La Calmucchia? È forse un obiettivo del Risiko (stile la mitica Yacuzia, per intenderci) o un nome di fantasia (come Gulliverlandia…)? Pochi sanno cos’è e pochissimi dov’è. Non è grave. Questa piccola repubblica autonoma della Federazione Russa incastonata ai limiti estremi dell’Europa tra il Caucaso e il Mar Caspio è una terra remota quanto sorprendente. Per più motivi.

In primis, la Calmucchia è l’unica entità statuale in Europa in cui la maggioranza della popolazione (in tutto 280.564 persone su una superficie grande quando il Belgio) professa il buddismo tibetano. Insomma, l’unica isola lamaista del nostro continente.

Gran parte dei calmucchi sono gli eredi delle tribù nomadi mongole occidentali che in tempi lontani emigrarono verso Occidente per sfuggire alla pressione cinese. Una lunga marcia che si concluse attorno al XVI secolo sul delta del Volga; qui le tribù si fermarono e formarono una sorta di federazione sotto la guida di un Khan. Poco dopo — anno più, anno meno — i calmucchi incontrarono i russi che, sotto la guida dei Romanov, iniziavano ad espandersi verso l’Asia; allo zar Alessio e ai suoi successori l’idea di un khanato buddista agli estremi confini meridionali dell’impero non dispiaque e così, attorno al 1630, venne sigillata un’alleanza. Nel segno della “Santa Madre Russia e in cambio di un’ampia autonomia — fede, lingua e tradizioni — i calmucchi divennero i custodi delle porte del Caucaso musulmano.

Tutto cambiò con la rivoluzione dell’Ottobre 1918. Fedeli all’antico patto, i calmucchi si schierarono con i “Bianchi” anticomunisti contro i bolscevichi. Consumata la guerra civile e sconfitti gli zaristi, Lenin e poi Stalin non dimenticarono l’affronto e costrinsero il popolo delle steppe alla sedentarizzazione, imponendo la collettivizzazione e l’ateismo. Un disastro culturale, sociale, economico. Non a caso l’invasione tedesca nel 1941 fu salutata dai calmucchi — al paro degli ucraini, i baltici e altre minoranze — come una liberazione e alcuni giovani si arruolarono nel Kalmucken Kavallarie Korps, un’unità di cavalleria che combattè con i germanici sino al 1945. Alcuni vennero incorporati nell’armata cosacca del generale Krassnoff e si ritrovarono tra il 1944-45 in Italia, in Carnia, nell’effimera ridotta del “Kosakenland”…

La vendetta di Stalin fu spietata. Nel 1944 il dittatore fece massacrare ciò che restava dell’élites buddista e ordinò di deportare l’intera nazione calmucca nei gulag siberiani. Un’operazione di pulizia etnica: la metà dei prigionieri morì durante il viaggio o negli anni successivi. Solo nel 1957, morto Stalin, Churuscev permise ai superstiti di tornare finalmente a casa. Una magra ed amara soddisfazione. I reduci dall’esilio dovettero adattarsi alle nuove condizioni fissate del potere sovietico — fautore di un’industrializzazione stracciona quanto devastante — e furono obbligati a sottostare ai coloni russi e ucraini. Per quanto restava del popolo calmucco l’assimilazione, anticamera dell’estinzione, sembrava un destino inevitabile.

La svolta arrivò con la caduta dell’URSS. Nuovamente repubblica autonoma dal 31 marzo 1992, la Calmucchia entrò nell’orbita di Kirsan Iljmzhinov, un personaggio dinamico quanto stravagante. All’indomani della sua elezione il neo presidente si impegnò nel recupero della cultura tradizionale e dell’antica religione. In breve tempo santuari e monasteri vennero riaperti e, nel centro di Elista, la capitale, venne eretto il Burkhan Bakshin Altan Sume, il tempio buddista più grande d’Europa. Il maestoso complesso, benedetto nel 2014 dal Dalai Lama, è famoso per la sua gigantesca statua di Budda, alta nove metri e interamente ricoperta d’oro. Iniziative che garantirono a Iljmzhinov — per sua ammissione ateo e miscrendente — una certa popolarità in patria e il sostegno dell’influente lobby buddista internazionale.

La Calmucchia divenne nota anche per un’altra ragione. Grande appassionato di scacchi, Iljmzhinov conquistò, grazie al sostegno di Mosca e del blocco asiatico, la presidenza della Federazione Mondiale di Scacchi (FIDE). Una carica prestigiosa che gli permise di organizzare nel 1998 le Olimpiadi degli scacchi nella remota repubblica. Per l’occasione Kirsan fece costruire la Chess City, la Città degli scacchi, un quartiere completamente dedicato al gioco, disseminato da statue raffiguranti i pezzi della scacchiera. Il progetto era trasformare Elista nella Mecca mondiale degli scacchisti ma l’idea, come altre iniziative più o meno strampalate, non funzionò. Nonostante (o a causa?) dell’attivismo del suo leader il paese rimase terribilmente povero.

Gli scacchi non erano però l’unica eccentricità del personaggio. Nel 2010 Iljmzhinov finì sotto i riflettori per un intervista in cui raccontava d’essere stato rapito dagli alieni: a suo dire extraterrestri vestiti di giallo l’avevano trattenuto sulla loro astronave un giorno intero e poi…. Mah. Ben più gravi agli occhi degli americani erano però le sue “relazioni pericolose” (per conto di Putin?) con Gheddafi, Assad etc.. e nel 2016, lo spericolato presidente fu costretto a lasciare il vertice della FIDE; l’anno dopo, guarda caso, i conti della Federazione depositati nella banca svizzera UBS sono misteriosamente svaniti, evaporati.

Per fortuna dei pazienti calmucchi (e forse anche dei marziani), il personaggio ha da tempo lasciato la guida del Paese nelle mani di Aleksey Orlov, uomo decisamente più “terreno” ed affidabile. Con l’appoggio di Zoya Sanzhieva (una bella signora calmucca) e di Iurij Megmerov, rispettivamente ministro dello Sviluppo economico e vice presidente del Parlamento, il nuovo leader di Elista sta cercando disperatamente aiuti, investimenti. I primi a rispondere e ad investire sono stati gli italiani, per la precisione i veneti. Grazie all’associazione culturale Veneto Russia, guidata dal consigliere regionale Luciano Sandonà (Lista Zaia) e da Palmarino Zoccatelli, dall’anno scorso si sta sviluppando un’interessante collaborazione commerciale. Un gruppo di imprenditori, per lo più veronesi, ha già investito somme ingenti per impiantare fruttetti nella zona est del paese e realizzare un caseificio. Allo studio anche progetti riguardanti il turismo e le energie rinnovabili. Insomma, anche in Calmucchia c’è un pezzo d’Italia.