anziché chiedere alla sicurezza di allontanarlo, la figlia di “Ghino di Tacco” gli chiedeva gentilmente che facesse lì, piantato di fronte al tavolo su cui incombono i ritratti degli ospiti illustri, un famoso dipinto ritraente Bettino, e una foto che lo mostra intento a rendere tricolore lo stesso vaso che troneggia al centro del tavolo (dopo un arduo ragionamento, il nostro inviato lentamente comprendeva che lo spirito del Cinghialone lo stava forse spingendo verso un’occasione).

Non si scambi questa nota per piaggeria: donna Stefania si è rivelata signora dai modi squisiti, e la sua accoglienza nei confronti d’un giornalista improvvisato ne è la riprova. Tale cronista dilettante, essendo appunto tale, si era ahinoi presentato al bar con un taccuino sul quale scribacchiava note disparate con grafia gallinesca; alla domanda della Craxi, l’intruso motivava la propria intrusione dicendosi in cerca di un’intervista che, fino a un istante prima, nemmeno pensava di fare. Confuso dall’improvvisazione e dal rimorso per non aver portato la macchina da presa (veterana dell’intervista a Pupi Avati), il nostro uomo ad Hammamet balbettava domande sul Craxi esule, sulla sua rivalutazione, sulla distanza fra la sua figura e quelle della Seconda Repubblica, o fra il retaggio della sua politica estera e quella attuale del De Gaulle di Avellino.

La Craxi rispondeva, anche dilungandosi, ma riconosceva che l’inviato (avente indosso occhiali non dissimili da quelli del padre), con la quale pure non si vergognava di essere ritratta, era troppo improvvisato. Ci si accordava così per un seguito, in attesa del quale il giornalista dilettante potesse riflettere.

L’esterno del bar ospitava intanto un festoso ritrovo, nonostante un vento assai impetuoso. Alcuni dei molti gatti di Hammamet erano così attirati dal profumo delle pietanze distribuite.

L’inviato tornava in albergo a respingere le avance delle hostess, per concentrarsi sulla pianificazione di nuove, clamorose imprese giornalistiche, e su di una visita al bazar dell’albergo… meglio la medina.

La minuscola, bellina, chiesa cattolica di Hammamet ha ospitato, alle sei del pomeriggio, la compostissima messa in suffragio. Ormai quasi tutti gli ospiti notabili si erano aggregati alla comitiva, e la chiesa non conteneva tutti i presenti.

In serata, alla (già vasta) sala conferenze del Sol Azur (poco prima, nell’atrio del ben più sontuoso Bel Azur, Maria Giovanna Maglie teneva banco con Fabrizio Cicchitto) è stato necessario aggiungere sedie, per ospitare gli oltre seicento spettatori del docufilm “Il caso Craxi. Una storia italiana”.

Una narrazione che simpatizza con Craxi, ma senza scadere nella tifoseria: nelle interviste appositamente realizzate (alternate a filmati di repertorio, anche “antichi”), si intervistano sia “devoti” come Giuliano Ferrara e Giovanni Minoli, che detrattori pentiti (Staino) e no (Peter Gomez), e avversari (Gherardo Colombo, Massimo D’Alema – particolarmente accese le reazioni in sala alle sue, in effetti ineleganti, considerazioni: il “Baffetto” scarica sul giudice Borrelli la responsabilità del rifiuto d’un “corridoio” per far curare Craxi a Milano, per poi rivendicare la disponibilità a farne tenere le esequie in Italia, comprensibilmente rifiutate dalla famiglia). Il ritratto di Craxi è onesto, insistente sulla grandezza della figura e scabro nel narrarne la caduta: dalle acclamazioni ai congressi socialisti internazionali, alla volgare aggressione fuori dall’Hotel Raphael (quasi struggente l’intervista con l’Elefantino, al telegiornale di poche ore dopo, nella quale il Cinghialone che per almeno un decennio era sembrato un potente inavvicinabile si mostra triste, sconfitto, persino spaventato).

Il nostro inviato, finalmente munito di cinepresa, a fine documentario si appostava con fare d’avvoltoio all’uscita della sala conferenze; chiedeva poi un brevissimo colloquio (giusto una domanda) a Claudio Martelli; questi domandava per chi l’inviato scrivesse, e quando gli si rispondeva “per Destra.it, che ha appena pubblicato un recensione elogiativa del suo libro “L’Antipatico”, l’ex ministro replicava di preferire mangiare un boccone. Sarebbe stato facile rispondere con una battuta qualunquista.

La domanda sarebbe stata una considerazione sul fatto che la rivalutazione craxiana sta arrivando soprattutto da destra; pazienza – aveva già risposto, e l’avrebbe fatto ancora, Stefania Craxi. La quale, sopportando con pazienza il secondo incontro col nostro inviato, adduceva poi di non poter sottoporsi a un’intervista, dato il calo di voce che in effetti l’aveva notevolmente penalizzata durante la presentazione del documentario. L’accompagnava Fabrizio Rondolino, che motteggiava l’inviato con battute non proprio funamboliche (“dovrei fare solo tre domande” “ne hai già fatta una”).

Dicevamo della presenza di Gori: il solo detentore di cariche istituzionali presente (a titolo personale). Se la classe politica era quasi assente (si diceva appunto di Cicchitto intervistato dalla Maglie), era più folta la rappresentanza giornalistica (Augusto Minzolini, Alessandro Sallusti a titolo personale, non da inviati; ruolo invece rivestito dalla citata Maglie; Ugo Intini presente soprattutto da militante) e del mondo dello spettacolo (Edoardo Bennato, Costantino della Gherardesca).

Domenica 19 gennaio 2020 era l’anniversario dalla morte di Bettino Craxi: il ventesimo. Una piccola folla – vicina al migliaio – ha affollato il minuscolo cimitero cattolico, a ridosso della medina di Hammamet, a pochi metri dal mare. Molti i garofani gettati, assieme a qualche labaro, sulla lapide bianca, recante il celebre epitaffio “La mia libertà equivale alla mia vita”.

Commemorazione priva di cerimonia: ci si è limitati a mettersi in fila, in favore di stampa e televisione, per un saluto alla tomba; poi è sfilata la famiglia. Una donna ha spinto avanti un ragazzone, che ha intonato l’Ave Maria. Terminato il canto, ci si è lentamente allontanati dal cimitero: Stefania Craxi si è fatta fotografare assieme ai simpatizzanti e si è fatta filmare per un’intervista col nostro inviato, sul film “Hammamet”, sul rifiuto della sinistra di fare i patti con la storia propria e con quella della Nazione, sul fatto che la rivalutazione da destra di Craxi vada oltre il riconoscimento del valore del “socialismo tricolore”, e sul ricordo delle relazioni intessute da Craxi col mondo mediterraneo e con quello arabo.

Era, questa commemorazione, l’appuntamento finale degli eventi su suolo tunisino. Dopo un’altra visita alla medina, il cui fascino non è rovinato dall’insistenza dei detentori di bancarelle, e un altro assalto al salone-ristorante (accompagnato dalle solite battute sul “magna-magna”), nel pomeriggio le comitive hanno lasciato il complesso alberghiero; il ritorno a Malpensa è stato reso particolarmente tedioso dalle bizze della compagnia di bandiera, che per il viaggio di ritorno ha raddoppiato il ritardo del volo di venerdì (a una signora che chiedeva se siano frequenti ritardi di quattro ore, una hostess rispondeva: anche di sei).

Sarebbero poi cominciati gli eventi italiani – per lo più presentazioni di libri – in memoria di Craxi. Tenuti esclusivamente dalla Fondazione che ne porta il nome: le istituzioni non stanno nemmeno a guardare. Negli stessi giorni, il presidente del Consiglio si rendeva protagonista d’un siparietto: sorpreso alla ricerca d’un posto in prima fila per una foto di gruppo con omologhi, si trovava invitato a stare indietro (se, come dice la Craxi, il primato della politica in Italia è stato polverizzato da altri poteri, il primato dell’Italia sulla scena internazionale non è più nemmeno un miraggio, o un’ombra).

Qualcun altro, anni addietro, vantava il quinto posto dell’Italia tra le potenze industriali, mostrandosi tramite una piramide multimediale…